Argentina, la strada dell’inferno è lastricata di patrimoniali

Imposte in aumento, produttori di reddito imponibile in diminuzione: la plastica descrizione della via argentina alla catastrofe economica. Attenzione agli imitatori di casa nostra

Il parlamento argentino si appresta a discutere l’introduzione di una “imposta straordinaria di solidarietà“, cioè una tantum, sui patrimoni netti di almeno 200 milioni di pesos, circa 2,7 milioni di dollari, che è attesa produrre un gettito di circa 4 miliardi di dollari. La misura si somma alla patrimoniale ordinaria che, con aliquota al 2,25%, è seconda solo alla aliquota massima della patrimoniale spagnola, pari al 2,5% ma che grava su patrimoni netti che eccedono i 10,7 milioni di euro. Poiché i legislatori argentini sono molto astuti oltre che vocati all’equità, la patrimoniale straordinaria avrebbe aliquota del 5,25% per i non residenti che possiedono azioni in compagnie argentine. I guasti di tale misura? I soliti, che è tuttavia utile ripetere, anche a futura (italica) memoria.

Il primo è ovviamente la mobilità delle persone, che resta anche in un paese che ha in essere controlli sui capitali. Il paese che appare maggior beneficiario delle patrimoniali argentine è il vicino Uruguay, il cui parlamento lo scorso agosto ha approvato le disposizioni che rendono più semplice stabilirsi nel paese, per aziende e persone fisiche.

La seconde possono ottenere il permesso di residenza acquisendo immobili per 380.000 dollari, mentre le aziende devono effettuare investimenti per almeno 1,7 milioni di dollari. Prevista anche una tax holiday di 10 anni e il vincolo assai blando di trascorrere almeno 60 giorni l’anno nel paese. Come segnala il Financial Times, ad oggi circa 20 mila argentini hanno attraversato il confine con armi, bagagli e patrimonio.

Facciamo un po’ di ordine. L’Argentina, come sappiamo, è reduce da un default negoziato coi creditori privati, conseguenza della ubriacatura di debito in valuta forte attuato dall’ex presidente Mauricio Macri, con l’illusione che l’economia del paese potesse essere risanata in modo indolore ricorrendo al debito estero. Un errore capitale, in ogni senso. Nato dal desiderio di Macri di non aumentare le sofferenze della popolazione usando l’unico aggiustamento che andava perseguito, cioè la distruzione di domanda interna.

Questo errore ha riportato al potere il peronismo, con Alberto Fernandez e Cristina Fernandez de Kirchner. Che hanno ripreso la solita via fatta di controlli sui capitali e su alcune tariffe amministrate e tasse sulle esportazioni, nel tentativo di ricostituire riserve valutarie. Si stima che gli argentini abbiano fuori dal paese circa 300 miliardi di dollari, mentre un sistema fiscale domestico barocco e persecutorio fa il resto, per incentivare l’esodo in modo legale e non solo.

Potremmo dire che, quando si cerca di frenare la monetizzazione del deficit pubblico e l’inflazione a cui essa concorre, l’aumento di tassazione ordinaria e straordinaria è la via maestra da perseguire. Ignorando ovviamente gli effetti collaterali di questa opzione, cioè la fuga di capitali e la mancata attrazione di investitori esteri.

La motivazione di un inasprimento della tassazione patrimoniale può anche essere giustificato, non senza qualche motivazione, con l’aumento di diseguaglianza provocato dall’aumento di prezzo delle attività finanziarie a seguito dell’azione delle banche centrali da molti anni a questa parte. Ciò comunque non esimerebbe dall’imperativo di fornire certezze ai contribuenti risparmiatori, a tutti i livelli. Ma evidentemente queste sono fisime liberali o, peggio, liberiste.

C’è tuttavia un aspetto da prendere in considerazione, che è “contabile” ma soprattutto politico. La pressione fiscale, in Argentina, è pari al 28,4% del Pil, quindi ben inferiore alla media Ocse del 34,3%. Una lettura frettolosa di questi due numeri porterebbe alla conclusione che esiste un ampio gap da recuperare nella pressione fiscale, per risanare il paese e vivere tutti felici e contenti.

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Il problema, come segnala il Financial Times, sta in questo dettaglio: l’Argentina ha una popolazione di 45 milioni di abitanti, di cui solo 8 milioni lavorano nel settore privato “formale”, cioè emerso e tassato, rispetto agli oltre 20 milioni che dipendono dallo stato, tra cui dipendenti pubblici, pensionati e quanti ricevono sussidi. Il che significa che l’onere reale della tassazione grava in modo pressoché confiscatorio su chi produce e su tale produzione è costretto a pagare le tasse.

Questo è un punto da rimarcare, nella descrizione della discesa agli inferi di un paese. Quando si spinge l’economia verso il sommerso, cioè si perde base imponibile, quando si spingono i più abbienti a votare con i piedi, il risultato è un avvitamento che porta a perdere risorse per sostenere le fasce più deboli della popolazione, che nel frattempo crescono a dismisura, col collasso della classe media.

Qualcosa su cui noi italiani dovremmo fare una assai profonda riflessione. A questo proposito, ci sta anche una risposta a quanti avranno notato il dato della patrimoniale spagnola e ora staranno salivando copiosamente e facendo gorgheggi di prova prima di intonare “facciamo come la Spagna!”.

Qui i dati Eurostat, pubblicati proprio oggi. Osservate la pressione tributaria e contributiva spagnola, comprensiva della patrimoniale. Poi osservate quella italiana, che peraltro non è esente da patrimoniali quali Imu e bollo del 2 per mille su dossier titoli. Dopo di che, se ancora non avete capito, avete un futuro come ministro italiano o almeno come leader di uno dei nostri partiti.

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