Pensionati esentasse se reinsediati nel Mezzogiorno: attenzione ai colpi di sole

di Vitalba Azzollini

I governanti italiani mostrano spesso una incontenibile propensione a reputare che la realtà si conformi spontaneamente ai loro “desiderata” (tecnicamente: gli obiettivi perseguiti attraverso i loro atti normativi).  Non a caso, lasciano sostanzialmente inapplicata la disciplina in tema di analisi di impatto, convinti che l’intento ispiratore di un provvedimento basti a sancirne l’indiscutibile successo. E pure l’esecutivo del “cambiamento” non cambia tale vizio, pretendendo di ottenere risultati che, già a una primo esame sommario, appaiono ardui da conseguire: il riferimento, in questo caso, è alla misura che prevede dieci anni a zero tasse per i pensionati italiani o stranieri che trasferiscano la residenza fiscale in Sicilia, Sardegna o Calabria, prime tre regioni pilota, e ci vivano almeno sei mesi e un giorno all’anno.

L’intervento, annunciato con un tweet di Salvini a metà agosto, si propone di ripopolare le regioni del Sud, il cui “peso demografico (…) continua lentamente a diminuire”. Quali effetti ci si aspetta dall’intervento citato? Lo spiega Alberto Brambilla, consigliere economico dello stesso ministro:

«Calcoliamo in 600 mila le presenze aggiuntive in 3-4 anni nelle tre regioni per effetto dello sgravio. E un impatto quasi di uno a uno sull’occupazione locale. Non è detto poi che chi arriva non possa aprire piccole attività manifatturiere. Una famiglia media spenderebbe 20-25 mila euro l’anno. Già solo i connazionali espatriati con la pensione ‘in regime nazionale’, maturata qui ma incassata al lordo all’estero, sono 60 mila e dunque forse 120 mila, perché in coppia (…). Metà dell’Irpef che perdiamo per 10 anni, la recuperiamo con Iva e accise dai consumi»

Tutto a posto, quindi? Non proprio. Perché quella di Brambilla, più che un’analisi degli impatti, sembra una pagina del libro dei sogni. Per valutare gli effetti di una norma, non basta limitarsi a copiare un modello usato altrove con successo – ad esempio in Portogallo (“dal 2009, quando il governo portoghese decise di non tassare i redditi da pensione per attrarre stranieri.. l’1,5 per cento di Pil in più”) – auspicando che produca gli stessi risultati: serve un esame del contesto in cui quel modello verrà calato, nonché qualche dato per operare le comparazioni necessarie. Altrimenti, molto alto è il rischio che il successo non si riproduca uguale in un ambito diverso. Può dunque essere utile cimentarsi in questo esercizio – dato che il governo non pare averlo fatto – prendendo il già citato Portogallo come Paese di confronto.

Innanzitutto, una domanda: perché i pensionati del Nord o di Paesi esteri dovrebbero preferire il Sud ad altri luoghi ove pure potrebbero godere di un trattamento fiscale di favore? Salvini punta sull’appeal: “l’Italia è bella e piace”. Ma ciò potrebbe non bastare, in considerazione di ciò che è importante per la vita di persone anziane: i servizi sanitari, ad esempio, poiché con l’età aumentano gli acciacchi. Ebbene, secondo l’Euro Index Consumer Health 2017, non solo la sanità pubblica italiana si colloca al 20° posto su 35 paesi europei e in una posizione peggiore del Portogallo; ma le regioni del Sud, ove i pensionati dovrebbero trasferirsi per fruire dei benefici fiscali, come visto, sono sotto la media nazionale: quindi, il divario con il Portogallo è ancora più alto di quello che risulta dalla classifica generale.

Ma Brambilla ha pronta la soluzione: i Comuni che vorranno aderire al progetto del governo dovranno garantire “una serie di servizi ritenuti imprescindibili per l’inserimento nel programma, come la raccolta differenziata e un livello sanitario ‘in linea quelli di Emilia Romagna, Veneto e Lombardia’”. Brambilla pensa forse che la sanità del Sud possa essere rapidamente risanata così, per magia? Ma andiamo oltre.

Con l’invecchiamento diminuisce anche la mobilità fisica, e avvalersi dei trasporti offerti diviene indispensabile: al Sud essi sono migliori di quelli del Paese che si è preso a confronto, il Portogallo? Secondo il Quadro di valutazione dei trasporti dell’Unione europea (Transport Scoreboard 2016), la soddisfazione dei consumatori per i trasporti urbani in Italia è la più bassa d’Europa ed è tra le più basse per i trasporti ferroviari, oltre che peggiore rispetto a quella per i trasporti in Portogallo, come risulta dalla specifica comparazione. E persone anziane dovrebbero preferire posti dove avrebbero pure difficoltà ad arrivare, oltre che a muoversi, una volta arrivate?

