Deficit 2019: la buona notizia che non lo era

Oggi Istat ha pubblicato il consuntivo 2019 dei conti pubblici italiani. La sorpresa positiva è data dal rapporto deficit-Pil, a 1,6% contro il 2,2% del 2018. Il rapporto debito-Pil resta stabile ad un elevato 134,8%. Dietro il numero in apparenza positivo del deficit, e che quindi pare concedere più margini di manovra per affrontare l’emergenza coronavirus, c’è però un “prodotto tipico” italiano.

Parliamo prima della cosiddetta crescita: è 0,3% reale nel 2019, da 0,8% nel 2018. Già vi sento dire “eh, ma la guerra commerciale di Trump alla Cina, la crisi dell’auto tedesca, eccetera”. Certo, vero. Resta la debolezza strutturale della crescita italiana, che sarà peraltro spazzata via dagli effetti del coronavirus e dalla gelata produttiva che esso causerà.

La crescita nominale per il 2019 è di 1,2% annuo. Un deflatore di 0,9% è e resta molto debole, e continua ad alimentare l’effetto “snowball“, cioè a provocare crescita spontanea del rapporto debito-Pil, ogni volta che la crescita nominale è inferiore al costo medio del debito pubblico.

Riguardo ai contributi a quel +0,3% reale, sono il +0,2% dalle famiglie, lo stesso 0,2% dagli investimenti e -0,1% dalla pubblica amministrazione. Molto bene le esportazioni estere nette, che contribuiscono per lo 0,5% alla crescita dell’anno. Decumulo di scorte per ben lo 0,6%, non una sorpresa, vista la situazione.

Ma quindi, cosa non va in questi dati? Un deficit-Pil di 1,6% non è un dato positivo? Per rispondere, serve guardare il dato della cosiddetta pressione fiscale. Nel 2019 passa da 41,9% a 42,4%. Mezzo punto secco di aumento di pressione fiscale.

Non male, no? Parola all’Istat:

Le entrate correnti hanno registrato una crescita del 2,8%, attestandosi al 46,9 % del Pil. In particolare, le imposte dirette sono risultate in aumento del 3,4%, in virtù della crescita dell’IRPEF, dell’IRES e delle imposte sostitutive. Anche le imposte indirette hanno registrato un aumento (+1,4%), per effetto principalmente della crescita del gettito IVA e dell’imposta sul Lotto e le lotterie. I contributi sociali effettivi hanno segnato un incremento (+3,2%) rispetto al 2018 mentre le altre entrate correnti sono aumentate dell’8,4%, grazie soprattutto all’andamento positivo dei dividendi.

Secondo voi come è possibile che, in un paese che cresce di solo 1,2% nominale, le imposte dirette crescano di 3,4% ed i contributi sociali di 3,2%? Vi voglio aiutare: sono le varie rottamazioni, saldi e stralci e condoni assortiti.

E le uscite? Ecco qui:

Nel 2019 le uscite totali delle Amministrazioni pubbliche sono aumentate dell’1,6% rispetto al 2018. In rapporto al Pil sono risultate pari al 48,7%. Al loro interno, le uscite correnti sono aumentate dell’1,4%, principalmente a causa della dinamica delle prestazioni sociali in denaro, cresciute del 3,7% (+2,1% nel 2018), a loro volte guidate dalle prestazioni pensionistiche e dalle altre prestazioni assistenziali. Sull’andamento di queste voci ha inciso soprattutto l’introduzione delle misure relative alla “Quota 100” e al “Reddito di cittadinanza”. Sono risultati in crescita anche i consumi intermedi (+1,2%), i redditi da lavoro dipendente (+0,4%) e le altre uscite correnti (+1,8%).

Cosa osserviamo, qui? Due cose, soprattutto: in primo luogo, che il tasso di crescita della spesa pubblica è nel complesso non patologico ma comunque superiore al tasso di crescita del Pil nominale. Secondo, che la voce legata alle prestazioni sociali è cresciuta di oltre il triplo rispetto al tasso di crescita del Pil nominale, per effetto di Quota 100 e reddito di cittadinanza.

Che altro ha aiutato, quindi? Questo:

Gli interessi passivi sono diminuiti del 6,7%, dopo la riduzione dell’1,3% nel 2018.

Quindi, vediamo per punti facili da tenere a mente:

  • Entrate in robusto aumento, non legato all’andamento dell’economia ma a misure in senso lato condonistiche ed anche a recupero di evasione, se possiamo imputare a quella definizione i risultati della fatturazione elettronica;
  • Uscite in crescita superiore a quella del Pil nominale, trascinate dalle prestazioni sociali (Quota 100, reddito di cittadinanza);
  • Forte beneficio dalla ulteriore riduzione della spesa per interessi, malgrado l’aumento dello stock di debito, grazie al crollo dei rendimenti ed al calo dello spread;

Domanda: ma quindi stiamo finanziando con entrate una tantum gli aumenti di spesa? C’è un elevato rischio, sì. Il che non è per nulla rassicurante. Com’era quella canzoncina “pagare tutti, pagare meno”? Quella è la maggior stronzata della storia, scusate il tecnicismo: in Italia, più entrate vuol dire una ed una sola cosa: più spesa pubblica. E più entrate si ottengono in due modi: con la mitologica “lotta all’evasione”, che spesso significa letteralmente inventarsi le basi imponibili; oppure con sanatorie varie, per gli amici “rottamazioni” e consimili termini.

E adesso? Adesso vedremo di quanto crolleranno le entrate per coronavirus, e quali misure di deficit useremo. Perché è ovvio che servirà più deficit, o meglio che più deficit si produrrà spontaneamente dalla gelata dell’economia. Ma come sempre est modus in rebus. Nel senso che in queste ore già leggiamo e vediamo tossici con la bava alla bocca per farsi un bel buco aggiuntivo. Nei conti pubblici.

P.S. Piccola precisazione rispetto ad interpretazioni ottimistiche del tipo “più entrate da fatture digitali“. Le imposte indirette aumentano nel 2019 di 1,4%, contro il +1,2% del Pil nominale. Le imposte dirette (Irpef, Ires) di ben il 3,4%. Ora, è vero che se qualcuno inizia a pagare l’Iva finisce a pagare anche l’Irpef o l’Ires (l’anno successivo) ma io modererei gli ottimismi panglossiani, quando i numeri (e la sequenza temporale) non assistono.

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