Niente bail-in, siamo italiani

Nel nostro paese è ufficialmente in corso un’offensiva contro le norme europee relative al bail-in. Per il momento, si tratta di un’offensiva immaginaria, nel senso che la revisione della disciplina di risoluzione delle banche in dissesto non appare in cima né all’agenda europea né a quelle dei singoli paesi dell’Unione. Ma tant’è. E dopo il sindacato dei banchieri, anche Banca d’Italia torna a far sentire la propria voce.

Lo fa con un intervento pubblico del suo capo della vigilanza, Carmelo Barbagallo, sul tema “crisi e regolamentazione finanziaria: cambiamenti e prospettive“. Dopo ampio excursus storico di quanto accaduto alle banche dopo la Grande Recessione, Barbagallo pone a preambolo della trattazione il fatto che il nostro paese abbia destinato ai salvataggi pubblici di banche assai poche risorse rispetto ad altri.

Ottimo, e quindi? Questa mi pare la reiterazione dell’altro tormentone italiano, quello dell’avanzo primario che dura da lustri e che dovrebbe permetterci di ritirare una qualche sorta di premio europeo. Ma è una assoluta fallacia, oltre che un autoinganno.

L’Italia aveva capacità fiscale per salvare il proprio sistema bancario? Semplicemente, no. Certo, avremmo potuto fare come la Spagna, che ha ottenuto un prestito comunitario fino a cento miliardi di euro, e ne ha tirati una quarantina, per mettere in sicurezza il proprio sistema bancario devastato dallo scoppio della bolla immobiliare e da pratiche clientelari dei banchieri.

Ma non abbiamo ritenuto di farlo perché questo ci avrebbe costretti, come la Spagna, ad un memorandum ed al controllo esterno sui nostri conti e le nostre policy. Chi è causa del suo mal, eccetera eccetera. Quindi questa continua rivendicazione di “virtù” fiscale, che semplicemente era (ed è) vincolo di realtà, fa sorridere. Si fa per dire.

Premesso ciò, Barbagallo apre il cahier de doléances. Che inizia con i “vincoli stringenti” ai salvataggi pubblici di banche, imposti dalla Commissione:

Nel frattempo la Commissione europea aveva introdotto (con una “comunicazione” dell’agosto 2013) vincoli stringenti ai salvataggi pubblici nel settore bancario, comprendendo sorprendentemente tra i “possibili” aiuti di Stato anche gli interventi alternativi al rimborso dei depositanti effettuati dai fondi nazionali di garanzia dei depositi, in base a una valutazione da fare caso per caso. È questo un passaggio fondamentale, in quanto da quel momento in poi gli aiuti di Stato verranno ammessi solo dopo il coinvolgimento degli azionisti e dei sottoscrittori di obbligazioni subordinate nell’assorbimento delle perdite (burden sharing).

Questo assetto non piace agli italiani, che pensavano invece di poter continuare a salvare banche dissestate usando le risorse del sistema bancario, cioè del Fondo interbancario di tutela dei depositi. Una posizione che ignorava e continua ad ignorare il rischio di contagio ai danni di tutto il sistema creditizio. E già questo sconcerta, per miopia. Oltre a puzzare di disperazione.

Barbagallo prosegue lamentando che la messa in sicurezza regolatoria del sistema bancario europeo avrebbe causato effetti pro-ciclici, frenando la concessione di credito. Possibile, anzi probabile. Ma che alternative c’erano? Nessuna, temo. Soprattutto per un sistema bancario come quello italiano, che ha passato lustri a nascondere sotto il tappeto i danni di politiche di erogazione del credito su base relazionale, per usare un delicato eufemismo, e che al mutare dell’habitat esterno si è trovato a rischio sopravvivenza.

E veniamo alla prima, grande disfunzionalità delle regole europee, almeno secondo la Banca d’Italia: la presunta assenza di “proporzionalità” nelle richieste della vigilanza. Sostiene Barbagallo:

Pur con alcune eccezioni, il legislatore europeo ha adottato di fatto un approccio del tipo “one-size fits all“, per cui gli standard di Basilea – nonostante avessero come destinatari privilegiati le banche attive a livello internazionale – si applicano in modo uniforme a tutte le banche e imprese di investimento, indipendentemente dalla loro dimensione o livello di interconnessione. A sua volta il supervisore europeo, pur lasciando margini di autonomia alle autorità di vigilanza nazionali sulle banche less significant, tende a far convergere anche su tale tipologia di banche le regole applicate alle banche significant. Negli Stati Uniti e in Giappone è stato viceversa più spinto il tentativo di adeguare gli standard internazionali alla struttura del sistema bancario domestico, dando maggior rilievo alle diversa impronta sistemica delle banche.