I governanti che, mediante la misura indicata, auspicano una crescita del Pil hanno forse sbagliato iter logico: perché la situazione Sud “in termini di Pil, condizioni di salute o stato di povertà” dipende anche da una situazione infrastrutturale oltremodo carente. Dunque, sperare di portare anziani nel meridione, con l’intento di un aumento del Pil, ma non fare interventi preventivi su strade e trasporti, che gioverebbero di per sé al Pil (v. anticipazioni rapporto Svimez 2018 sull’Economia e la Società del Mezzogiorno), ma anche all’attrattività del meridione, sembra una strategia priva di coerenza.

E ai pensionati del Nord, che non volessero andare all’estero, converrebbe spostarsi al Sud? Basta leggere il report dell’Istat sulla valutazione della qualità dei servizi pubblici a seconda delle diverse aree geografiche per rendersi conto che alle agevolazioni fiscali si contrapporrebbe una realtà ben poco agevole per molti altri versi: ad esempio, l’offerta di posti letto in strutture sanitarie al Sud è meno della metà che al Nord; le irregolarità nel funzionamento del servizio idrico al Sud sono circa cinque volte superiori che al Nord; quanto al servizio elettrico, “la frequenza delle interruzioni nel Mezzogiorno è quasi tripla che nel Nord”; anche “la distribuzione territoriale dei servizi di Trasporto pubblico locale (Tpl) resta fortemente diseguale”, con valori al Nord “compresi tra il doppio e il triplo di quello medio del Mezzogiorno”.

Un’ultima considerazione. I benefici fiscali per gli anziani che si trasferiscano al Sud hanno, tra le altre cose, il fine di ripopolare le regioni meridionali, per far crescere così la loro economia: è la strada giusta? Il già citato rapporto dello Svimez induce qualche dubbio:

«Nel Mezzogiorno sono infatti più deboli le fonti di alimentazione della crescita della popolazione: sempre meno nati e debole contributo delle immigrazioni. Tutto ciò farà del Sud l’area più vecchia d’Italia e tra le più vecchie d’Europa: ci si attende che l’età media passi dagli attuali 43,3 anni (…) ai 51,6 anni nel 2065, ciò inevitabilmente riduce la popolazione in età da lavoro compromettendo le potenzialità di crescita del sistema economico»

Non serve aggiungere altro. Anzi sì: se – come finora esposto – si dubita molto che il progetto del governo riuscirà a conseguire i risultati voluti, non c’è alcun dubbio circa le entrate fiscali che, qualora un pensionato del Nord decidesse di trasferirsi al Sud, lo Stato perderebbe, senza avere alcuna certezza che esse verrebbero compensate da pari benefici in termini di crescita economica del meridione e dell’intero Paese.

Quella appena tracciata è una valutazione sommaria del contesto in cui la misura indicata andrebbe ad operare. Ma l’analisi di un provvedimento dev’essere più ampia, per giungere a definire, tra le diverse opzioni di intervento, quella migliore. Non è cosa facile, richiede uno studio accurato. Forse perciò i governi preferiscono slide, tweet, interviste e similari: studiare – come lavorare -stanca. E se “andrà molto peggio, prima di andare meglio”, sarà anche per questo.

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Ho riletto più volte, sopratutto la ricca documentazione di riferimenti e link che Vitalba inserisce puntigliosamente e scrupolosamente in ogni suo post, perché non volevo credere che qualcuno avesse davvero proposto di cannibalizzare il gettito fiscale interno, spostando pensionati tra regioni italiane. Ebbene, pare sia davvero così: una insolazione agostana, immagino e spero. Quanto invece ai pensionati stranieri ed ai nostri seniores expat che si vorrebbe far rientrare nelle regioni del Mezzogiorno, vista la povertà di dotazione infrastrutturale fisica, sanitaria e sociale di quelle regioni, forse l’esenzione Irpef andrebbe accordata agli attuali residenti, a titolo di indennizzo. Solo una battuta, ovviamente: ormai si ride e sorride per lottare contro la disperazione, che tuttavia sta lentamente avendo la meglio. La logica e il senso comune, in questo paese, pare abbiano ricevuto un Daspo (MS)

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