Nominalmente incravattati

Oggi Istat ha pubblicato il consuntivo 2018 dei conti pubblici. Il commento di sintesi è che non sono bei numeri ma che ci sono ampi margini per fare peggio. Attenzione agli spin bacati della propaganda di regime, mi raccomando.

Ad esempio, il rapporto deficit-Pil finisce il 2018 al 2,1%. A questo punto, trombettieri e corifei vi diranno subito che “nel 2017 era 2,4%, è andata meglio!”. Se non fosse che l’unico confronto che interessa, guardando avanti e non indietro, è quello relativo alle stime governative. Di questo governo, per essere precisi. E quelle stime prevedevano di finire l’anno con deficit-Pil a 1,9%. Quindi c’è uno scostamento sfavorevole dello 0,2%.

Ma anche sull’altro rapporto, quello cruciale per eccellenza, cioè tra debito e Pil, le cose sono andate peggio. Il governo (Conte) pensava di finire il 2018 al 131,7%, in peggioramento di 4 decimi di punto rispetto al 2017 (Gentiloni). E invece, finiamo a 132,1%, con uno scarto negativo di 0,4%.

Che sarà mai, direte voi? Beh, intanto possiamo dire che, se il 2019 si svolgesse esattamente come previsto dall’attuale governo, avremmo un deficit al 2,2 % del Pil anziché al 2% previsto dal governo, e il debito al 131,1% invece che al 130,7%.

Ma non bisogna mai scordare che questo governo ha scritto sulla sabbia che il Pil 2019 crescerà in termini reali dell’1%. Che al momento appare traguardo piuttosto improbabile. C’è da dire che il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha costruito i numeri della legge di bilancio in modo nel complesso prudente. Ad esempio, le entrate pubbliche sono state previste secondo uno scenario di crescita inerziale reale dello 0,6%, cioè non tenendo conto dell’impulso espansivo (sic) di Quota 100 e reddito di cittadinanza.

In questo caso (crescita reale allo 0,6%), secondo l’economista di Banca IMI Paolo Mameli, il deficit-Pil andrebbe al 2,2%, e sarebbe rettificabile di 0,1% circa usando i due miliardi di tagli di spesa accantonati dopo il negoziato con la Commissione Ue. Ma con una crescita reale allo 0,6% le cose andrebbero decisamente peggio per il più rilevante rapporto debito-Pil, che secondo l’economista di Banca IMI salirebbe a 132,5%. Se poi la crescita fosse zero, il deficit salirebbe al 2,4% del Pil ma il debito-Pil toccherebbe il 133,5.

Ma quest’ultimo numero include le fantasmagoriche “privatizzazioni”, pari quest’anno a ben un punto percentuale di Pil. Interessante quindi notare che, in questo scenario, avremmo un deficit confortevolmente inferiore alla “soglia Maastricht” del 3%, ma un debito che continua a crescere, rischiando di avvicinarsi al 135%.

Ovviamente, in questo caso avremo un discreto numero di somari eletti che raglieranno che “siamo lontani dal 3% di deficit, non rompeteci le scatole”. Oppure la variazione sul tema, che sarebbe “ma siamo in avanzo primario da oltre vent’anni, che volete da noi?”. Peccato che l’avanzo primario non sia una raccolta a premi e non faccia vincere bamboline ma serva a compensare il fatto che il Pil nominale non cresce in misura sufficiente.

Ma tutte queste stime potrebbero anche essere ottimistiche. Sapete perché? Perché la crescita nominale esangue resta la maggiore minaccia per il nostro paese. Il 2018 si è chiuso con un Pil nominale cresciuto di un patetico 1,7%. Con un costo medio del debito che ormai supera il 3%, l’andamento del rapporto di indebitamento si autoalimenta e incravatta il paese. E pensare che, nella Nota di Aggiornamento al DEF, dello scorso 27 settembre, si stimava una crescita del Pil nominale per il 2018 del 2,5%, mancato clamorosamente, e per il 2019 di ben il 3,1%. Bei tempi.

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