Gli statal-sovranisti e il commissario all’anti-concorrenza

di Vitalba Azzollini

La mancanza di credibilità della politica nostrana non perde occasione di manifestarsi anche al di fuori dei patri confini. Il riferimento è alla indicazione di candidati italiani per la carica di commissario alla concorrenza presso l’Unione Europea. Si tratta di una carica di rilievo, in una realtà sempre più globalizzata: il commissario si occupa, tra l’altro, di competizione commerciale (cartelli e abusi di posizione dominante), di concentrazioni tra imprese e aiuti di stato, ai fini di una concorrenza leale nell’UE.

I due alleati di governo – convinti che tale poltrona “sia loro dovuta dalle Sacre Scritture” – hanno concordato che il candidato venga scelto dalla Lega, la quale però non ha le idee chiare: così Conte ha formulato alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, una rosa di nomi. Ciò avrebbe suscitato “sconcerto” nella presidente: forse si tratta di un eufemismo, dati certi presupposti. La Lega, che ha pure votato contro la presidenza di von der Leyen, continua da sempre a manifestare un aspro contrasto all’UE: un suo candidato non si presenterebbe con le credenziali più apprezzabili.

La situazione non è migliore quanto all’altro alleato di governo: giorni fa, Di Maio ha dichiarato che un commissario italiano consentirebbe di “fermare una serie di procedure vergognose contro l’Italia sugli aiuti di Stato, che non ci permettono di aiutare le imprese”. In altri termini, l’Italia dovrebbe occupare la poltrona della concorrenza al fine di agevolare pratiche che distorcono la concorrenza (e non applicare le relative sanzioni).

Insomma, un capolavoro di logica, in base a cui un commissario italiano rischia di essere credibile quanto un “furbetto”. A ciò si aggiunga che l’attuale governo ha il proprio cardine nel sovranismo, cioè nel rifiuto della relazione fra Stati, intesa non solo come interdipendenza economica, ma come concorrenza fra gli stessi (si pensi all’avversione per normative fiscali diverse, che rendono più o meno conveniente l’uno o l’altro Paese); e conseguentemente nello statalismo, cioè nell’idea della supremazia del soggetto pubblico in ambito economico, e quindi – di nuovo – nel rifiuto della concorrenza quale dinamica di mercato.

L’impostazione anti-concorrenziale dell’esecutivo è stata chiara alle istituzioni di Bruxelles, come a chiunque, sin dall’inizio, con il cosiddetto contratto di governo. Basti pensare al rafforzamento del ruolo dello Stato, mediante il principio dell’aumento del deficit: una sorta di “keynesismo straccione” dovrebbe sortire magici effetti moltiplicatori (il “Campo dei Miracoli di collodiana memoria”), che però stando al DEF sono pressoché nulli relativamente alle due misure principali del governo, reddito di cittadinanza e quota 100. L’iper-presenza del soggetto pubblico si rinviene altresì nella frequenza con cui la parola “tutela” – come protezione assicurata da uno Stato paternalista – ricorre in quel contratto, declinata in ogni sfumatura fino ad arrivare al protezionismo, espresso in formule quali “sovranità alimentare dell’Italia”: dunque, ancora l’antitesi della competizione.

L’idea che la concorrenza sia un danno per il Paese è pure dichiarata chiaramente nel contratto di governo, là dove si parla del “superamento degli effetti pregiudizievoli per gli interessi nazionali derivanti dalla direttiva Bolkenstein” (punto 29), in tema di libera circolazione dei servizi e abbattimento delle barriere tra Paesi: e la legge di Bilancio per il 2019 ha disposto l’ennesima proroga, per altri 15 anni, delle concessioni di aree demaniali destinate all’esercizio di stabilimenti balneari. L’avversione alla concorrenza da parte dell’esecutivo si è manifestata anche in altri provvedimenti normativi, oltre a quelli cui si è fatto cenno.

Ad esempio, sempre con l’ultima legge di bilancio, è stato ristretto l’ambito delle società partecipate pubbliche da tagliare (già limitato a causa dell’eccessiva genericità dei criteri stabiliti nella legislatura precedente), e vale la pena ricordare che nel 2016 Di Maio criticava il governo di allora per i “finti tagli”: evidentemente, una volta al potere, ha preferito proseguire sulla strada dell’iper-presenza dello Stato, che perpetua politiche di clientelismo e aumento del debito pubblico.

