Socrate e la sindemia

Piccolo campionario di fallaci certezze ad uso di esseri umani che rifuggono l'incertezza ma che, così facendo, diventano prigionieri delle proprie false credenze

Torneremo indietro nel tempo? La storia epidemiologica si ripeterà, come tragedia? Difficile a dirsi. Quello che colpisce sono le coazioni a ripetere ma anche l’affermazione dei caratteri nazionali durante la pandemia. Penso sia quindi utile prendere appunti su azioni e reazioni, senza alcuna velleità pedagogica ma a testimonianza di un momento di psicologia collettiva che può spiegarci tante cose su chi siamo, a livello individuale e collettivo.

Intanto, partirei con una considerazione: sto osservando con crescente disagio alcune dinamiche sui social network, che sono la piccola scala deformata della società, cercando di separare le costanti globali dalle peculiarità locali. Il cospirazionismo tende ad appartenere alla prima categoria, sopratutto quando una società è frammentata e caratterizzata da scarsa coesione e fiducia sociale. Ne ho parlato qui, in caso interessi a qualcuno.

Tra le altre costanti globali c’è anche il confirmation bias, cioè la ricerca di dati ed evidenze aneddotiche che rafforzino i nostri convincimenti di base. Questo si osserva strutturalmente nei giornali, che sono una camera a eco (e a pagamento) della propria visione del mondo; tutti, anche quelli che si ostinano a presentarsi come “fair and balanced“; che, se ricordate era il motto di Fox News. Non so se fosse una sorta di auto-trolleggio o comunque un simpatico senso dell’umorismo.

I social network sono un esperimento sociale che ha trovato sulla propria strada un evento devastante come una pandemia. I risultati sono sotto gli occhi di chi sappia e voglia leggerli. Soprattutto i risultati in termini di carattere locale. Ad esempio, analizziamo le critiche, pur sacrosante, all’azione dei vari piani ed articolazioni di governo.

C’è chi pensa che siamo di fronte ad una gigantesca operazione liberticida, chi si rifugia in una singolare ed un po’ tenera razionalizzazione ex post (“si sarebbe potuto fare questo e quest’altro, non vedete? Era così difficile?”), credendosi Decisore Razionale con le maiuscole ma rigorosamente quando le cose sono accadute. Ci sono quelli che colgono fior da fiore dalle proprie previsioni e scoprono che Nostradamus deve scansarsi ma tacciono delle loro fallaci profezie miseramente demolite dalla realtà.

Poi ci sono le anime ancor più semplici e contradaiole, quelle che argomentano in base alle proprie appartenenze di schieramento e da quelle inferiscono il Bene e il Male, con una eroica propensione alla coprofagia come ultima difesa contro le dissonanze cognitive. “La colpa è del premier, il mio governatore aveva capito tutto!”, o viceversa.

Una pandemia è uno stress devastante, sotto ogni aspetto. Principalmente quello psicologico, a vari livelli. L’incertezza causata dal virus è parossistica e ognuno cerca disperatamente di afferrarsi a certezze, usando la propria visione del mondo come maniglia. Peccato che proprio la visione del mondo sia sommamente traditrice. A inizio pandemia, tra le molte tribù psichiche emerse dallo smarrimento, abbiamo avuto quelli che definirei tecnottimisti. Basta un’app, e risolto. Li tracciamo tutti, tranquilli. Poi soffieremo sulla canna dell’arma da cui è uscito il proiettile d’argento e ci abbandoneremo soddisfatti sullo schienale della sedia.

L’incertezza è quella bestia che ti porta ad afferrare con disperazione correlazioni spurie, di ogni genere. Anche se nella vita non hai mai fatto altro, per professione, che bacchettare e deridere quelli che di correlazioni spurie vivono; perché sono anime semplici, perché hanno una paura fottuta dell’incertezza e di conseguenza hanno disperato bisogno di qualcosa in cui credere. Fosse anche un plotone di semianalfabeti spinti al potere dalla domanda di palingenesi che monta dal popolo. Tu però sei diverso da loro, almeno sin quando non smetti di esserlo.

“Isoliamo gli anziani dai giovani, presto, così arriveremo prima all’immunità di gregge!”. Ed è subito “fate bollire l’acqua del mare per catturare i sommergibili tedeschi!. E come si fa? E che ne so, io mi occupo di strategia, non di tattica. O anche “vedete il paese X, Y, Z, come ha fatto? Risolto! Presto, facciamo come loro!”. Che è la trasposizione pandemica delle ricette di politica economica del verde giardino del vicino. Salvo poi scoprire che il paese modello è rimasto tale sin quando non ha smesso di esserlo. Perché, come dicevo, al genere umano servono certezze. È -appunto- umano che sia così.

Poi ci sono quelli che “vogliamo i dati!”. Posizione in cui di solito mi riconosco appieno ma che in una pandemia appare piuttosto velleitaria, se spinta agli estremi. “Lei, virus, dove era la notte del 14 settembre? Si spenzolava dalla maniglia di un’aula scolastica o era per strada a bere davanti a un chiosco di porchette? Ora lei mi ricostruisca tutti i suoi movimenti, ché io la devo tracciare per deliberare, svelto”. Ho letto anche richieste di indagare e ricostruire “gli stili di vita” per capire da dove origini il contagio, pensate. Avete mai provato a compartimentare i setting sociali, durante una pandemia, per capire chi ha causato cosa e di chi è la “colpa”? Non fatelo: uscireste pazzi.

Siamo nelle peste, ma “se me lo dicevi prima. Prima quando, ma prima, no?”, cantava Enzo Jannacci. Ed è quello il punto. “Sapevamo perfettamente come risolvere ma, poiché il mondo è inerte e incolto a differenza mia, ecco che ci siamo fatti sfuggire di mano la situazione”.

