Ricordate l’imbarazzante scena del balcone di Chigi, quando i nostri eroi riuscirono a piegare il braccio dietro la schiena al povero Giovanni Tria, e portare il deficit-Pil al 2,4%? Quella, sì. Quel 2,4% doveva servire a mettere in moto i moltiplicatori keynesiani che, attraverso reddito di cittadinanza e Quota 100, con annesse assunzioni anch’esse moltiplicate (“tre nuovi assunti per ogni pensionato ed in omaggio un set di pentole, venghino!”) avrebbero permesso all’Italia di sollevarsi dalle sabbie mobili in cui si trova. Come è finita, lo sappiamo. Ma non è finita, in realtà.

Dopo che il governo ha deciso di fotocopiare su Carige il template di salvataggio di MPS, infuria (yawn) la polemica su chi abbia fatto cosa e a chi vadano i meriti (spoiler: a nessuno). I più spericolati ultrà con in tasca la tessera del cosiddetto Ordine dei giornalisti si lanciano in improbabili paralleli tra il caso Carige e la demoniaca Etruria e rimediano solo figure di palta, visto che la cornice dei due interventi non potrebbe essere più differente e normativamente lontana. Ma tant’è.

Alla disperata ricerca di spin da dare in pasto alle folle festanti ed ai piccoli lemming da social, per coprire alcuni problemini che si stagliano all’orizzonte, il buon Luigi Di Maio ha fatto la ola per i dati del suo ministero, che mostrano nel terzo trimestre un aumento delle stabilizzazioni a tempo indeterminato. Naturalmente, per Di Maio è stato il Decreto Dignità. Per la realtà, anche no.

Ieri la Cassa Depositi e Prestiti ha presentato il proprio piano industriale triennale, 2019-2021. Avremo tempo e modo di valutarlo, anche perché da quel piano non paiono essere esplicitate ipotesi di redditività. Quello che invece vorrei segnalarvi è che oggi il prestigioso vicepremier e bisministro, Luigi Di Maio, nel corso di una delle sue famigerate “dirette Facebook”, ha pensato bene di spiegare al Popolo sovrano e manovrato alcuni dettagli del piano industriale. Ovviamente con esiti comici, almeno per chi ancora riesce a ridere per gli sfondoni di questa gente.

Confesso che non è affatto semplice seguire la girandola di dichiarazioni quotidiane dei nostri due prestigiosi vicepremier, soprattutto quando si ha la fortuna di avere un lavoro. Tuttavia, mentre attendiamo di conoscere che diavolo di legge di bilancio uscirà dalla “interlocuzione” che il non meno prestigioso premier italiano ha in atto con la Commissione Ue, segnalo tre perle delle ultime ventiquattr’ore di Giggino Di Maio,  l’uomo che non perde mai occasione per chiudersi in un dignitoso silenzio e preservare il dubbio negli interlocutori.

In caso vi fosse sfuggito, ieri il vice premier e bisministro Luigi Di Maio ha illustrato le linee guida della riforma dei centri per l’impiego e del reddito di cittadinanza. Più o meno tutto come da attese, spunti comici inclusi. Resta da capire dove finisca l’ignoranza specifica sul funzionamento del mercato del lavoro e dove inizi la furbizia politica della ricerca della forma definitiva del voto di scambio.

di Vitalba Azzollini

Alcune brevi considerazioni sul caso Tap-Di Maio. La vicenda è nota: l’attuale responsabile del Mise afferma che il progetto Tap non può essere interrotto da parte dell’Italia a causa delle “penali” che si dovrebbero pagare, “penali” di cui egli sarebbe venuto a conoscenza solo di recente; il precedente responsabile del Mise, Calenda, sostiene invece che non ci sono “penali”, perché esse sono sempre tecnicamente legate all’inadempimento di un contratto, contratto che in questo caso non esiste.

Chiunque creda davvero che il prossimo 31 ottobre si giungerà alla definizione del nuovo assetto societario di Alitalia, se la faccia passare: il nostro prestigioso esecutivo, per mano e bocca del suo imprescindibile vicepremier e bisministro, Luigi Di Maio, sceglierà la via della proroga alla proroga. Ma nel frattempo è “divertente” assistere agli spasmi dialettici della nostra sovrana compagnia di giro.

Uno degli elementi costanti del pensiero magico che informa l’indefessa azione di questo prestigioso esecutivo è il principio del minimo risultato col massimo sforzo, in termini di inefficacia, inefficienza e costo per i contribuenti, meglio se quelli futuri. Un preclaro esempio di questo analfabetismo funzionale, che evidenzia la sproporzione grottesca tra obiettivi e strumenti, lo troviamo in relazione alla vicenda Alitalia.