Si può citare anche la vicenda Alitalia quale espressione dello spirito anticoncorrenziale di questo esecutivo (come di quelli precedenti, a dire il vero): dal 2008 a oggi, essa “è costata al contribuente italiano quasi 7 miliardi di euro”, nel triennio 2016-18 “ha accumulato una perdita pari a oltre un miliardo di euro” e, nonostante il governo ora vanti soci privati che si sono detti interessati a entrare nel capitale della compagnia aerea, è “facile prevedere che (…) lo faranno a condizione che di quel miliardo di debiti si facciano carico gli azionisti pubblici”, cioè lo Stato e, quindi, i cittadini.

L’atteggiamento anti-concorrenziale dell’esecutivo si è concretizzato anche in discipline limitative della libertà di impresa. Per le aziende che operano sul territorio nazionale e che abbiano fruito di aiuti da parte dello Stato, il cosiddetto decreto dignità (convertito con l. n. 96/2018) prevede onerose sanzioni, oltre alla decadenza dal beneficio fruito e alla restituzione maggiorata degli interessi, qualora entro cinque anni esse decidano di delocalizzare in Stati extra Ue l’attività produttiva, oppure ridurre i livelli occupazionali.

Ma vengono sanzionate, oltre a decadere dai benefici, pure le imprese che delocalizzino l’attività dal sito incentivato a un altro sito sul territorio nazionale o dell’UE o dello Spazio Economico Europeo. Tale normativa – che potrebbe comportare da parte della UE “rilievi sulla liceità della disciplina sanzionatoria” – è fondata sull’assunto (pure “assurdo” ci starebbe bene) che, costringendo l’attività di impresa in un certo luogo, mediante gravose penalizzazioni, vi si possa mantenere l’occupazione e indurre a investire.

Inoltre, il cosiddetto decreto crescita (convertito con l.  n. 58/2019), pone obblighi invasivi (ad esempio, attivarsi per trovare un acquirente) in capo alle imprese titolari o licenziatarie di “marchi storici”, le quali intendano chiudere “per cessazione dell’attività svolta o per delocalizzazione della stessa al di fuori del territorio nazionale”; e si può arrivare alla nazionalizzazione dell’impresa (con conseguente carico di spesa sullo Stato, cioè sui contribuenti, lo si ribadisce), mediante “interventi nel capitale di rischio” ad opera di un apposito “Fondo”.

Sono previsioni non solo limitative della libertà economica, ma di dubbia compatibilità con la normativa UE. Insomma, il senso per la concorrenza di quello Stato che pretenderebbe un italiano alla concorrenza UE si declina in termini di aiuti pubblici, a seguito dei quali inchiodare le imprese al proprio fallimento nel luogo ove hanno sede, sanzionandole se provano a trovare alternative, o nazionalizzandole in taluni casi.

Si potrebbe ancora citare l’annuale legge sulla concorrenza, che anche quest’anno non si è vista (introdotta nel 2009, ce n’è stata una risicata solo nel 2017); o la mancanza di liberalizzazioni, dalle professioni intellettuali alla vendita dei farmaci di fascia C al di fuori delle farmacie; o l’affidamento diretto nei servizi pubblici locali, cioè senza gara. Ma ci si può fermare a questo punto: il biglietto da visita del candidato italiano a commissario per la concorrenza UE è già pronto.


Questo paese esprime, da sempre, classi politiche che teorizzano ed agiscono in nome di quello che ho definito “socialismo surreale”, uno statalismo malato che considera la concorrenza come una prassi hobbesiana. Uno Stato che cade a pezzi ma che vorrebbe (ma non può) intermediare tutto, per preservare alla politica la rendita parassitaria del brokeraggio socio-economico. La teorizzazione dello “Stato faccendiere”, in pratica. Cosa ostacola questo delirio di ispirazione cubano-sovietica, oltre alla realtà? Il divieto di stampare moneta e le norme europee sugli aiuti di stato, ad esempio. Tutto si tiene, no? (MS)

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