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Bolsonaro e la camicia di forza

Chi ha il tempo e la pazienza di seguire questi pixel da tempo, sa che sono appassionato a tutti i tentativi di aggirare norme che le comunità umane si sono auto-imposti. Ogni vincolo, ad esempio quelli che si vorrebbero scritti a lettere di fuoco nella carta fondamentale di un paese, la costituzione, è un costrutto umano e come tale suscettibile di essere aggirato nella sostanza e a volte anche nella forma. Ricordate l’articolo 81 della costituzione italiana?

Nella sua formulazione originaria, in vigore sino al 2012, recitava:

Le camere approvano ogni anno i bilanci ed il rendiconto consuntivo presentati dal governo.
L’esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi.
Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese.
Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte.

Equilibristi di bilancio

L’ultimo comma, in particolare, sembrava frutto di buonsenso dei padri costituenti. Tra i quali, malgrado la robustissima rappresentanza popolare e di sinistra, mancavano evidentemente soggetti intenti a rivendicare che “uno stato che stampa la propria moneta non può fallire” (questa è ironica, mi raccomando).

Eppure, questo quarto comma non riuscì a evitare che il nostro paese accumulasse un debito abnorme. A cui mettere “ripiego”, si fa per dire, con una riformulazione del 2012, nel mezzo della tempesta della crisi di debito dell’Eurozona, quando il “blocco tedesco” (chiamiamolo così, per comodità e semplificazione) chiese e ottenne impegni “vincolanti” di rango costituzionale come do ut des per lasciare alla Bce facoltà di “interpretazione” del trattato che la istituì.

Nel 2012 in Italia nacque così il cosiddetto “equilibrio di bilancio”, ultima di una lunga serie di foglie di fico. Equilibrio peraltro “corretto per il ciclo economico”, a conferma che non di camicia di forza si trattava.

Naturalmente, se i tedeschi e i loro alleati avessero letto attentamente la storia, avrebbero intuito che quello che è scritto in costituzione è destinato a essere aggirato, se diventa una camicia di forza al “comune sentire” di maggioranza. Oppure lo sapevano perfettamente ma hanno deciso che questa finzione costava meno di un crack continentale con ricadute mondiali e la fine di un progetto politico e dei suoi egemoni, riluttanti e palesi.

Cancellare Lula e comprarsi l’elezione

Vi ho fatto questo ampio cappello introduttivo perché voglio segnalarvi quello che sta accadendo in questi giorni in Brasile. Dove il presidente Jair Bolsonaro, che i sondaggi danno ai minimi in un intorno del 20% di approvazione e quasi al 60% di rigetto, ha deciso che bisogna fare qualcosa per cercare di rivincere le elezioni, tra un anno. Quando, con alta probabilità, il suo concorrente sarà l’ex presidente Luis Inácio Lula da Silva, sopravvissuto alla magistratura, che pareva averlo seppellito, grazie ad una sentenza della magistratura.

Tra i programmi di maggiore successo ed efficacia di Lula c’è (anzi, c’era) Bolsa Familia, una erogazione di welfare disegnata per contrastare in modo vigoroso la povertà promuovendo, mediante condizionalità, lo sviluppo del capitale umano e la protezione dei bimbi mediante scolarizzazione e vaccinazioni e mettendo al centro del sistema la donna.

Ora, Bolsonaro sta cercando di cancellare quell’istituto che ricorda il suo rivale e sostituirlo con altro, detto Auxilio Brasil, che dovrebbe raggiungere un numero lievemente maggiore di destinatari per un importo superiore (400 reais mensili contro 189) ma che rimuove le condizionalità virtuose del welfare sociale. In linea con la critica che Bolsonaro ha sempre condotto contro Bolsa Familia, considerato un sussidio populista destinato ad accrescere la dimensione dello stato.

Auxilio Brasil nasce sia come prolungamento dei sussidi di emergenza pandemica che, come detto, per cancellare il provvedimento-firma di Lula. Piccolo problema: la misura è a termine, dicembre 2022, quando le elezioni presidenziali si saranno celebrate. Che accadrà dopo, non è dato sapere. Ma non è questo che voglio enfatizzare.

Il tetto costituzionale alla spesa

Il punto è la copertura finanziaria del nuovo sussidio. E qui ci ricolleghiamo alle famose camicie di forza costituzionali. Nel 2016 il parlamento brasiliano ha votato una modifica costituzionale che prevede che la spesa pubblica non possa crescere più dell’inflazione. In pratica, crescita reale zero. Vaste programme.

Come ha pensato di aggirare tale mordace vincolo, Bolsonaro? Con uno stratagemma anche ingegnoso ma che tuttavia ricorda molto una cosa chiamata default. In Brasile, i creditori dello Stato si rivolgono alla magistratura per far dichiarare esigibili i loro crediti. Il fenomeno dei crediti non pagati della pubblica amministrazione brasiliana si è gonfiato durante la presidenza Bolsonaro.

Ora, il governo ha deciso di creare un fondo dove affluiranno i proventi delle privatizzazioni e di pagare con quello i creditori che dispongono di “sigillo” giudiziario, rallentando fortemente i pagamenti per il 2022. In tal modo, si stima che si libereranno circa 16 miliardi di dollari, nel rispetto formale del tetto costituzionale di spesa. Un “tesoretto” da usare per una molteplicità di scopi, in anno elettorale.

L’alternativa era quella di “Liberare” più spesa calcolando un’inflazione attesa più elevata, anche per effetto del fatto che i prezzi stanno effettivamente crescendo in doppia cifra annua e falcidiando gli strati più poveri della popolazione a causa di rincari su alimentari ed energia e del deprezzamento del real. Ma, come si intuisce, forse prevedere inflazione elevata per avere più margini di spesa non è il miglior modo per ancorare le aspettative sui prezzi.

Un default di credibilità

Resta, come detto, il punto: Auxilio Brazil è a termine 2022, dopo di che non si sa che accadrà e sarà problema del prossimo presidente, chiunque esso sia. Nel frattempo, gli investitori istituzionali internazionali che avevano creato un fiorente mercato secondario dei cosiddetti Precatorios, si sono presi le perdite teoriche delle quotazioni, conseguenza del rallentamento dei tempi previsti di incasso dei crediti smobilizzati garantiti da sentenza giudiziaria.

Se qualcuno pensa che questo non sia un vero problema, perché alla fine il danno è stato fatto alle “locuste” della finanza globale, ci rifletta: quando un paese perde credibilità nel rispetto dei propri impegni e della tutela dei diritti di proprietà, di solito il costo del suo debito tende ad aumentare. Come se già non bastasse l’inflazione aggressiva di questi tempi. Per informazioni sulla perdita di credibilità mentre si lotta contro il Male globalizzato, chiedere agli argentini.

Come che sia, qui il tetto costituzionale brasiliano appare rispettato in modo formale, ma nella sostanza si crea un effetto secondario che è parente stretto di un default. Davvero affascinante, questa eterna e creativa lotta degli uomini contro le umane norme. Si creano camicie di forza e se ne allentano le cuciture, in pratica.

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