Whatever it takes, parte 2. Per l’Italia non basterà

Dopo alcuni “avvertimenti”, nelle ultime settimane, ieri Mario Draghi ha pressoché ufficializzato che la Bce procederà ad allentare nuovamente la politica monetaria dell’Eurozona. I mercati hanno avuto una reazione isterica, facendo precipitare ulteriormente i rendimenti obbligazionari, e le borse hanno seguito al rialzo, scordando per un giorno le cupe nubi che si stanno da tempo addensando sulla congiuntura internazionale. Che accadrà, ora?

Intanto è accaduto che, col senno di poi, la Bce ha avuto una sfortunata chiamata di fine dell’easing quantitativo, ma queste sono cose che possono accadere. Non è che all’Eurotower risiedano delle divinità, anche se spesso ci vanno vicino, almeno plasmando gli esiti di mercato.

Poi, sui due lati dell’Atlantico (e non solo), è accaduto che le aspettative di inflazione hanno iniziato a planare e, per effetto delle profezie che si autoavverano sui mercati, la planata è diventata picchiata.

C’è un aspetto molto interessante, della fase attuale: abbiamo crescenti pressioni protezionistiche, che in teoria dovrebbero essere considerate come uno shock dal lato dell’offerta. Che significa? Che, a parità di ogni altra condizione, dovremmo attenderci un aumento dei prezzi. Quindi una politica monetaria espansiva, in tali circostanze, rischierebbe di essere controproducente, e generare stagflazione.

Invece, quello a cui assistiamo è una riduzione delle pressioni sui prezzi, sia quelle realizzate (su dati effettivi), che quelle “previste” dai prezzi di mercato. Ecco perché non appare controproducente pensare a tagli di tassi in un contesto protezionistico. A cosa ciò potrà realmente servire è altro discorso, ma per ora non lo analizzeremo.

Aspettative inflazionistiche di mercato

Torniamo a Draghi. In coerenza con la missione della Bce, al calo delle attese di inflazione, la banca reagisce. E come? Due possibilità: ulteriore taglio dei tassi ufficiali (oggi a -0,40% quello sui depositi), e/o ripresa degli acquisti di titoli.

Nel primo caso, c’è il rischio che la misura danneggi le banche commerciali, erodendo la loro già stressata redditività. Ciò potrebbe, per paradosso ma non troppo, tradursi in una stretta al credito, per recuperare margini. Lo stesso Draghi ha segnalato, di recente, che in caso di ulteriori tagli dei tassi potrebbero essere adottate misure per proteggere la redditività delle banche.

Diciamo che, in caso di tassi ancor più negativi, le banche commerciali potrebbero iniziare a traslare i costi su conti e depositi al dettaglio, rendendone i tassi negativi anziché nulli.

L’altra opzione a disposizione della Bce consiste nel riprendere gli acquisti di titoli di stato dell’Eurozona ed obbligazioni societarie denominate in euro. Nel primo caso c’è il problema del doppio limite, nel senso che Bce non può eccedere il 33% dello stock di titoli di stato di un paese, ed il 33% di una singola emissione. Qui appare probabile che servirà una modifica a tali vincoli, in caso.

Veniamo all’impatto di tali misure sull’Italia. Come era logico attendersi in casi simili, quando i rendimenti scendono, inizia la corsa agli emittenti che rendono di più. Nulla di esoterico, puro riflesso condizionato di mercato, che eventualmente sarà riveduto e corretto in un secondo momento.

Di conseguenza, essendo Italia e Grecia gli emittenti più rischiosi delll’Eurozona, ieri il loro spread è diminuito. Ribadisco, nulla di imprevedibile. C’è motivo di festeggiare? Non mi pare, anzi. Lo spread italiano sulla Germania sul decennale oggi è ancora ad uno stratosferico livello di 243.

Nel frattempo, tutti gli altri paesi dell’Eurozona stanno incassando un bonus molto rilevante. Il decennale portoghese a 0,55%, quello spagnolo a 0,43%, quello francese a zero. Questa è una bonanza che ridurrà drasticamente la spesa per interessi di questi paesi (per tacere della Germania), e aiuterà i loro conti pubblici di fronte al deterioramento causato dal rallentamento congiunturale.

Per l’Italia non c’è da attendersi nulla del genere. Per noi il maledetto effetto snowball, che si produce quando il costo medio del debito supera la crescita nominale del Pil, continua a giocarci contro e far crescere il debito-Pil in modo spontaneo.

Ma sapete perché ciò accade? Perché, dall’inizio di questo demenziale governo, lo spread ha fatto un gradone all’insù, connesso ai proclami deliranti che da oltre un anno un gruppo di macchiette sta lanciando, mentre sega con vigore il ramo dell’albero su cui sono seduti, loro e il paese. Pensate invece che beneficio avremmo avuto, se avessimo avuto un governo di soggetti normodotati e non di adolescenti difficili alle prese con attacchi di bullismo frammisto ad altri disturbi del comportamento.

Draghi sta adempiendo alla missione istituzionale della Bce, non sta “aiutando l’Italia”, se non indirettamente. Anche con un nuovo presidente, dal prossimo ottobre, l’esito potrebbe essere identico. Quello a cui assisteremo, in caso il livello dei rendimenti restasse così basso, è che in Italia sentiremo commenti del tipo “abbiamo una minore spesa per interessi, quindi possiamo usare questo ‘tesoretto’ per aiutare il Popolo”.

Draghi sta reiterando il whatever it takes, in questo caso per contrastare pressioni disinflazionistiche. Per l’Italia, neppure questo potrebbe essere sufficiente.

P.S. Riguardo alla reazione prevedibilmente rozza di Donald Trump alle parole di Draghi, per mettere in atto la ritorsione contro chiunque “deprezzi” la propria moneta contro dollaro (idiozia, perché serve vedere andamento reale e non nominale dei cambi, e congiuntura), l’inquilino della Casa Bianca dovrà decidere se bullizzare la Fed, per indurla a tagliare i tassi in modo vistoso, oppure tentare di rimuoverne il presidente, Jay Powell, per le vie legali, se esistenti. Scenari inquietanti ma che evidentemente sfuggono alle solite maschere italiane da commedia dell’arte, convinte di poter evitare il diluvio semplicemente giocando al servo adorante del padrone di turno. Anche qui, nulla di nuovo sotto il cielo italiano, da secoli.

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