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Inflazione, scegliete la vostra narrazione

La persistenza e l’accelerazione di pressioni inflazionistiche giudicate “transitorie” stanno mettendo a dura prova le capacità analitiche e la fantasia di economisti e politici, soprattutto di Joe Biden, che su queste pressioni si sta giocando elezioni di midterm, tra esattamente un anno, che potrebbero consegnarlo al ruolo di anatra azzoppata e riportare in auge la setta Repubblicana con preparazione della pista di decollo per Donald Trump nel 2024. Sull’inflazione, c’è solo l’imbarazzo della scelta per le spiegazioni. Soprattutto c’è imbarazzo, con o senza scelta.

Ieri la Segretaria al Tesoro ed ex presidente della Fed, Janet Yellen, in una trasmissione televisiva ha sostenuto che è la pandemia a “tirare i fili” di economia e inflazione, e che

Continuare i progressi contro la pandemia è la cosa più importante che possiamo fare.

I misteri del mercato del lavoro

Detta così, pare sia in atto uno shock dal lato dell’offerta di lavoro, o che questa sia la maggiore determinante. In effetti, economisti e osservatori sono alle prese con questo enigma di un elevato tasso di dimissioni volontarie (The Great Resignation), che pare tipico di fasi in cui c’è grande ottimismo sulla congiuntura. Che tuttavia, detto incidentalmente, da qui in avanti mal si concilierà col recente crollo del sentiment dei consumatori causato dall’inflazione:

Fonte

Contemporaneamente, ci sono dati che mostrano anche un forte aumento dei “pensionamenti” (retirement) negli Usa, non è chiaro se definitivi o temporanei. I due scenari hanno implicazioni molto differenti. Se le uscite dal lavoro sono definitive, c’è una riduzione di offerta che va tenuta presente anche nella valutazione di pressioni inflazionistiche.

Biden, si diceva, è sempre più preoccupato per l’inflazione, al punto da esercitare forti pressioni sull’Opec+, il cartello dei produttori più la Russia, per aumentare la produzione. Richiesta che trova risolute resistenze di varia motivazione, dal desiderio di rimpolpare le casse dei produttori all’esercizio di leva politica riguardo a tempi e modi di transizione ecologica.

Come che sia, quando gli americani si trovano a spendere di più per fare il pieno alle loro auto, sono dolori per l’inquilino della Casa Bianca, chiunque esso sia. Con buona pace dei buoni sentimenti e propositi di color verde.

Pacchetto Biden disinflazionistico?

Biden sostiene che l’approvazione del suo pacchetto di “infrastrutture umane” (Build Back Better), da 1.750 miliardi in un decennio, peraltro pressoché dimezzato rispetto agli obiettivi iniziali, servirà per lottare contro l’inflazione sia calmierando i costi di accudimento per le famiglie che, di conseguenza, aumentando l’offerta di lavoro e quindi i redditi. Mentre il pacchetto di infrastrutture fisiche approvato nei giorni scorsi servirà a innalzare la produttività di sistema, agendo contro i colli di bottiglia.

Possibile, ma i critici ribattono che le nuove misure dell’Amministrazione Biden contengono forti disincentivi all’offerta di lavoro, visto che sono centrate sulla prova dei mezzi (means testing), che di solito aumenta il costo di ogni dollaro aggiuntivo guadagnato. Avete presente le nostre feroci aliquote marginali effettive, sia nel cosiddetto Bonus Renzi che nel reddito di cittadinanza quando si ottiene un lavoro? Ecco, quelle. Concetto identico.

Nel frattempo, economisti liberal come Paul Krugman sottolineano che l’inflazione non deriva da shock di domanda, cioè da troppi soldi da spendere, perché il piano Biden è in complesso piccolo e finanziato con tasse e non a deficit. Verissimo, ma forse il punto non è la dimensione dei pacchetti infrastrutturali fisici e sociali quanto gli stimoli potenti erogati in pandemia. Come sostiene, tra gli altri, Lawrence Summers.

Se così fosse, sarebbe un problema politico rilevante, aver sprecato un mega-stimolo e azzoppato il progetto di riforma sociale degli Stati Uniti. Nel frattempo, prosegue e si aggrava il problema delle navi porta container al largo dei porti californiani di Los Angeles e Long Beach. I tempi medi di scarico sono ormai di 17 giorni. Qui il problema maggiore pare essere quello della saturazione degli spazi di logistica, cioè di magazzini.

Dispute ideologiche classiche

Tra gli episodi di segno opposto, calano i prezzi (in dollari) di molte materie prime, anche per effetto dei problemi cinesi con energia e settore delle costruzioni. Il rame è stabile da maggio, il prezzo dei minerali di ferro, materia prima delle acciaierie, si è dimezzato da questa estate, il legname è tornato da dove è venuto, l’alluminio ha perso il 15% in un mese. Quindi, almeno da questo versante, non pare un problema di eccesso di domanda, anche se bisogna considerare che la finanza si muove con rapidità tale che spesso la realtà si adegua a essa e non viceversa..

La sensazione è che siamo sempre alle dispute ideologiche classiche: a sinistra si considera non eccessiva la domanda e si punta il dito sulle strozzature di offerta. A destra, l’opposto. A sinistra, i dati di inflazione tendono (tendevano) a essere letti come episodi idiosincratici settoriali, tipo i chip e le auto usate. Sin quando non è apparso chiaro che i rialzi sono diffusi. Quando, fatalmente, i prossimi mesi vedranno una discesa anche lieve delle pressioni sui prezzi, da quell’ambito partirà la grancassa del “visto? Ve l’avevamo detto che era transitorio”.

Come che sia, mi pare che l’unica certezza sia l’assenza di certezze e la proliferazione di spiegazioni concorrenti lungo linee ideologiche. Nulla di nuovo sotto il sole, quindi. Ognuno scelga e brandisca il proprio confirmation bias e buon dibattito (si fa per dire).

P.S. Sul fenomeno della Great Resignation che pare essere approdato anche sulle coste italiane, stiamo calmi: cerchiamo dati e verifichiamo teorie. Detto altrimenti, evitiamo di scrivere (e dover leggere) pezzi di costume su quanto è bello abbandonare il posto fisso e altre amenità del genere. Non facciamoci sempre riconoscere, suvvia.

Foto di dendoktoor da Pixabay

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