Si fatica a comprendere lo stupore ed i febbrili lanci d’agenzia di ieri nel tardo pomeriggio, quando, durante la registrazione di Porta a porta, il candidato premier del M5S, Luigi Di Maio, ha ribadito il concetto: “Non credo che per l’Italia sia più il momento di uscire dall’euro”, anche perché per l’Italia “ci sarà più spazio”, visto che “l’asse franco-tedesco non è più forte come prima”. Che c’è di inedito?

In caso vi fosse serenamente sfuggito, nei giorni scorsi il candidato premier del M5S, Luigi Di Maio, ha spiegato al Mattino la strategia di politica economica del suo movimento. Si tratta della reiterazione del libro dei sogni, impreziosito da alcune gemme che permettono di capire che questi personaggi sono del tutto privi di legame col mondo reale e proprio per questo motivo hanno grande successo in questo paese. Proviamo un’esegesi ragionata delle risposte di Di Maio.

Torniamo sul tema del mitologico referendum per fare uscire l’Italia dall’euro, rilanciato dal candidato premier del M5S, Luigi Di Maio. Il quale ha detto che, se l’Europa non accogliesse le nostre richieste, sarebbe inevitabile indire questo referendum ed a quel punto lui voterebbe per l’uscita, stante l’impossibilità di ottenere il trenino elettrico richiesto alla Ue. Vediamo che accadrebbe, anche se dentro di voi una petulante vocina ve lo spiega da anni.

Quando uno ha deciso di smettere di farsi del male guardando teatrini politici italiani, ecco che arriva la nemesi, che lo costringe a rincorrere la notizia. Martedì sera, nella consueta comparsata da Giovanni Floris, il giovane candidato premier del M5S, al secolo Luigi Di Maio, ha realizzato un meraviglioso spottone per la banca online di MPS. Con argomentazioni che fanno sospettare l’uso di sostanze psicotrope. O altro.

Di tutte le leggende metropolitane che fanno da metronomo all’orchestrina del Titanic Italia, la strana fascinazione per la Spagna pare essere una costante. Già anni addietro Matteo Renzi portò Madrid a modello per un breve periodo, prima di sbarcare a Chigi, per poi tornare rapidamente sui suoi passi e sentenziare che loro stavano comunque peggio e, più di recente, che crescevano solo grazie al loro deficit, altro italico tormentone privo di base fattuale, come ribadiremo tra poco. Questo fine settimana, durante il tradizionale momento-tartina a Cernobbio, due leader dell’opposizione, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, si sono cimentati col miraggio spagnolo, ed hanno prodotto il loro pensoso temino. Ovviamente privo di legami con la realtà.

Martedì sera, nel corso del talk “DiMartedì“, quello in cui ad intervalli regolari partono monocordi applausi di sottofondo che vanno in modo equanime a tesi ed antitesi, al punto che non sai mai se si tratti di registrazione o di un pubblico molto democratico e polite (o forse decerebrato), abbiamo potuto ascoltare per l’ennesima volta alcuni capisaldi di politica economica del M5S, per bocca del suo esponente più sovraesposto mediaticamente, il giovine di buone letture Luigi Di Maio.

Pubblicato oggi da Istat il dato sulle vendite al dettaglio di novembre. L’indice destagionalizzato delle vendite a valore corrente (che incorpora la dinamica sia delle quantità sia dei prezzi) aumenta dello 0,3% rispetto a ottobre 2015, a fronte di attese per un incremento congiunturale dello 0,5%. Nella media del trimestre settembre-novembre 2015, il valore delle vendite registra tuttavia una variazione nulla rispetto al trimestre precedente. Detto così, qualcuno potrebbe agevolmente obiettare che, essendoci disinflazione o più propriamente deflazione, il valore corrente delle vendite non è un buon indicatore.