Immigrazione: un’emergenza fatta in casa

di Vitalba Azzollini

La Giunta per le immunità si è espressa sul caso Diciotti, come ormai noto. Uno degli argomenti più utilizzati per motivare il voto favorevole al ministro Matteo Salvini è stato quello secondo cui i politici non vanno contrastati con mezzi giudiziari. Si tratta di un argomento la cui logica è fallace. Infatti, chi era chiamato a decidere sulla domanda di autorizzazione a procedere non votava per impedire o favorire l’ingerenza della magistratura in una qualche scelta programmatica dell’esecutivo; bensì per valutare se il trattenimento a bordo dei migranti – cioè la privazione della libertà personale – fosse avvenuto “per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico”, in base alle deduzioni del Tribunale dei Ministri.

Comunque sia, il voto è stato dato e Salvini non sarà processato. Non si intende esaminare la questione in punto di diritto, ma rilevare che la decisione della Giunta costituisce una sorta di “legittimazione” delle attuali politiche in tema di immigrazione: quindi, può essere letta come un benestare per il ministro ad andare avanti.

Di quali politiche si tratta? Innanzitutto, di quelle ispirate a un intento “ostile” verso gli stranieri, occultato da slogan confezionati ad arte. Ad esempio, le dichiarazioni del ministro dell’Interno a favore degli immigrati che lavorano e pagano le tasse sottacciono il fatto che l’esecutivo ha aumentato gli oneri a loro carico, dal contributo per l’acquisizione della cittadinanza italiana passato da 200 a 250 euro (con 16 euro di marca da bollo) all’imposta pari all’1,5% delle somme di denaro inviate a Paesi non comunitari (imposta sui money transfer, dichiarata di recente dall’Antitrust “ingiustificatamente discriminatoria“).

Ancora, le dichiarazioni di “amicizia” verso gli stranieri che risiedono legittimamente nel Paese contrastano con il percorso a ostacoli per il riconoscimento della cittadinanza italiana stabilito dal decreto sicurezza, che eleva da due a quattro anni il termine per la conclusione dei  relativi procedimenti (senza disporre alcuna conseguenza in caso di superamento del termine) e prevede un termine di sei mesi per il rilascio di estratti e certificati di stato civile funzionali a detto riconoscimento (estratti e certificati che, invece, agli italiani vengono dati a vista).

A ciò si aggiunga che il governo sta provando a complicare per gli immigrati anche l’ottenimento del reddito di cittadinanza, obbligandoli a produrre una “apposita certificazione rilasciata dalla competente autorità dello Stato estero, tradotta in lingua italiana e legalizzata dall’Autorità consolare italiana”, relativa alla composizione del nucleo familiare e ai requisiti reddituali-patrimoniali, nonostante le difficoltà anche economiche che per loro ciò comporta.

Parimenti, l’affermazione secondo cui “in Italia i profughi veri arrivano in aereo” nasconde la circostanza che solo un numero irrisorio di richiedenti asilo può entrare regolarmente in Italia attraverso i corridoi umanitari, mentre a molte altre migliaia non resta che arrivare via mare o via terra. Peraltro, oggi sostanzialmente mancano canali di migrazione regolare anche per lavorare, poiché lo strumento del decreto flussi è stato progressivamente depotenziato: ciò sembra paradossale, considerato il beneficio netto apportato dagli immigrati che lavorano regolarmente nel Paese. Essi versano ogni anno 8 miliardi in contributi e ne ricevono 3 in pensioni e altri contributi sociali, con un saldo netto di circa 5 miliardi per le casse dell’Inps, come spiegato dall’ex presidente Boeri.

Infine, l’atteggiamento ostile verso gli immigrati si rinviene in alcune disposizioni del decreto sicurezza, che – già solo per aver associato insicurezza a immigrazione – è una sorta di manifesto giuridico delle politiche salviniane. Basti pensare alla norma per cui se lo straniero che ha presentato domanda di protezione internazionale viene condannato in primo grado o anche solo denunciato per taluni reati, la Commissione territoriale può rigettare la sua domanda, nonostante il  principio di non colpevolezza richiederebbe una sentenza definitiva di condanna (art.  27, c. 2, Cost.); o alla norma secondo la quale allo straniero condannato in via definitiva per alcuni reati gravi viene revocata la cittadinanza, con evidente discriminazione (art. 3 Cost.) tra il cittadino italiano per nascita – cui la cittadinanza non viene revocata per i medesimi reati – e chi abbia acquisito la cittadinanza in modo diverso.