In pratica, avremmo banche minori che andrebbero trattate in modo differente da quelle grandi. Può essere. Ma una domanda sorge spontanea: come trattare il dissesto delle banche minori? Forse creando cordate di consorelle per i salvataggi, mettendo una pietra al collo del sistema? Perché il dissesto resta dissesto, a prescindere dalle dimensioni. E le politiche di credito delle realtà locali sono esattamente quelle che spesso hanno privilegiato l’aspetto relazionale alla effettiva valutazione del merito di credito degli affidati.

Viene fatto l’esempio di Stati Uniti e Giappone, che sulle proprie banche minori allentano il rigore su liquidità e leverage. Pare che questo sia il desiderio di Bankitalia anche per noi. Anche qui, non sono certo che sarebbe un toccasana. La nostra storia dimostra che i minori vincoli tendono a tradursi in maggiore “svagatezza” da parte dei banchieri. Se Banca d’Italia tenesse maggiormente a mente questo punto, forse potrebbe elaborare in modo più efficace, anziché limitarsi a chiedere applicazioni analogiche di altre giurisdizioni ed altre culture.

Sulle spalle delle banche minori graverebbe quindi un eccesso di onere regolatorio, secondo Bankitalia. Questa presunta omogeneità o “mancata proporzionalità” delle norme finirebbe a creare un rischio di concentrazione, niente meno:

Il rischio paventato è che una insufficiente proporzionalità delle regole induca una eccessiva concentrazione del mercato in pochi grandi gruppi bancari e vada a scapito delle banche medio/piccole, destinate ad avere un peso marginale e a rinunciare al proprio ruolo di supporto al territorio.

Ah, il territorio! In suo nome si sono compiute porcate inenarrabili, in questo paese, sin quando l’habitat esterno è mutato, divenendo ostile. Troppi oneri alle banche locali in termini di liquidità, leverage e compliance rischiano di aumentare la concentrazione del settore bancario, e quindi inaridire il flusso di credito sui leggendari “territori”? Fatemi capire, allora: dopo la scomparsa di Popolare Vicenza e Veneto Banca, aziende e famiglie venete stanno vivendo un drammatico credit crunch perché Intesa Sanpaolo e le altre banche nazionali presenti sarebbero incapaci di comprendere le “specificità” del territorio? Davvero? Ne siamo sicuri? E comunque, Banca d’Italia non era quella che sosteneva la necessità di ridurre la frammentazione del nostro sistema creditizio? Mi sono perso qualcosa?

Veniamo al capitolo del bail-in. Che è quello su cui si concentra la critica italiana. Qui Bankitalia è del tutto allineata all’Abi (e viceversa), ed argomenta:

L’entrata in vigore, nel 2016, del bail-in – ben più ampio del burden sharing previsto dalla citata “comunicazione” della Commissione europea del 2013 – è stata affrettata, in quanto ha preceduto di molto un suo essenziale presupposto di funzionamento, ossia la costituzione da parte delle banche di una dotazione di passività idonee ad essere assoggettate a riduzione o conversione in nuovo capitale nell’ambito della procedura di risoluzione (MREL), preferibilmente detenute da investitori professionali consapevoli delle possibili conseguenze in caso di dissesto.

Ora, qui pare che il problema del bail-in sia l’assenza di passività sacrificabili ad esso, in caso di risoluzione. Ma in Italia, queste passività sacrificabili si sono rivelate essere le obbligazioni subordinate delle banche, piazzate a chiunque da parte di gruppi di controllo squattrinati, che si sono trovati a dover rafforzare il capitale a causa dell’aumento di sofferenze. I nodi al pettine, in pratica. E il soggetto restò calvo.

E come scordare che furono il legislatore ed i vigilanti, in prima linea la Banca d’Italia, ad accettare lo status quo di gruppi di controllo senza soldi, costretti ad emettere passività subordinate per evitare il peggio? Bankitalia non risulta essersi opposta, ma forse neppure avrebbe avuto le forze per farlo. Quindi meglio sarebbe fare autocritica. E anche qui, ribadisco: l’Italia ha avuto la cattiva sorte di trovarsi presa in contropiede dal mutamento delle norme, cioè dal famoso habitat divenuto ostile ed inospitale.

