In quello stagno dell’autoinganno che è la politica italiana, proseguono le onde prodotte dalla bislacca idea-spin di Matteo Renzi di chiedere alla Commissione Ue la possibilità di portare il deficit-Pil al 2,9% “per almeno un quinquennio”. A prescindere della congiuntura, pare. Una proposta da stato etilico che viene variamente commentata nel Bar Sport Italia. Oggi segnaliamo due reazioni del campo renziano, ad ennesima conferma che il leader più forte è quello che sa circondarsi di persone che, all’occorrenza, sanno dirgli “che cavolo stai dicendo, Willis?”

Ieri, nel clima di “celebrazioni”, riflessioni e buoni propositi per il Primo Maggio, abbiamo notato un episodio apparentemente minore ma paradigmatico del problema di comunicare ai cittadini le scelte e gli effetti di alcune iniziative governative. Tutto si riconduce all’esistenziale domanda: un mancato aumento è una riduzione?

Approssimandosi la feral scadenza del primo gennaio 2018, cioè il momento in cui verrà meno la decontribuzione temporanea sugli assunti col nuovo contratto a tutele crescenti, il governo “di turno” sta scervellandosi per capire come evitare uno shock sul costo del lavoro che costerebbe carissimo al “miracolo” occupazionale di Matteo Renzi. Ad intervalli più o meno regolari spuntano ingegnose idee per celebrare le nozze coi fichi secchi ed evitare guai. In questi giorni, anche per impegno del premier Paolo Gentiloni, si ipotizza un taglio del cuneo fiscale di alcuni punti percentuali (3-5), spalmato sia sul datore di lavoro che sul lavoratore. Ma ovviamente la coperta è cortissima.

Dopo i dati di ieri dell’Osservatorio Inps sulla precarietà, che hanno mostrato un andamento non brillantissimo del contratto a tempo indeterminato, per usare un understatement, torna l’antica disputa metodologica: “meglio” i dati Inps, che registrano in modo puntuale attivazioni e cessazioni di contratti di lavoro, oppure le indagini campionarie Istat? La risposta è banale: dipende. Da cosa state cercando di giustificare.

Oggi sul Corriere il vicedirettore Federico Fubini intervista il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Tommaso Nannicini, a cui Renzi avrebbe affidato la “cabina di regia” della politica economica. Soprattutto, Nannicini è uno degli ispiratori del Jobs Act, ed in questa veste esprime alcune valutazioni sul mercato del lavoro italiano, le sue presunte metamorfosi ed il suo futuro.