Alitalia, vado pazzo per i piani industriali ben riusciti

Nella girandola di dichiarazioni sull’accecante futuro che attende gli italiani, stanno precisandosi (si fa per dire) i contorni della nuova cosiddetta gara per Alitalia, che avrà luogo in “settembre-ottobre”, secondo quanto detto dal ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Danilo Toninelli. Da precedenti dichiarazioni sappiamo che Alitalia tornerà ad essere “compagnia di bandiera con il 51% in capo all’Italia e con un partner che la faccia volare”. Ecco, a partire da queste due informazioni, proviamo a fare un po’ di fantascienza.

Il 51% “in capo all’Italia” che significa, esattamente? Imprenditori privati italiani oppure mano pubblica? Nel primo caso, la risposta è: “e chi sarebbero, costoro?”. Forse gente che di aerei non sa nulla, e che vuol mettere soldi in un altoforno puntando però ad ottenere benefici “alternativi” nei rispettivi ambiti aziendali. Non vi ricorda qualcuno? Tipo i capitani coraggiosi di dalemiana e berlusconiana memoria? Bravi!

Se invece quel 51% vuol dire soldi pubblici, ecco alcune alternative. Ad esempio, la Cassa Depositi e Prestiti. Sappiamo che la medesima, per statuto, non può operare su aziende in perdita ma il problema è agevolmente risolvibile: si fa una “nuova Alitalia” e la perdita (pregressa) “scompare” in una bad company a carico dei contribuenti (anche qui, déjà vu).

Se poi ci fossero ulteriori dubbi, basta creare un veicolo di investimento ad hoc, gemmato da CDP, che come tale non avrebbe quei vincoli statutari. Ricordiamo il caso dell’investimento di Poste Italiane in Alitalia, sulla base di alcune lisergiche “sinergie”, che non ha avuto alcun ostacolo statutario, perché a Poste non si applicano i vincoli di investimento di CDP. Quindi il problema dell’investimento pubblico non si pone.

Bene: ci siamo, sin qui? Ora la domanda più difficile: chi prende il restante 49%? Ancora una volta, ci sono due possibilità: la prima, che siano imprenditori che con il settore del trasporto aereo c’entrano una cippa. Ma se così fosse, servirebbe remunerarli per il patriottico disturbo. Anche qui, come? Sotto forma di dividendi, è la risposta più trasparente. Ma perché, voi vedete dividendi nel futuro a breve e medio termine della nuova Alitalia? Io no. In alternativa, con qualche omaggio incrociato a valere sul settore d’origine di questi coraggiosi imprenditori.

Ma c’è un’altra ipotesi, che esclude la precedente: serve un partner industriale, cioè un vettore. Ad esso dovrebbe andare quel 49%, non certo a soggetti non specialisti. Ipotizzando ciò, quale sarebbe il partner industriale che accetta di restare socio di minoranza in un vettore nazionale? Se a voi viene in mente qualcuno, fatemi un fischio.

Poi c’è la ricapitalizzazione: quanto servirebbe? Le cifre che si leggono in giro variano tra 3 e 4 miliardi, per investimenti sul lungo raggio (e non solo), ed oneri di ristrutturazione. Immaginate quindi una Lufthansa o altro vettore europeo che mette 1,5-2 miliardi per una quota di minoranza in una impresa che, anche in caso di successo travolgente (che non avverrà, tranquilli), non darà ritorni per molto tempo. Notevole, no? Ah, e poi ci sono i livelli occupazionali e l’unitarietà delle due componenti, aviation e handling, che devono restare uniti o muerte.

Il tutto, partendo dal mantra secondo cui serve investire pesantemente sul lungo raggio perché è lì che c’è la marginalità ricca. Certo, ma nel frattempo in quel segmento di offerta sta arrivando qualcun altro. Ohibò, e che faremo, se quel qualcuno dovesse aver successo, bruciando il terreno sotto i piedi della nuova Alitalia sovrana? Ah, saperlo. Ma basta attendere, per scoprire il nuovo fantasmagorico piano del governo felpastellato, quello che a chiacchiere sta rivoluzionando il paese. O almeno, le discussioni nei suoi bar.

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