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Mario l’elitario e le termiti popolane

Non so se il tentativo di Mario Draghi di formare un governo avrà successo. Al momento in cui scrivo, siamo ancora ai tatticismi più esasperati ed esasperanti da parte di una classe politica di falliti, e che in ampia parte si aggrappa disperatamente ad alcune narrazioni molto logore ma che sembrano ancora far presa su un elettorato che si divide tra rintronati, piccoli fan e cinici con orizzonte temporale assai ristretto.

Prendiamo le reazioni retoriche tipiche, ogni volta che cambia un governo durante una legislatura. Ciò può avvenire in due “gusti”: in caso di “semplice” crisi politica, con altra maggioranza identificata dai partiti e guidata da persona espressione dei partiti medesimi; oppure, in caso di crisi sistemica, che a intervalli regolari riaffiora sotto forma di crisi economica non congiunturale, con l’arrivo in scena di un premier “alieno” scelto dal capo dello Stato.

I due tipi di golpe immaginario

Nel primo caso, la retorica a cui si assiste è del tipo “vergogna! Stanno rubando la sovranità popolare!”. Questo di solito lo dicono i leader defenestrati o autodefenestrati, per loro incapacità manifesta o magari perché irretiti da sondaggi che li danno in ascesa. Accadde una cosa simile con l’autodefenestrazione di Matteo Salvini ad agosto 2019.

Il Nostro strepitò brevemente al vulnus democratico, scordandosi che aveva sottoscritto un “patto” (o contratto, di quelli che gli italiani amano violare, contando sui tempi lunghissimi della giustizia) con le altre sigle partitiche di destra (Forza Italia e Fratelli d’Italia) e che, giunto al dunque, ritenne di fregarsene e “governare” col M5S.

Ma le urla di cripto-golpe venivano anche da Silvio Berlusconi e dai suoi media, ogni volta che il Cav cadeva malamente dal cavallo governativo. Ricordate lo psicodramma sulla fine del suo primo governo, nel 1995? Le menti più semplici erano giunte a credere che ci fossero in giro dei colonnelli con carri armati in piazza e cecchini sui tetti, e invece era solo la realtà che testava la suola delle proprie scarpe.

Lo stesso accadde col crash del 2011, ma quello fu un episodio di crisi di sistema, che portò a Chigi Mario Monti. Prima e dopo quella cesura temporale, vi furono urla di golpe organizzato dalla Bce con partecipazione attiva di Mario Draghi, all’epoca governatore di Bankitalia, e di Deutsche Bank, che vendette in sei mesi ben 7 (sette) miliardi di Btp, scatenando i nostri complottari. Anche lì, finì in desolante nulla ma servì ad alimentare potenti episodi di aerofagia popolare e popolana.

Complesso processo di apprendimento

Saremmo quindi autorizzati a nutrire speranza e fiducia che l’opinione pubblica abbia finalmente portato a termine il complesso processo di apprendimento della prima specie di crisi, secondo cui in una repubblica parlamentare i cambi di maggioranza non sono un golpe? Io qualche dubbio lo avrei. La vasca dei pesci rossi italiani, immersi nel liquame, è sempre piena.

Veniamo alle crisi di sistema che inducono bruschi e brutali cambi di premier e di maggioranze, sia pure obtorto collo. Dell’episodio di Mario Monti si è detto; oggi ci occupiamo di quello di Draghi. Che viene accostato al primo in quanto esponente di non meglio precisate élite. Anzi, di assai precisate élite: Soros, la ciurma dei pirati in doppiopetto del Britannia, la finanza mondiale, la Francia, la Germania e tutti quelli che puntano a spolpare questo meraviglioso paese che tanta cultura infuse nell’umanità.

No al governo delle élite, perbacco. E pazienza che si tratti, con elevata probabilità, di un governo che tenterà solo di mettere la colla su alcune idiozie di spesa, come Quota 100 e le misteriose politiche attive del lavoro che più passive non si può, al punto che sembra di essere tornati agli anni Settanta, abbracciati a posti di lavoro morti da anni. Il tutto esacerbato da una pandemia che si è innestata su uno spirito del tempo che ha identificato l'”austerità” col vincolo di realtà prima che di quello di bilancio. Come dico da anni, a noi italiani ci ha fregato non aver mai compreso il concetto di costo opportunità. Tradeoff, per gli anglofili.

