Christine nella cristalleria

Tra infortuni di comunicazione e appuntamenti col destino che si ripresentano.

Solo qualche commento in ordine sparso sulla “comunicazione” di ieri della presidente della Bce, Christine Lagarde, al termine del meeting della Bce. La frase “non siamo qui per chiudere gli spread” ha causato una sorta di run al Btp, innestatasi su un contesto globale già con nervi eufemisticamente a fior di pelle, ripetutamente colpito da shock quali il coronavirus, la guerra petrolifera tra sauditi e russi, le decisioni cervellotiche di Donald Trump.

Le parole di Lagarde tendono ad essere lette in modo ambivalente. Qualcuno punta sulla lettera della comunicazione, sostenendo che Lagarde ha solo detto “la verità”, cioè ribadito le condizioni attuali del mandato della Bce.

È vero, nulla da dire. Dire la verità serve. Lo chiamano anche tough love. Ma serve sempre e comunque? Oppure certi concetti sono già noti e vengono comunque sottaciuti per evitare reazioni scomposte di mercati finanziari resi tossici da lustri di denaro facile che si dimostra irreversibile? E soprattutto, può una figura politica (anche nel senso più deteriore del termine) priva di esperienze e conoscenze nel central banking come Lagarde permettersi di perdere improvvisamente la diplomazia, fosse anche “a fin di bene”?

Gli esperti di dietrologia sono già scatenati. Le parole di Lagarde vengono lette come sortita ruvida per scuotere la Ue e spingerla ad uno sforzo fiscale coordinato, secondo alcuni, stante il rischio sistemico di un paese come l’Italia. Secondo altri, nulla di tutto ciò: sarebbero prova dell’avvenuta cattura della francese per mano tedesca, nel senso di spingere l’Italia a capitolare e chiedere aiuti con forti condizionalità, dopo aver perso l’accesso ai mercati.

Forse la lettura più semplice è quella del macroscopico errore di comunicazione da parte di un soggetto che da molti anni solca i mari della politica globale e fa della diplomazia, cioè dell’ipocrisia, gli strumenti del mestiere. Da anni, guardando alla situazione italiana ed alla “qualità” del suo dibattito interno, sostengo che viviamo nell’era della Grande Inadeguatezza. Da qualche tempo, mi sono dovuto ricredere: non è un fenomeno solo italiano, anche se da noi tocca vette di creatività perversa.

Sulla condizione italiana: ancora una volta, e dopo aver sprecato lunghi anni di mancate ristrutturazioni dell’economia ma in un festival permanente di pensiero magico, il nostro paese si trova costretto alla resa dei conti. Molti anni addietro, durante l’acme della crisi finanziaria, ho scritto più e più volte che “non si può riformare sotto le bombe”. Sarei tentato di dirlo nuovamente ma ho qualche remora.

Questi anni mi hanno spiegato che l’Italia ha una struttura demografica contro la quale c’è poco da fare. Che ha profondi squilibri, dal sistema istituzionale alla infrastruttura civile ed economica, passando per il sistema scolastico e quello delle imprese.

Sintesi: l’Italia è davvero riformabile? Io non lo so. In questi giorni da più parti si dice “se non avessimo sprecato miliardi per Alitalia, le pensioni, misure demenziali come quota 100, se avessimo usato altri metodi per il reddito di cittadinanza…” eccetera. Verissimo, è il concetto di costo opportunità, e ovviamente lo condivido.

Eppure. Eppure non riesco a togliermi dalla mente che non sarebbe comunque bastato. E comunque, ricordiamo che “riforme” è contenitore semantico. Il modo in cui lo si riempie varia molto, entro una comunità nazionale. Da noi la dispersione delle “ricette” è oltre i limiti di guardia della razionalità, da sempre.

Io temo che il sistema abbia una inerzia, o meglio una sclerotizzazione, difficilmente reversibili. Ripeto quello che scrivo da molti anni: quando un organismo diventa inadatto all’habitat esterno, prima o poi soccombe.

Io non so se perderemo l’accesso ai mercati e saremo costretti a chiedere aiuti condizionati. Quello che penso di intuire è che questo sistema paese pare avere poche risorse di antifragilità intrinseca. In altri termini, ha poca resilienza.

Riguardo alla più generale situazione dei mercati ed economica, ho un solo inadeguato pensiero: servirà enorme fantasia di policymaking globale, sia fiscale che monetario, anche se quest’ultimo appare in chiaro affanno. Se e quando questa fantasia prenderà forma, forse anche il nostro paese si risolleverà, ma nelle forme ed ordini di grandezza che purtroppo conosciamo. Come dice quel proverbio anglosassone, con l’alta marea anche i relitti galleggiano. Più o meno: non l’ho mai capito bene, sul piano fisico.

Questo post è una reazione al video di Michele Boldrin che vedete qui sotto. Durante la crisi finanziaria, i nostri rapporti si interruppero proprio perché io affermavo che “non si può riformare sotto le bombe”, e lui era in disaccordo con questo concetto. Questa volta credo che le cose andranno diversamente, perché il tempo che passa rende tutti più o meno saggi.


World Economic Forum from Cologny, Switzerland / CC BY-SA

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