Braccia donate all’agricoltura: tre figli, e sei subito imprenditore

di Vitalba Azzollini

“C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico…”. Questo sembra l’incipit più adeguato per introdurre il tema della misura elaborata dal cosiddetto governo del cambiamento: assegnare terreni pubblici a chi sia disposto a mettere al mondo il terzo figlio. La misura, che riecheggia note di epoche andate, è stata oggetto di molta ironia, e l’ironia è un’arma micidiale. Ma serve altro per dare adeguata rilevanza al fatto che l’elaborazione di ogni nuova norma – anche quella più campata in aria, come in questo caso – comporta dispendio di tempo e di risorse.

La regolamentazione è un’attività molto costosa e i suoi costi sono a carico dei contribuenti: anche per questo motivo essa va indirizzata a fini precisi, utilizzando i mezzi più efficaci. I mezzi previsti dalla norma in discorso possono dirsi coerenti con i fini perseguiti? La risposta è negativa, e per più di un motivo.

“Al fine di favorire la crescita demografica”, dice la bozza della legge di bilancio (art. 49), terreni agricoli di proprietà dello Stato non utilizzabili per altra finalità o siti in aree abbandonate o incolte del Mezzogiorno vengono assegnati in concessione gratuita per almeno vent’anni alle famiglie cui nasca il terzo figlio nel prossimo triennio (oppure alle società di giovani imprenditori agricoli che riservino una quota del 30% alle famiglie con il terzo figlio in arrivo nel triennio stesso). L’ubicazione dei terreni da assegnare rivela anche una seconda finalità perseguita dalla norma, cioè lo “sviluppo di aree depresse dal punto di vista socioeconomico”.

Innanzitutto, qualche considerazione sul tema. Nonostante l’ingente ammontare di fondi per incentivare la natalità stanziato lo scorso anno – bonus bebè (185 milioni), voucher asilo nido o baby sitting (40 milioni), bonus mamma domani (1,2 miliardi per il 2017-2018-2019), bonus asilo nido (250 milioni) – il calo demografico è continuato, e ciò produrrà pesanti conseguenze negli anni a venire. La strada da seguire per invertire la tendenza era chiara sin dai tempi di chi aveva promesso quei “mille asili in mille giorni” che – favorendo una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, con una migliore conciliazione della vita familiare e lavorativa – avrebbero indotto l’effetto di aumentare le nascite nel Paese, come dimostrato da studi sull’argomento: invece, la copertura di servizi per l’infanzia è rimasta insufficiente.

Di quei mille asili si sono perse le tracce, e da essi il nuovo governo avrebbe potuto ripartire. Ma questo è il governo del cambiamento, dunque doveva cambiare slogan: terreni a chi fa il terzo figlio. Ciò potrà incentivare le nascite? La risposta mette quasi in imbarazzo, perché non solo non si rinvengono evidenze atte a comprovare un tale effetto, ma sembra proprio mancare una qualche correlazione fra la scelta di mettere al mondo un figlio e l’assegnazione di un terreno incolto: vale a dire un appezzamento che, prima di produrre reddito e, quindi, risorse con cui mantenere il terzo figlio, richiederà tempo, impegno e denaro.

Ma anche andando oltre il fattore di incentivazione, la valutazione dell’efficacia della norma non cambia. Pur ammettendo che la concessione di un terreno abbandonato possa indurre ad incrementare la prole, le condizioni a cui tale concessione è subordinata difficilmente potranno essere soddisfatte dal medesimo soggetto. Infatti, apparentemente è uno solo il requisito indicato dalla legge, cioè il “terzogenito” in arrivo: di fatto, chi intenda fruire dei benefici previsti – cioè farsi carico per almeno vent’anni di un terreno incolto ricevuto dallo Stato – dovrà non solo avere già due figli e volerne un terzo, ma anche disporre di un sufficiente know how per condurre un’attività agricola.

E a tale fine non bastano inclinazioni bucoliche o esperienze di giardinaggio – come forse il legislatore pensa – ma servono specifiche capacità imprenditoriali, oltre all’esperienza nel settore. Ebbene, quanti soggetti in Italia sarebbero oggi in possesso dei citati requisiti, il legislatore se l’è chiesto? E tali soggetti rappresentano un numero tale da poter determinare un’apprezzabile incidenza sulla percentuale delle nascite nel Paese, mettendo al mondo un figlio? Se ne dubita molto.

Detto questo, la misura in discorso potrà almeno favorire lo sviluppo socio-economico delle aree rurali, obiettivo non dichiarato espressamente, ma comunque presente, come accennato? Si dubita molto anche di questo. Non è una cattiva idea concedere a soggetti privati un enorme patrimonio infruttuosamente nelle mani dello Stato: il valore dei terreni di proprietà statale viene stimato in 9,9 miliardi e molti di essi sono abbandonati o sottoutilizzati, anche perché l’agricoltura non può certo considerarsi compito precipuo di pubbliche amministrazioni. Come detto, affinché quei terreni siano utilizzati al meglio e la norma possa così conseguire almeno uno dei fini auspicati – lo sviluppo delle aree in cui quei terreni sono siti e, al contempo, la crescita dell’intero Paese – è necessario che essi vengano rilevati da imprenditori agricoli capaci e innovativi. Peccato che a tali imprenditori la norma richieda anche di essere in attesa del terzo figlio.

È evidente l’irrazionalità del meccanismo: il requisito del terzogenito in arrivo, previsto per incentivare una natalità che non sarà aumentata attraverso la concessione di un terreno incolto, si tradurrà in un intralcio al conseguimento del secondo obiettivo, lo sviluppo del territorio, che in mancanza di tale requisito avrebbe avuto qualche possibilità di essere raggiunto. In altri termini, un obiettivo impossibile da conseguire, perché scollegato dalla misura che dovrebbe favorirlo, ostacolerà il conseguimento di un altro obiettivo cui, invece, quella misura è funzionalmente collegata.

Qui siamo oltre la valutazione del disegno normativo, oltre le dinamiche della regolamentazione, oltre i principi di better regulation: qui siamo all’assurdo. La frequente confusione del legislatore fra mezzi, fini e risultati raggiunge l’apoteosi in questo caso. Ma forse al legislatore non interessa essere coerente e, quindi, specificamente, valutare ex ante che la disposizione si traduca in un effettivo incentivo alle nascite o alla crescita di certe aree del Paese. Al legislatore probabilmente importa solo dimostrare un qualche attivismo: poi ci sarà sempre un evento esterno cui egli attribuirà la funzione del granello di sabbia che non ha fatto funzionare l’ingranaggio e impedito il prodursi degli effetti virtuosi che erano stati immaginati. Che poi quel granello di sabbia fosse un macigno visibile sin dall’inizio verrà considerato solo un inutile dettaglio.

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A me pare che questa surreale proposta sia il Frankenstein che giustappone le due anime di questa maggioranza: da un lato, le politiche nataliste (“per non aver più bisogno di immigrazione”); dall’altro, le suggestioni di decrescita felice che si materializzano nell’economia di autoconsumo. Ma è oniricamente suggestiva anche questa scintilla che farebbe scoccare l’imprenditorialità alla generazione del terzo erede, quasi una epifania. E noi poveri illusi, che ancora cerchiamo l’analisi di impatto, persino dall’esecutivo che ha innalzato alla gloria degli altari(ni) quella “costi-benefici”, a patto che gli esiti siano favorevoli alle loro tesi, s’intende. Un giorno, servirà imporre ai legislatori il test per l’assunzione di sostanze psicotrope. (MS)

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