Che alternative avremmo avuto? Organizzare delle belle cordate di banche per salvarne altre irrimediabilmente condannate? Questa cosa mi ricorda le tesi no-euro: se solo potessimo stampare, non saremmo in questa condizione. No, figlioli, lo sareste comunque, e anche peggio. Molto peggio.

Arriviamo quindi all’affondo di Bankitalia: in assenza di passività sacrificabili al bail-in,

[…] il bail-in è pressoché inapplicabile e “rischia di minare la fiducia nelle banche e generare instabilità”. Questa situazione di difficoltà applicativa è destinata a durare nel tempo, posto che il termine per la piena entrata a regime del MREL è stato fissato al 2024.

Quindi, vediamo: servono investitori istituzionali ricompensati per prendersi il rischio di sottoscrivere le passività bancarie sacrificabili in caso di bail-in. Ma questo compenso costerebbe molto, evidentemente: tanto più quanto è vicina l’ipotesi di risoluzione.

Oggi le nostre banche hanno due gravi problemi, dal versante del funding. Il primo è la scadenza dei prestiti Bce a tasso stracciato, i TLTRO; ma qui si spera di essere graziati dalla Bce con una nuova “offerta”, a breve. L’altro è il pesante fabbisogno di passività “sacrificabili” ai fini di bail-in da emettere entro i prossimi cinque anni. E qui non si sa davvero che fare.

Barbagallo tace sul fatto che ci sono paesi, come la Germania, in cui con un tratto di penna si sono resi sacrificabili addirittura i bond senior. Certo, l’operazione è costata poco perché il sistema bancario tedesco è molto lontano da rischi di dissesto. Quindi servirebbe forse farsi qualche domanda sulle radici dell’elevato rischio di sistema che persiste in Italia.

E Banca d’Italia tace anche e soprattutto sul fatto che il nostro sistema bancario è una bomba innescata perché strapieno di titoli di stato italiani. Altro che bail-in “inapplicabile” e “rischi per la stabilità del sistema finanziario”! Il vero rischio alla stabilità del sistema finanziario è il nesso banco-sovrano, cioè la quantità patologica di Btp in pancia alle banche italiane. Eppure, si continua a criticare la Germania per non voler portare avanti una unione bancaria dove si finirebbe a mutualizzare il rischio Italia, ponendolo in capo ai contribuenti degli altri paesi. Voi che direste, a scenario invertito?

Ma che vuole, quindi, Bankitalia? Posso solo azzardare un’ipotesi: vuole un “aiutino” da parte della Commissione ad emettere le passività a fini MREL delle banche italiane. E in che modo? Azzardo: consentendo alle banche di emettere tali passività contando sulla garanzia statale.

Sto esagerando? Me lo auguro. Ma pensate ad uno scenario del genere: le banche emettono bond “bailinabili” con garanzia dello Stato italiano, pagando il tasso di rischio sovrano più quello “di mercato”, cioè il valore del credit default swap su di esse. Quest’ultimo per molte di loro già oggi è elevatissimo, ma l’accrocchio servirebbe a poter emettere “spacchettando” rischi e costi, mentre oggi emettere direttamente rischia di essere precluso o proibitivamente costoso.

E che accadrebbe, in caso di successivo dissesto della banca? Che quei bond sarebbero azzerati, ma i loro possessori potrebbero andare dal Tesoro a chiederne il rimborso integrale. A voi sembra una cosa fattibile? No, vero?

C’è troppo rigore sugli aiuti di Stato, in Europa? Può essere. Di certo, non ce ne sarebbe mai abbastanza, davanti ad una ipotesi del genere. Meglio, molto meglio, chiedere un prestito al fondo ESM e fare come ha fatto la Spagna anni addietro. Questa è la dura realtà, e non vi si sfugge.

Continuare a proclamare la presunta “diversità” italiana rispetto al resto d’Europa e del mondo non porterà ad alcun lieto fine. L’unico vero “eccezionalismo” italiano risiede nella nostra inadeguatezza ad adattarci al mutamento dei contesti esterni. Ed avere una cosiddetta classe dirigente che sprona il popolo a chiedere di fermare il mondo per poter scendere.

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