Quelli appena forniti sono solo alcuni dei tasselli che compongono le politiche in tema di immigrazione, delle quali la “chiusura dei porti” (pur in assenza di un atto formale che le disponga) rappresenta l’emblema: perché nello storytelling di Salvini tale chiusura diventa funzionale a fermare una “invasione” di migranti. Ma dato che l’invasione non esiste (nel 2018 gli sbarchi si sono ridotti di circa l’80%), per continuare a “narrare” l’emergenza migranti il ministro li crea “in casa” con il decreto intitolato alla sicurezza, rendendo irregolari molti di quelli che prima di esso risiedevano legittimamente nel Paese. E se già la valutazione ex ante dei suoi impatti suggeriva questa conclusione, la verifica ex post del suo funzionamento ne fornisce conferma. Vediamo come.

Era stato previsto che se l’Italia avesse mantenuto tutti e tre i livelli di protezione esistenti (status di rifugiato, protezione sussidiaria e protezione umanitaria), tra giugno 2018 e dicembre 2020 gli irregolari sarebbero aumentati di circa 60.000 unità. Ma poiché il citato decreto ha eliminato la “clausola aperta” di protezione umanitaria (sostituita dalla possibilità di concedere un permesso di soggiorno temporaneo per casi speciali) e, quindi, anche la eventuale proroga dei relativi permessi, era stato ipotizzato che al numero indicato nello scenario di base potessero aggiungersi ulteriori 70.000 irregolari.

Ebbene, da giugno (non si dimentichi che la circolare del ministero dell’Interno del luglio scorso dava una prima stretta ai riconoscimenti di protezione umanitaria) circa 45.000 nuove persone hanno ottenuto un diniego alla loro richiesta d’asilo: pertanto, si tratta di ulteriori soggetti illegalmente presenti sul territorio italiano. Ma meno di 5.000 migranti irregolari sono stati rimpatriati. Dunque, in Italia oggi ci sono almeno 40 mila irregolari in più.

Ma andiamo oltre. A luglio Salvini aveva detto che “l’Italia ha un pregresso di 500mila clandestini” e che, se non si fosse riusciti a espellerne più di 10 mila l’anno, sarebbero serviti 50 anni per rimandarli in patria: a che punto è con i rimpatri? “Mentre il dato sugli sbarchi viene aggiornato quotidianamente sul sito del ministero dell’Interno, per reperire quello sui rimpatri è stato necessario contattare il Viminale. (…) i rimpatri eseguiti nel 2018 (6820 secondo i dati forniti dal Ministero) non sono stati molto superiori a quelli relativi al 2017 (6514). Anche se la media del secondo semestre 2018, circa 600 rimpatri al mese, venisse mantenuta, si resterebbe ben al di sotto dei 10mila annuali”. Dunque, come qualcuno ha ipotizzato ex ante, per rimpatriare tutti gli irregolari sarebbero necessari 90 anni, a questi ritmi.

In conclusione, è più chiaro ora come Salvini sta fabbricando l’emergenza migranti? Ha acquisito consensi elettorali promettendo di fermare gli sbarchi; ha inquadrato le proprie politiche nella cornice del decreto immigrazione-(in)sicurezza; dato che un’emergenza immigrazione non esiste, ha usato quello stesso decreto per creare nuovi irregolari, senza che a ciò si accompagnasse un sostanziosamente maggiore numero di rimpatri; in questo modo ha confezionato artificialmente un’emergenza per la quale continua a far credere che la “chiusura dei porti” risolve tutto. Il circolo è vizioso e si torna al punto di partenza: cioè alla pronuncia della Giunta che, “legittimando” i porti chiusi, vuole dare credibilità all’intero storytelling del ministro, consentendo di perpetuarlo.

Il meccanismo è “geniale”, ma qualcuno dell’opposizione potrebbe provare a smontarlo o almeno a mettere un po’ di sabbia tra gli ingranaggi. L’impressione è, invece, che si voglia attenderne il logoramento naturale. Attenzione, prima che sia troppo tardi.


Mentre l’economia del paese sta progressivamente marcendo, Salvini tenta di distrarre l’attenzione con i temi securitari sull’immigrazione, in attesa che il M5S perda pezzi o più propriamente si squagli, ed il suo elettorato venga in parte drenato dalla Lega. La creazione di un’emergenza artificiale, come ben descritto da Vitalba, è centrale a questa strategia. Il problema è che, con questo tipo di narrazione, serve alzare la posta di continuo. Quindi mi aspetto che, all’ulteriore deterioramento delle condizioni economiche, dopo l'”ostilità amministrativa” che è già stata avviata, ascolteremo e leggeremo di immigrati che devono lasciare il posto di lavoro agli italiani, e via di questo passo. Cosa può fare l’opposizione, in un contesto del genere? Non lo so, sinceramente. Forse tenere l’equilibrio e cercare di non farsi travolgere dalla gigantesca operazione di odio che sta venendo inoculato nella società italiana e che causerà danni permanenti, soprattutto se la situazione economica non si risolleverà. Quello che però è certo, è che lo status quo ante non potrà essere restaurato. E alla fine sull’immigrazione saremo passati da alcuni eccessi del passato ad uno di segno opposto, abnorme e patologico. (MS)

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