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Il nuovo Grande Timoniere in cerca di scogli

In Cina si celebra il plenum d’autunno del Partito comunista cinese, il cui Comitato centrale approverà una risoluzione che aprirà la strada a un terzo mandato al potere per Xi Jinping. Sarà anche un momento orwelliano di riscrittura della storia, come già accadde con altri due leader protagonisti di profonde trasformazioni, di segno assai differente: Mao e Deng Xiao Ping. Xi si pone, nell’agiografia di regime, come il discendente degli altri due, consegnando all’oblio, almeno sino alla prossima ondata revisionista, figure come Jiang Zemin e Hu Jintao.

La continuità storica di queste tre figure è stata sancita dal Politburo del partito: Mao ha unificato la Cina, Deng l’ha resa ricca, Xi l’ha resa forte. È la grande rigenerazione della nazione cinese e poco rilevano, nel grande mare della Storia, “incidenti di percorso” come la Grande Carestia, prodotta dal Grande Balzo in avanti maoista.

La narrazione dei tre leader

La presunta continuità tra i tre grandi leader ha seguito un percorso non esattamente lineare. Ad esempio, Xi non fa mistero di considerare Mao come suo nume ispiratore, e ha rigettato alcuni orientamenti di Deng come la maggiore separazione tra ruoli di partito e di governo e un regolare trasferimento dei poteri ogni decennio. Con questa ultima “riforma”, il sessantottenne Xi resterà al timone della Cina per almeno altri cinque o dieci anni, e si garantirà di essere l’ispiratore delle sue politiche e della sua leadership sino al termine della sua vita.

Questo formidabile riaccentramento di potere nelle mani di un solo uomo, il cui culto della personalità pervade ormai ogni aspetto della vita cinese, rischia pesanti effetti collaterali. In un mondo di crescente complessità le strutture gerarchiche rigide e centralizzate, con il loro codazzo di adoratori conformisti e sicofanti, non appare quello più idoneo. Il rischio che iniziative individuali vengano percepite come destabilizzanti ed eversive tende a essere elevato. Ciò soffoca l’innovazione per mancanza di “trazione” dal basso.

La stessa potente campagna “anticorruzione” condotta da Xi, non è esattamente un inedito nella storia dei sistemi totalitari, ha modificato radicalmente il sistema d’incentivi di funzionari e quadri di partito, dal centro alla periferia. Un recente caso eclatante di strabismo degli obiettivi e di interpretazione delle direttive dall’alto è dato dalla crisi energetica che vede al centro il carbone.

Rileggere Sun Tzu a Pechino

Dapprima contrastato sulla base di direttive ambientali e di sicurezza, si narra per ripulire i cieli cinesi in tempo per le prossime olimpiadi invernali di febbraio; poi, visto che questo produceva blackout e blocchi produttivi, il contrordine compagni. Tempi duri, per i zelanti esecutori delle direttive.

Un sistema sociale, per progredire, deve necessariamente essere policentrico e tollerante delle diversità. Ma vale anche quello che scrisse Sun Tzu ne l'”Arte della guerra“: un generale sul campo non è vincolato dagli ordini del proprio sovrano.

Ma le contraddizioni e le incognite si accumulano. Pare trascorsa un’era geologica da quando, a inizio 2017, cioè all’inizio dell’era Trump alla Casa Bianca, Xi si produsse in un keynote speech epocale a Davos, tempio della finanza globalizzata e di neo-ambientalisti da impronta di carbonio profonda causata da jet privati, difendendo la globalizzazione e la trasformazione ambientale e rigettando isolazionismo e protezionismo. Il mondo pareva aver trovato un nuovo leader di smagliante colore verde.

Isolazionismo non solo pandemico?

Oggi Xi non esce dal paese da un paio d’anni, mentre la Cina persegue una strategia di Covid zero che secondo alcuni osservatori serve soprattutto ad abbattere l’esposizione culturale dei cinesi all’occidente. Il leader non ha partecipato ai lavori dell’ultimo G-20 né alla COP26 di Glasgow, dove si è limitato a mandare un testo di 500 parole che invita ruvidamente i paesi sviluppati a sostenere quelli in via di sviluppo.

Sul piano interno, Xi tenta di sterzare l’economia cinese da esperimento ultraliberista senza eguali nella storia recente del mondo a modello redistributivo socialista senza intaccare la crescita. Un delicato e difficile bilanciamento la cui probabilità di riuscita rischia di essere minata da una catena di comando rigida e affetta da conformismo e adulazione tipici di ogni culto della personalità.

Il contrasto aspro con gli Stati Uniti, rapporto evoluto da partnership a competizione a confrontation, ha riportato in auge la logica dei blocchi e della Guerra Fredda. Ma il primato passa attraverso filoni tecnologici come l’intelligenza artificiale, dove il controllo degli armamenti di precedente generazione non può avvenire, come molto acutamente evidenziato da un signore di 98 anni di nome Henry Kissinger.

Grande finanza e Cina, attrazione fatale?

Nel frattempo, malgrado la pressione della presidenza americana al containment della Cina, con Biden in continuità rispetto a Trump, la finanza si è diretta altrove. Nel 2021 il possesso globale di azioni e bond cinesi denominati in renminbi è aumentato di ulteriori 120 miliardi di dollari, portando il totale a 1.100 miliardi a fine settembre. Frutto della poderosa spinta delle grandi case d’investimento americane, che hanno “agevolato” l’inserimento di titoli domestici cinesi nei grandi indici di mercato che guidano le allocazioni di portafoglio.

Il tutto durante una repressione regolatoria cinese senza precedenti e durante la grande incognita della gestione della bolla immobiliare cinese, di cui il caso Evergrande è solo la punta dell’iceberg. Mentre in occidente già affiorano i primi timori di contagio finanziario, visto da fuori e da lontano, si direbbe che queste situazioni dimostrino che non è la Cina ad aver bisogno del mondo ma viceversa. Forse anche Xi si è convinto di ciò.

Malgrado tutto, il suo culto della personalità rischia di essere l’elemento di rigidità che danneggia l’economia del paese e la sua volontà di potenza. Teniamo d’occhio episodi di nervosismo che potrebbero essere causati da simili frustrazioni e sfociare in atti di ricompattamento ultra-nazionalistico come le mire di Pechino su Taiwan.

In tutto questo scenario una piccola, infima certezza: la persistente ammirazione per il modello cinese, quale esso sia nel corso delle stagioni revisionistiche, da parte del nostro Pci, partito cinese d’Italia. Ma davvero de minimis non curat praetor historia.

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