Modelli falliti per gonzi italiani: il Messico e la lotta agli evasori

In Messico, il presidente populista di sinistra Andres Manuel Lopez Obrador (AMLO, per gli amici e non solo), ha deciso uno spettacolare giro di vite sulla grande evasione fiscale, nel paese in cui il sommerso è stimato al 50% del Pil. Ottimo, diranno subito i miei piccoli e grandi lettori, “facciamo come il Messico!”, visto che siamo da sempre alla ricerca di un modello internazionale da imitare. E visto che ormai ci siamo convinti che in USA “non evade nessuno perché sennò vai in galera, e comunque loro scaricano tutto!” (yeah, right), vediamo il “modello” messicano.

Il provvedimento, attualmente in parlamento assieme alla legge di bilancio 2020, di fatto equipara i grandi evasori fiscali ai cartelli del narcotraffico e prevede, nei casi più gravi, la detenzione preventiva senza cauzione e la confisca dei beni, altrettanto preventiva. Attenzione, ribadiamolo: tutto ciò non al termine di un regolare iter processuale con sentenza passata in giudicato, ma prima.

Sia chiaro: in Messico c’è un drammatico problema di sommerso, causa ed effetto di corruzione endemica. Basti pensare che il gettito fiscale messicano raggiunge solo il 13% del Pil, meno dei poverissimi e devastati vicini, Honduras ed El Salvador. Nel paese prosperano entità aziendali che vendono false fatture, che tra il 2014 e quest’anno avrebbero causato minori entrate per 350 miliardi di pesos (circa 17 miliardi di dollari), secondo il presidente della Commissione Finanze del Senato e membro del partito di AMLO.

Ogni medaglia ha il suo rovescio. La condizione emergenziale della legislazione anti-evasione finisce col mettersi sotto le suole delle scarpe principi garantisti basilari, oltre ad esporre a devastanti sopraffazioni. Basti pensare agli accertamenti fiscali come strumento di intimidazione verso chi si oppone alla grande corruzione della pubblica amministrazione e della politica, come accaduto la scorsa legislatura ad una Ong civica, “Messico unito contro il crimine“.

Dura lex sed lex ma con le immancabili deroghe, come potrebbe testimoniare l’imprenditrice e senatrice Yeidckol Polevnsky, casualmente presidente e segretario del Movimento di Rigenerazione Nazionale (Morena), il partito di AMLO, che nel 2013 si è vista condonare dal fisco imposte per 16 milioni di pesos (800.000 dollari). Un giochino, ora cancellato da AMLO, che ha causato 14 miliardi di dollari di minore gettito a beneficio di 8.000 fortunati, sino a non molto tempo fa pure protetti dalla privacy fiscale. Tra essi, anche il miliardario Carlos Slim.

In definitiva, questo disegno di legge messicano è lo strumento perfetto per mettere in fuga gli investitori internazionali, picconare i già moribondi diritti di proprietà, favorire arbitrio e corruzione e disincentivare l’emersione dei redditi. Qualcosa che si adatta alla perfezione alla situazione italiana ed alla qualità del suo dibattito pubblico, diremmo. Tra l’altro, con un approccio che mi ricorda qualcuno, prima di essere colpito dal contrappasso. E quindi, via con il coro: “Facciamo come il Messico!”

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