Giggino e il regolamento di conti con la realtà

Mentre prosegue il tormentato e lentissimo iter parlamentare di conversione del decreto dignità (sic), segnaliamo l’ultima performance del vicepremier e bisministro Luigi Di Maio, l’uomo che ha un conto in sospeso coi numeri e che si avvia ad un gigantesco regolamento di conti con la realtà.

Ieri sera, nel corso di uno degli ormai abituali comizietti televisivi, tenuto a InOnda su  La7 avendo come sleeping partner Luca Telese e David Parenzo (più che watchdog, due autentici chihuahua del fact checking), Di Maio ha scolpito:

«Stiamo mettendo 300 milioni l’anno» per gli incentivi ad assumere a tempo indeterminato e «una percentuale che stiamo quantificando ma ma si arriva anche al 10% del costo del lavoro a tempo indeterminato» (Radiocor, 26 luglio 2018)

E qui il mistero si infittisce. Come sia possibile che 300 (trecento) milioni di euro annui producano un taglio sino al 10% del costo del lavoro a tempo indeterminato, è qualcosa decisamente oltre le mie capacità di comprensione. Forse per questo non sono bisministro né enfant prodige della politica di questo paese.

Proviamo a riflettere, per congetture lisergiche. Ipotizziamo quindi che tale sgravio sia applicato solo alle trasformazioni da tempo determinato a indeterminato. Prendiamo l’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio sulla precarietà Inps, relativo al periodo gennaio-maggio 2018. Prendiamo le sole trasformazioni da tempo determinato ed apprendistato a tempo indeterminato.

Sono circa 220 mila in cinque mesi, un mini-boom. Proiettiamole sull’anno (lo so, è assurdo ma restiamo in tema col mood del paese): avremmo oltre mezzo milione di trasformazioni. Ovviamente, questo dato è maledettamente statico, nel senso che non considera l’elasticità della domanda di tempi indeterminati da parte delle imprese al calare del prezzo, cioè del costo del lavoro.

Di Maio parla di 300 milioni di euro annui, per ora. Quanto fa 300 milioni diviso mezzo milione? Con un complesso algoritmo, farebbe 600 euro annui, cioè 50 euro mensili. A voi risulta che 50 euro mensili siano un decimo del costo del lavoro, in Italia? No, vero? Nessuno dei due conduttori in studio ha ritenuto di far notare a Di Maio che l’importo sarebbe lievemente sottodimensionato, rispetto alla percentuale di sgravio ipotizzata, anche considerando le sole trasformazioni.

È servito che arrivassero il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, e Dario Di Vico del Corriere (dopo che il vicepremier aveva concluso il suo garrulo comizietto) per far notare che in realtà, per quella percentuale, si dovrebbe parlare di miliardi o più propriamente di decine di miliardi. Di Vico ha detto di aver ricevuto un sms da un lettore (lettori piuttosto intimi, si direbbe) in cui si ipotizzava la cifra di 70 (settanta) miliardi per il 10% di sgravio totale del costo del lavoro. La situazione si è rapidamente fatta surreale, in un fact checking lisergico che ormai non poteva più essere strofinato sul musetto del vicepremier, ormai lontano dallo studio e proiettato verso nuove dirette Facebook e nuovi “blitz” (copyright Telese) negli hangar dove sono parcheggiati i satrapici aerei blu di Stato.

Vogliamo provare a ricostruire il senso delle parole di Di Maio? No, perché ho deliberatamente preso solo le conversioni contrattuali, e i numeri ve li ho dati. Peraltro, da una situazione del genere, emergerebbe rapidamente una demenziale segmentazione del mercato del lavoro a tempo indeterminato, con i “trasformati” che costerebbero meno dei tempi indeterminati già in essere. Gli imprenditori potrebbero allora fare un bell’arbitraggio di manodopera, licenziando i tempi indeterminati assunti col Jobs Act, riassumendoli come tempo determinato e poi stabilizzarli. Per gli indeterminati “di vecchio conio”, cioè ante Jobs Act, si vedrà come spingerli fuori dalle aziende.

Se poi volete una lettura alternativa, come suggerita da qualche commentatore sui social network (vera fucina di crowdthinking ai vapori di trielina), e state ipotizzando che con quei 300 milioni si taglierebbero tremila euro di contributi annui su centomila trasformazioni, vi siete risposti da soli. Segmentazione a parte degli organici aziendali, se le trasformazioni sono più di centomila, e raggiungono la cifra che vi ho segnalato sopra, che facciamo? Una lotteria per estrarre i fortunati sgravati? Facciamo “a rubinetto”, cioè chi prima stabilizza meglio alloggia? Facciamo un riparto dell’importo? Avete provato a mettere la testa sotto un getto di acqua fredda? Dicono che potrebbe essere molto meglio di un’ora di e-learning in contabilità nazionale, prima della lezione di hip-hop.

Ah, nel frattempo è stato approvato il famoso emendamento piddino che aumenta la severance dei licenziamenti, cioè la conciliazione: si passa da 2-18 mensilità a 3-27. Ecco questo è un oggettivo aumento di oneri per le imprese sul tempo indeterminato, ed è tutto Made in Pd, e senza che quel disgraziato partito possa goderne pubblico beneficio, soverchiato com’è dal frastuono delle sue lotte intestine e dalla sua sinistra vociante che corre con la lingua penzoloni dietro ai pentastellati. Con una opposizione così, chi ha bisogno di alleati? Anche per questo motivo, l’unica crisi di governo possibile è quella tra la schiacciante maggioranza di paese e parlamento e la realtà. Non devo dirvi come finirà, vero?

Aggiornamento del 28 luglio – Prosegue la ricerca dei 300 milioni di euro. Potrebbero -forse- essere la somma stanziata sino al 2020 per le assunzioni degli under 35 disoccupati, che prevede decontribuzione per tre anni del 50% con massimo di 3.000 euro. Cioè di un provvedimento del governo Gentiloni. Ma di certo ci sfugge qualcosa.

 

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