Fondi di garanzia. Di contagio

Torniamo sulla vicenda della sentenza del Tribunale Ue che ha definito legittima la ricapitalizzazione di Tercas per mano del Fondo interbancario di tutela dei depositi. Come ho già scritto nel commento a caldo, poche cose eccitano la fantasia di un popolo affetto da vittimismo quanto una narrazione di controfattuali. Ed infatti, da due giorni, è tutto un florilegio di recriminazioni, richieste di euro-dimissioni, minacce di risarcimenti miliardari. Tutto secondo il canovaccio dell’attacco al povero paese che galleggia nel Mediterraneo.

Ieri abbiamo avuto una giornata di rimpalli di accuse tra la commissaria Ue alla concorrenza, Margrethe Vestager, e la Banca d’Italia su chi ha detto e fatto (od omesso) cosa. Oggi, molto opportunamente, un articolo di Gianluca Paolucci su La Stampa rimette a posto la scansione temporale che era peraltro già nota ed immortalata nel carteggio pubblico tra Italia e Commissione.

Come ho segnalato, la Commissione aveva già suggerito che non si sarebbe opposta ad uno schema “volontario” per salvare le quattro banche. E questo è il punto fermo di tutta la vicenda. E allora, perché non si intervenne prima? I tempi divennero improvvisamente strettissimi a causa delle condizioni molto serie della più grande delle quattro banche: Banca delle Marche.

Ma per caso Banca delle Marche è caduta vittima di un’agguato dei poteri forti europei, che l’hanno portata a morte nel giro di pochi giorni, il 22 novembre 2015? Pare di no:

Inizialmente la Banca d’Italia, con provvedimento del 27 agosto 2013, aveva disposto la sospensione, in via temporanea, degli organi con funzioni di amministrazione e controllo di Banca delle Marche, ai sensi dell’articolo 76 del Testo Unico Bancario, per le gravi perdite patrimoniali e le gravi irregolarità amministrative dell’istituto, visto che il bilancio del primo semestre 2013 ha chiuso con una perdita di 232 milioni di euro dopo la perdita 2012 di 526 milioni di euro. Con il citato provvedimento sono stati nominati quali commissari della banca i sigg. dott. Federico Terrinoni e rag. Giuseppe Feliziani che si sono insediati il 30 agosto 2013.

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con Decreto del 15 ottobre 2013, ha disposto, su proposta della Banca d’Italia, lo scioglimento degli organi con funzioni di amministrazione e controllo di Banca delle Marche, e la sua sottoposizione alla procedura di amministrazione straordinaria ai sensi dell’art. 70, comma 1, lett. a) e b) e dell’art. 98, commi 1 e 2, lett. a) del Testo Unico Bancario, al fine di proseguire l’opera di risanamento incominciata dai commissari ed avviare la patrimonializzazione della banca per 400 milioni di euro.

Avete visto le date? Due anni prima della risoluzione. Chi ha seguito la vicenda, anche per motivi professionali, come il sottoscritto, ricorda ancora perfettamente le rassegne stampa che per due anni hanno narrato di leggendarie “cordate di imprenditori locali” pronte a farsi avanti pur di non mutilare “il territorio” della sua imprescindibile banca. Sfortunatamente, mai nulla accadde. Forse fu un bene, visto che l’idea di avere imprenditori alla guida di una banca non mi ha mai particolarmente rassicurato.

Si giunse quindi all’ipotesi dell’intervento del Fitd, che venne suggerita dal Mef e respinta dalla Commissione Ue già tempo prima del collasso finale. Durante quel periodo, da Bruxelles non fecero che ripetere quello che poi fu scritto il 23 dicembre 2015: usate un fondo consortile volontario delle banche italiane. E quindi, perché non si realizzò? Qui rispondono Paolucci ed il senso comune. Perché si verificò

[…] l’opposizione di alcune banche anche grandi, in quei mesi, a una contribuzione «volontaria» per i salvataggi, che avrebbe comportato ulteriori esborsi con in più lo schema di risoluzione europeo che sarebbe partito di lì a breve. Anche se la risoluzione è costata poi certamente più di un salvataggio preventivo: circa 5,5 miliardi, completamente a carico del sistema bancario e dei risparmiatori.