Vizio di volontà popolare

Giovani e meno giovani barricaderi urlano contro il “banchiere” usurpatore di non è chiaro quale volontà popolare, visto che di governi in questa legislatura ne abbiamo già visti due, e nessuno di loro particolarmente attinente ai “contratti” onirici di campagna elettorale. Draghi è in effetti un banchiere centrale a riposo. Ma è anche l’uomo che esercitò un incredibile ruolo di supplenza della politica europea, paralizzata da veti incrociati che stavano affondando il continente. Quindi forse è anche e soprattutto un politico, sia pure del tutto sui generis oltre che non eletto, e senza dover scomodare la sua formazione gesuitica. Ed è comunque un civil servant di questo paese, se ci ricordiamo di guardare il suo CV.

E tuttavia, ribadisco: resta soluzione del tutto temporanea ed emergenziale di un paese profondamente e forse irrimediabilmente disfunzionale, oltre che una soluzione che non passa dalle inutili urne. Inutili perché prima del loro rito se ne consumano altri di puro infingimento: i famosi “contratti” e le famose “coalizioni” che altro non sono che cartelli d’affari che sfruttano la credulità popolare. Succede ovunque, mi si dice. Certo, lo abbiamo visto negli ultimi anni, soprattutto in Regno Unito e Stati Uniti. In Italia, questa disfunzione era tuttavia già in atto da molto tempo, e ha potuto scavare meglio e più in profondità la fossa del paese.

Monti doveva gestire soldi che erano finiti, Draghi dovrà/dovrebbe gestire altri soldi che entreranno. Ma entreranno a prevalente debito, e come tali suscettibili di porre una corda attorno al collo del paese. Questa è la differenza.

Élite o all-in?

Resta da definire il termine élite. Opera improba e scivolosa, anche senza scomodare Mosca, Pareto e Michels. Per come la vedo io, l’élite rappresentata da Draghi è quella che punta a riaffermare il principio di realtà nella vita pubblica del paese, a dare alle giovani generazioni una prospettiva diversa dall’incravattamento o dall’espatrio, e magari a riprendere coscienza che le risorse restano scarse non per un complotto ai nostri danni.

Non sono certo che Draghi riuscirà a formare un esecutivo. Mi pare che Sergio Mattarella sia andato all-in, scegliendo l’ex presidente della Bce, anche per tenere in riga il caravanserraglio sradicato dalla realtà che vive nell’attuale parlamento. Se Draghi fallirà, torneremo esposti a pressioni dei mercati, che di solito votano coi piedi. So che questa frase provocherà l’orticaria a molti di voi, e me ne scuso. Sono élitario anch’io.

Se può servire a farvi stare meglio, potete sempre credere che basti il famoso “lavacro democratico” e poi spedire a Bruxelles qualche pittoresco personaggio che “batta i pugni” nell’altro consunto topos letterario italiano, minacciando di farsi esplodere in una camera di cemento armato, se non otterrà quello che chiede. Anche queste sono élite, dopo tutto. Quelle sovraniste. E di clientes ai loro piedi ne hanno ancora, in un paese come il nostro.

Accantonata la rivoluzione proletaria, nel paese più vecchio del mondo e ancora dotato di un discreto cumulo patrimoniale da generazioni precedenti, si è tentato di sopperire all’incapacità di crescere proponendo magie come la stampa di moneta. A dirla tutta, c’è anche una sinistra che punta decisamente su tali magie per raccogliere consenso, evidentemente non ritenendo più percorribile la via maestra della lotta alla proprietà privata.

In mezzo a queste due forme di populismo ci stanno quelli come Draghi, commissari straordinari di una improbabile democrazia, chiamati per cercare di recuperare risorse da rimettere poi a disposizione degli Eletti dal Popolo, per la loro indefessa attività di dissipazione mediante raccolta di clientele, e che tanto successo riscuotono nel nostro paese. Ognuno ha i gruppi di potere, cioè le élite, che si merita.

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