Su una scala di disagio psicologico crescente, è fatale arrivare ai parallelismi col Male Supremo della storia, il nazismo. Le parole sono importanti: si inizia col negazionismo e si arriva a citare le leggi razziali e puntare il dito contro i “volenterosi carnefici della pandemia”, che -ovviamente- sono i collaborazionisti che mantengono dialogo con chi ha posizioni che non tolleriamo; di conseguenza è accusato di intelligenza col nemico, e per lui è già pronta una bella Norimberga, quando tutto sarà finito.

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Poi ci sono le caratteristiche psicologiche nazionali. C’è il paese insicuro, irrisolto, che necessita di medagliette perché, senza orgoglio nazionale, non si combina nulla. Almeno così dicono. “Siete stati bravi, il mondo ci guarda come modello, tutti parlano di noi”, si sente in sottofondo la voce di Nando Martellini col suo “campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!”. Poi ci si sveglia una mattina e si scopre che questo eccezionalismo non c’è, perché una pandemia è una maledetta bastarda che illude gli illusi.

A questo punto, scatta la pulsione risarcitoria: ehi, io sono stato bravo ma siamo ancora con la m. alle ginocchia, la colpa è tua, governante parassita incapace di pianificare. E io dovrei ancora darti retta, dopo che mi hai fregato una volta? Col caxxo, adesso faccio come dico io, e te la faccio vedere io. Perché appari in tv a dirmi che dipende da me e che serve la mia collaborazione? Eh? Tu che legittimazione avresti, per dirlo? Ora basta, giù le mascherine! Disse il marito alla moglie, mentre brandiva una scintillante forbice diretta verso le sue parti basse.

I più moderati sono quelli che “ecco, ti pareva che la colpa era dei cittadini e non del governo! Non riescono a proteggerci e ora vorrebbero pure che ci recludessimo in casa!”. Spesso si tratta degli stessi soggetti che, leggendo le parole di Angela Merkel (“Vi chiedo di evitare qualsiasi spostamento che non sia davvero necessario. State a casa in qualunque momento sia possibile”), dicono “ecco, visto? Questi sono paesi seri, mica come noi!”. Eh.

Il paese minato da mancanza di coesione sociale e fiducia è il paese che ipernorma e che trova modo di aggirare le norme, avvitandosi. “Ehi, c’è un buco nel testo di legge, si chiude alle 24 ma non è scritto per quanto tempo. Aspetta, ora li frego io e riapro alle 00.01. Quanto sono libertario, eh?” Si, un peccato però che questa diffidenza sociale porti ad una terrificante entropia, di cui la pandemia si nutre. Mentre noi discutiamo e soppesiamo le parole della norma, affinché nessuno si senta penalizzato, il Male avanza.

“Perché dopo tre mesi ancora non abbiamo millemila letti di terapia intensiva e altrettanti medici e infermieri, eh? Eh?” Forse perché abbiamo aperto troppo presto, e sotto la pressione di chi diceva che i soldi vanno spesi meglio e in altro, tipo Alitalia? O forse perché prima servono messe a gara, timbri, ceralacca e tutto lo strumentario che serve a illudersi di poter contrastare il maledetto gioco a somma zero che ci ha affondati, non da oggi? Ti fotto io, prima che tu fotta me. Siamo reattivi, non proattivi. Ma lo è l’essere umano, di solito, pur se lungo una scala graduata dentro le comunità.

So quello che molti tra voi stanno pensando, leggendo queste righe. Ma questo esattamente che vuole, mostrarci che lui ha capito tutto e che comunque non esiste soluzione? Ottime domande. No, io non ho capito tutto, anzi ho capito assai poco se non che vorrei avere una mente meno incline a farsi suggestionare dalle proprie paure. Ho soltanto enumerato una serie di errori e fallacie che io stesso ho compiuto. E che ora mi portano a guardare con distacco e fastidio le zuffe dialettiche e i proiettili d’argento che tornano a fischiare sopra le nostre teste. Tra tutti i miei evidenti limiti caratteriali e comportamentali, ho anche una spiccata intolleranza ai déjà vu e alle coazioni a ripetere.

Quanto alla soluzione, mi piace ricordare le parole di un medico, scienziato e umanista: “Sono più le cose che io non so di questo virus di quelle che ho capito”. Questo è Socrate, reincarnato nel professor Alberto Mantovani. Che non significa un disperante “non c’è modo di venirne a capo” ma solo che “so di non sapere ma ora cercherò, faticosamente e con molti rovesci, di arrivare a sapere”, in attesa che la mia conoscenza venga erosa dai fatti, e allora ricomincerò.

Certo, è faticoso, molto faticoso. Per chi cerca pozioni magiche e ansiolitici, è la peggior risposta possibile. Meglio le correlazioni spurie, meglio intrupparsi con qualche partito, movimento o associazione; chiacchiere, distintivo, spilla e gagliardetto; meglio vivere di dissonanze cognitive e poi arrivare a un bel burnout, dove al massimo servi a suscitare una divertita commiserazione in quelli che ti leggono e ascoltano e che hanno mantenuto un minimo di equilibrio. Se non riesci a restare individuo, cioè se non hai la capacità di resistere alla pressione a conformarti alla “ortodossia” del tuo gruppo sociale di riferimento, sei finito. Al più, puoi appuntarti la spilla del tuo scienziato preferito, vero o presunto tale, e deridere quelli degli altri.

Le pandemie biologiche servono a toglierci certezze e a causare impazzimenti social(i). Cioè altre pandemie, di altra natura, che alle prime si affiancano. Questa è la sindemia che stiamo vivendo. Questa è la lezione che portiamo a casa, da questi mesi difficili e da quelli che verranno.

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