Mazzucato e lo Stato (cinese) innovatore

Lo "stato imprenditore" a cui ispirarsi, secondo Mariana Mazzucato: se i cinesi ci comprano a stralcio, in asta fallimentare, è fatta

L’ultima arma di distrazione di massa del governo italiano pro tempore è l’ingaggio di due consulenti economici dall’estero: tal Gunter Pauli, che confesso di non conoscere ma che a naso mi pare un guru di economia circolare in autoconsumo (funghetti inclusi), e la ben più celebre Mariana Mazzucato, economista della University College London e tenace sostenitrice della tesi che vuole lo Stato come motore primo dell’innovazione.

Una tesi, sia chiaro, che ha robuste basi teoriche e storiche, e che quindi non va liquidata con derisione o alzate di spalle. Il problema, come spesso accade, è calare le basi teoriche nella vil materia della realtà. Detto in parole povere, che farebbe concretamente Mazzucato nel caso italiano?

Al momento non abbiamo indicazioni specifiche se non un suo articolo dello scorso 30 novembre, pubblicato su Repubblica e riportato alla luce da Luciano Capone nei giorni scorsi. Sappiamo che il tema non è semplice e che il rischio di farla facile è dietro l’angolo, ma vediamo i punti qualificanti di tale articolo.

Qui potete leggerlo integralmente e farvi autonoma idea. Io vorrei solo ribadire quanto già scritto da Luciano. In questo pezzo nulla si coglie se non il precetto di Mazzucato che potremmo sintetizzare con un bel “fate presto, chiamate i cinesi”.

E come mai proprio la Cina? Forse perché la Cina è un “modello” di capitalismo di Stato che orchestra il sistema “privato”? È possibile. Così come è possibile che Mazzucato abbia subito la fascinazione di un sistema potentemente diretto dall’alto, per usare un delicato eufemismo. Se siete romantici puristi del liberalismo, oltre che di quegli orpelli chiamati diritti civili e politici, fatevela passare, ovviamente.

Né starò qui a tediarvi con i soliti concetti del tipo “ma se lo Stato si sceglie i campioni ed i settori da sviluppare e poi l’ambiente esterno (quella cosa chiamata mondo) va in tutt’altra direzione, che facciamo?”. Per ora questo punto lo lasciamo in sospeso, d’accordo?

Vediamo invece cosa dovrebbe fare l’Italia per rivitalizzare il proprio Stato imprenditore-innovatore. Spoiler: chiamare lo Stato cinese. Mazzucato parte da una premessa storica e da alcuni nomi di peso della nostra economia, oggi in condizioni assai differenti, per ricordarci che i medesimi sono tutti stati “partoriti, usciti ed oggi orfani dell’Iri”. Alitalia, Ilva, Autostrade, Tim.

Il “nuovo stato innovatore” deve incarnare “lo spirito dell’Iri”. Al netto degli slogan e delle sedute spiritiche, l’economista italo-americana ritiene che

Per Ilva ed Alitalia, la formula della joint venture pubblico-privata con un attore industriale esterno sarebbe allettante.

Davvero? Forse sì, nel senso che servono capitali. Nel primo caso per riconvertire la produzione a tecnologie meno inquinanti (almeno, così ci hanno detto), ma nel secondo serve solo adeguarsi al mercato globale, senza far troppa filosofia. Per il momento, eviterei di realizzare piani per cambiare dall’Italia il mercato mondiale del trasporto aereo passeggeri ma confesso di essere sempre stato un tipo poco ambizioso.

Ma soprattutto, perché mai in questi due casi dovrebbe servire un partner pubblico anziché privato? Per Ilva servono molti capitali, di cui lo Stato italiano semplicemente non dispone, e presto si accorgerà di quanto lungo ha fatto il passo rispetto alla gamba, con l’accordo con Arcelor Mittal. Per Alitalia serve evitare di ignorare la realtà del contesto competitivo globale.

Invece no! Per entrambi i casi, serve proprio “lo Stato imprenditore”. Solo che si tratta dello stato cinese. Per Ilva,

In cambio dell’accesso alla produzione siderurgica europea, alleanze con i colossi di Stato cinesi come Baowu o Hbis fornirebbero all’Italia il partner industriale, smezzando i costi d’investimento.

E smezziamoli, ‘sti costi d’investimento, orsù! Per Alitalia,

Qualcosa di simile si potrebbe realizzare con Air China, riorientando le tratte di Alitalia sul lungo raggio, verso un mercato asiatico assai dinamico.