La morale? Quando si rifiuta pervicacemente di guardare in faccia la realtà, alla fine la realtà ti sotterra. Il gioco del cerino tende a produrre incendi su vasta scala, almeno qui da noi.

Ma la narrazione controfattuale vittimistica dei nostri eroi si srotola in tutta la sua suggestione. Narra la vulgata tricolore che è proprio da questo evento che prende il via l’effetto domino contro il nostro solidissimo sistema bancario. E sapete come? Elementare, Watson: dal prezzo a cui sono state cedute le sofferenze delle quattro banche risolte. Quel sinistro 17,9% del valore nominale dei crediti, che infiniti lutti addusse agli italici.

Infatti, per molto tempo prese a girare la leggenda metropolitana secondo cui quel numero era diventato la base del prezzo delle sofferenze di tutte le banche italiane. Ovviamente le cose non stavano in quei termini, visto che quella era la sintesi di un portafoglio del tutto specifico alla singola banca, fatto di un mix di crediti garantiti e non garantiti.

Ma per settimane quella tesi resse, picconando i sonni dei banchieri e del governo. Da lì, a cascata, si sviluppò il grande dibattito sulla discarica pubblica di sofferenze bancarie, da rilevare senza distruggerne i bilanci. Il resto è storia. C’è soprattutto un dettaglio di quella storia che è utile richiamare: per rimuovere quelle sofferenze venne creato un veicolo del tutto privato, di nome Atlante. A quello nessuno da Bruxelles obiettò. Ovviamente, date le premesse.

Ma anche quella di Atlante, col suo “capitale paziente” per “combattere il fallimento del mercato”, cioè togliere dai bilanci delle banche sofferenze a prezzi di affezione, fu una triste vicenda finita male. Ad uccidere il mito di Atlante che prende sulle spalle il peso dei dissesti bancari furono Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Ma come, non si era detto (e si torna a dire) che basta un consorzio volontario di banche e la pillola va giù? Uhm.

Evidente che, viste le devastazioni, obiettivo prioritario ora sia trovare un bel capro espiatorio gigante, praticamente un caprone. E chi meglio della Matrigna Europa? Da lì discendono tutte le bellicose dichiarazioni della nostra falange di editorialisti e banchieri.

Ho alcune considerazioni spicciole e pedanti. La prima: quando il presidente del sindacato dei banchieri italiani, Antonio Patuelli, chiede le dimissioni della Vestager, mostra di avere assai scarsa dimestichezza con i principi di quel liberalismo che egli sostiene di praticare da sempre e di cui va molto fiero. Ma forse si tratta di liberalismo all’italiana. Vongole o amatriciana? E tuttavia, magari aspettiamo l’appello, che dite?

La seconda: è del tutto comprensibile che il governo italiano pro tempore punti a fare caciara e chiedere alla Commissione un eventuale “ristoro” dei risparmiatori italiani. Oppure, second best, avere il via libera per i risarcimenti come previsti nella legge di bilancio di quest’anno, senza problemi di aiuti di stato. Un po’ meno comprensibile che ci siano banchieri in evidente affanno da ricapitalizzazione che minacciano richieste di risarcimenti miliardari per non è chiaro quale danno. La storia degli ultimi anni indica che quella via non porta a reperire i dindi per gli aumenti di capitale. Servono soldi veri da investitori veri.

Ah, dimenticavo: questa idea dei consorzi di mutuo soccorso è perfetta in caso di dissesti isolati. Quando i casini diventano sistemici, il consorzio salvatore è la perfetta corda con cui impiccarsi, e contagiare anche le parti sane del sistema. In quei casi, temo che una soluzione di amputazione locale come il bail-in sia e resti il minore dei mali. Ma so che molti tra voi continueranno a non credermi.

Ciò detto, e prima di chiudere la pagina, da oggi non ci sono più problemi: chiedete, ed il Fondo interbancario vi ricapitalizzerà. O no?

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