Il peso del Sudamerica

La situazione in Cile non accenna a normalizzarsi: disordini e manifestazioni si susseguono ormai senza soluzione di continuità, dopo la scintilla del malcontento scoccata da un aumento del prezzo dei biglietti del trasporto pubblico. In realtà, preceduto da un aumento del 10% delle tariffe elettriche.

A rischio c’è l’immagine e la sostanza del “paese più ricco e stabile del Sudamerica”, come veniva dipinto universalmente da stampa ed osservatori, e che si fregia dell’appartenenza all’Ocse, ma che da tempo mostrava problemi seri, non ultimo quello del suo sistema previdenziale.

L’indicatore più eclatante della crisi è l’andamento della moneta cilena, il peso, che è ormai in caduta libera, con un deprezzamento del 6% in tre giorni, al punto da aver costretto la banca centrale ad un primo, limitato ed inutile intervento per alleviare la violenta fame di dollari dei cileni, che cercano di proteggere risparmi e potere d’acquisto, dimostrandosi in questo classicamente sudamericani, non per colpa loro.

Da ieri la banca centrale ha avviato dei currency swap in dollari. In pratica, verranno offerti dollari ma col vincolo che si tratta di “prestiti” per i richiedenti, soprattutto le banche, che devono soddisfare la domanda di depositi in dollari da parte dei residenti.

Si tratta di una soluzione giù usata dalla banca centrale brasiliana, per stabilizzare il cambio del real o meglio per attenuarne la volatilità. La tendenza sottostante non si inverte con questi pannicelli caldi. E quella tendenza è che i cileni temono per i propri risparmi, nelle more di un percorso che dovrebbe arrivare alla riscrittura della costituzione del 1980 e che è immerso nell’incertezza.

Di certo, non giova alla moneta che il presidente Sebastian Pinera abbia deciso di utilizzare il fondo sovrano del paese, creato con i proventi del rame, convertendo in pesos un miliardo di dollari subito ed altri 1,4 miliardi a inizio 2020. Ma questa è la classica risposta del decumulo di riserve per contrastare in modo spesso futile la maggior domanda di dollari che la crisi induce.

Altro rischio è che i collocamenti di titoli del debito pubblico vadano deserti, costringendo il governo ad emettere debito direttamente in dollari e depauperando ulteriormente le riserve valutarie. Anche emettere debito in pesos ma legato al cambio del dollaro (dollar-linked) è operazione di stampo argentino che potrebbe fallire per mancanza di fiducia da parte dei creditori.

Alcuni osservatori hanno fatto notare che, in termini reali, il cambio del peso non è debole come in precedenti momenti della storia del paese. Chi vede il bicchiere mezzo vuoto potrebbe ribattere che questo dimostra solo che esiste un ampio potenziale di deprezzamento.

Come che sia, si conferma che i paesi centro e sudamericani restano strutturalmente fragili. La dipendenza delle loro economie dalle materie prime tende a produrre classici cicli boom-bust, in cui nelle fasi di boom sulla scena giungono figure leggendarie che strappano la popolazione, a colpi di spesa pubblica, alla povertà inflitta da precedenti affamatori oligarchi. Quando però arriva lo sboom, le leggende cadono dal piedistallo e spesso fuggono all’estero gridando al complotto yanqui.

Il Cile sembrava qualcosa di differente, avendo sin qui gestito oculatamente il proprio fondo sovrano, figlio del rame. Ma le risorse naturali vanno poste al servizio dei cittadini, guardando al lungo periodo, e la Norvegia resta molto lontana. Per tutto il resto, rompere il vetro ed il porcellino dei risparmi, e comprare dollari.

Cambio peso-dollaro a 12 mesi

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