Il finto miracolo dei Paesi di Visegrad dipende soprattutto dall’auto

L’ostilità alla Ue si alimenta anche di questa illusione di dinamismo che invece è prova di debolezza

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

C’è soprattutto un motore, alla base della crescita economica dei paesi dell’Est Europa noti col nome di Gruppo di Visegrad, oltre al carburante di elevati sussidi provenienti dalla Ue: l’industria automobilistica. Nel 2017, infatti, Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria e Slovacchia hanno assemblato 3,1 milioni di veicoli, nuovo massimo storico ed il 35% in più rispetto a dieci anni addietro, secondo l’analisi dell’Economist Intelligence Unit.

I quattro paesi realizzano ormai quasi un quinto dei 17 milioni di veicoli prodotti annualmente in Ue, e la Repubblica Ceca ne è il leader, oltre ad essere il quinto paese produttore della Ue, con oltre 1,4 milioni di di auto assemblate lo scorso anno, con una progressione del 50% in un decennio. Ma in termini pro capite, Praga è al secondo posto nel mondo per auto prodotte, dietro la Slovacchia.

I quattro di Visegrad mostrano quindi una elevata dipendenza da un’unica filiera settoriale, visto che l’auto rappresenta ben un quarto della produzione industriale ed un quinto dell’export ceco, e addirittura un terzo in Ungheria. I paesi della regione sono saldamente inseriti nelle catene di fornitura tedesche, ma il loro favorevole posizionamento geografico e costi del lavoro ancora contenuti ne fanno la testa di ponte verso il nostro mercato continentale anche di produttori extra europei, come Hyundai in Repubblica Ceca.

Malgrado costi del lavoro in forte crescita relativa, anche a causa di profili demografici sfavorevoli, i quattro paesi restano attrattivi: in Ungheria, BMW costruirà il suo primo impianto da 150 mila veicoli e Mercedes amplierà le fabbriche esistenti, spostando parte della produzione tedesca.

La forte dipendenza manifatturiera di questi paesi dall’industria automobilistica in generale, e da quella tedesca in particolare è una evidente vulnerabilità, anche non considerando i crescenti rischi protezionistici: incoraggiare l’investimento diretto estero solo in ambiti di assemblaggio manifatturiero non pare essere la strada migliore per accrescere nel lungo periodo produttività e standard di vita.

Un indiretto riscontro a ciò si trova nella progressione relativamente lenta del reddito pro capite dei paesi del gruppo Visegrad: la Polonia è al 60% di Pil pro capite della media Ue e la Repubblica Ceca al 72% ma in recupero di solo il 7% dal 1989. I governi accrescono il salario minimo, i costruttori rispondono spingendo sulla robotizzazione.

Il nazionalismo e la crescente avversione agli investitori esteri da parte dei cittadini di questi paesi si alimentano anche di questo finto boom con lenta convergenza dei redditi alla media Ue mentre i governi locali, che non possono fare a meno di capitali esteri, riducono le imposte sulle aziende (l’Ungheria nel 2017 è scesa al 9%).

È la contraddizione di un gruppo di paesi che qualcuno in Italia si ostina a considerare modelli da seguire ma che sono in realtà esempi di vulnerabilità economica e dipendenza da capitali esteri.

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