Perbacco, come mai non ci abbiamo pensato prima? Presto, lo Stato imprenditore cinese giunga in forza in Italia e si compri i nostri campioni agonizzanti! Offriamo la nostra decadenza e le nostre condizioni pre-fallimentari alla potenza che necessita di entrare in Europa (ehi, pssst! È già entrata). Se stavate pensando al DARPA che crea internet e l’iPhone, siete fuori strada: qui siamo banalmente di fronte alla cessione a stralcio di un paese in dissesto. Cavallo di Troia in asta giudiziaria, in pratica.

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Vendiamoci quindi alla superpotenza che più di chiunque altro sul pianeta incarna la potenza dello Stato: partito unico e controllo ferreo sull’attività privata, ex ante ed ex post. L’Urss è morta, immagino per eccesso di imprenditorialità pubblica, ed i suoi orfani inconsolabili ora guardano con speranza al gigante cinese, quello senza welfare che costringe le famiglie a risparmiare in modo patologico per potersi permettere istruzione, sanità, previdenza.

Quindi, ribadiamo: l’Italia è in stato fallimentare, dove stato è termine polisemantico. Cediamola ad uno stato terzo, che possa prenderla per mano e farla risorgere. Come dite? I cinesi non necessitano di avere una linea aerea italiana decotta per gestire la loro penetrazione commerciale in Europa? Forse avete ragione. E dite anche che ai cinesi frega poco di avere un’acciaieria italiana, dato che la loro eccedenza di produzione richiederebbe di comprarsi interi pianeti per poter esportare il tutto? Uhm, mi sa che anche qui ci avete preso.

E riguardo agli altri due campioni italiani ex Iri, che fare? Autostrade è il poderoso generatore di cassa, quindi “le sue cospicue rendite di esercizio potrebbero fungere da cassa per finanziare altre iniziative”. Tra le quali, si legge, comprarsi Tim ed evitare in tal modo di dover creare un doppione pubblico come Open Fiber.

Questa parte del discorso pare reggere -in astratto- un filo meglio di quella sulla coppia vincente Ilva-Alitalia. Autostrade genera molta cassa, anche al netto degli investimenti di manutenzione e sviluppo della rete; quindi possiamo usarla per aggressivi takeover di aziende private, da riportare nel pubblico e far crescere come campioni di frontiera tecnologica. Qui pare che i cinesi non servano ma devo controllare meglio. In caso, Huawei può dare una mano. Ah no, la sta già dando.

Tutto molto bello ma siamo sicuri che, dopo aver rimesso le mani pubbliche sulle autostrade (mi starebbe anche bene), i loro flussi di cassa sarebbero preservati e destinati alla ricerca di valore aggiunto e innovazione e non invece distribuiti al popolo stressato come mega-tesoretto? Lo scrivevo giusto qui.

Mazzucato, che è assai acuta, premette infatti che vuole la politica fuori dai piedi dello Stato imprenditor-innovatore. L’industria italiana deve

[…] prioritariamente dotarsi di dinamiche tecnostrutture pubbliche, sufficientemente autonome dai quotidiani sussulti politici, che attribuiscano missioni di lungo termine alle imprese pubbliche.

Anche questo è condivisibile, pur se del tutto irrealistico. Ed altrettanto irrealisticamente condivisibile è la necessità di evitare di fare assistenzialismo con l’industria pubblica né essere la mucca da mungere del Tesoro:

Se sembra ragionevole partire da Cdp, perché già holding di partecipazioni statali, da un lato è giusto che lo Statuto la preservi dall’ingresso in croniche ed irrisolvibili situazioni di perdita, senza le garanzie offerte dalla collaborazione con affidabili controparti industriali. Allo stesso tempo, però, Cdp non dovrebbe essere l’oro alla patria da cui il ministero dell’Economia succhia corposi utili per rimpinguare il bilancio dello Stato, come accaduto quest’anno.

Ecco, eccellente. Ma forse più semplice a teorizzarsi che a farsi, non trovate? Io ho l’impressione che l’intera elaborazione di Mazzucato, calata nella realtà italiana, sia una illusoria teorizzazione “platonica”, per usare il termine da lei usato nell’articolo. E quanto alle “affidabili controparti industriali”, quali sarebbero? Forse cinesi pure quelle?

Abbiamo quindi ingaggiato una prestigiosa testimonial ideologica, con apparentemente robuste fascinazioni per stati totalitari che “promuovono l’innovazione”. Servirà per distrarci dalle miserie della quotidianità, mentre invochiamo “terapie shock” e “piani Marshall” a botte di deficit per reagire al virus che ci perseguita da lustri. E che non è il COVID-19.


Simon Fraser University – Communications & Marketing / CC BY

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