ESG alla cinese, tra partito e pragmatismo

Mentre in Occidente prosegue il dibattito sulla delimitazione del perimetro dei cosiddetti investimenti ESG, quelli che dovrebbero avere a cuore tematiche ambientali, sociali e di governance delle aziende, tra accuse di greenwashing e revisionismi che porterebbero sino all’inclusione dei sistemi d’arma, in Cina pare che il tema degli investimenti con bollino etico-sociale sia stato risolto derivando i principi di investimento dalle priorità strategiche fissate dal regime guidato da Xi Jinping.

Carbon neutrality e prosperità condivisa

Come riporta Bloomberg, le due grandi direttrici che in Cina informano gli investimenti di tipo ESG sono la carbon neutrality, da raggiungere entro il 2060, e la spinta alla cosiddetta “prosperità condivisa”, cioè i processi di redistribuzione volti a correggere la fase dell’arricchimento degli imprenditori, accettata e di fatto promossa da Deng Xiaoping, e che ha dato vita al maggior esperimento sociale anarco-capitalista della storia recente.

Quindi, l’investimento “etico” in senso lato, nel contesto cinese, è la neutralità di carbonio ma anche la sicurezza energetica necessaria a conseguirla. Di conseguenza, i fondi ESG cinesi non hanno alcun problema a tenere in portafoglio produttori di carbone, malgrado l’impatto non esattamente salubre dei medesimi.

Tra le altre linee guida approvate, come detto, c’è la riduzione della povertà, declinata anche come promozione dell’occupazione rurale. Secondo dati Bloomberg, dei circa 170 fondi d’investimento domiciliati in Cina classificati come ESG (oltre 110 nati negli ultimi 20 mesi), e che come tali attirano forte interesse dei risparmiatori retail, circa il 15% sono investiti in aziende che estraggono carbone e oltre il 60% in aziende produttrici di acciaio, che di esso sono voraci consumatrici. C’è persino un 19% di fondi investiti in aziende del tabacco e alcool, e tra poco si capirà il perché.

esg china

L’attrazione dei risparmiatori per i fondi attenti a tematiche ambientali e sociali deriva dalla prospettiva di ottenere ritorni elevati sull’investimento nel lungo periodo. In questo senso, e in coerenza con la declinazione cinese dei principi, è significativo che nell’indice delle 100 aziende con maggiore punteggio ESG nazionale sia presente un gigante della produzione di alcolici ma che è molto attivo in iniziative di occupazione rurale. Analogamente, un’altra grande azienda, che genera il 78% dei suoi ricavi dall’estrazione di carbone, è ai vertici delle classifiche ESG in quanto il suo prodotto è strumentale alla sicurezza energetica, oltre che per il fatto che ha comunque una (piccola) quota di ricavi da generazione a mezzo di rinnovabili.

Ampiamente rappresentato, come si ricava dai dati Bloomberg, anche il settore Aerospace/Defense, a conferma di quanto ipotizzato anche in Occidente, all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina. Più difficile comprendere la presenza, nel 10% dei portafogli a sensibilità sociale e ambientale, la presenza di un’azienda di sorveglianza tecnologica sanzionata dagli Stati Uniti per violazioni dei diritti umani nello Xinjiang. Ma forse si tratta di tecnologia che contribuisce a preservare la “stabilità sociale”, diciamo così.

Le rinnovabili sulle spalle delle fossili

In sintesi, ci sono obiettivi strategici di lungo termine, stabiliti dai vertici del partito, da cui consegue la definizione di fondi che potremmo definire di elevato punteggio ESG secondo i sopracitati criteri. Il sistema si adegua anche a livello commerciale, pur se la definizione ESG spesso è rimpiazzata da etichette del tipo “low carbon”, “responsabilità sociale” e “nuova energia”.

Ma quindi, potreste obiettare, se ogni paese o area economica si fa i propri criteri ESG, come possono gli investitori ottenere omogeneità globale? Semplice: non la ottengono. I fondi cinesi non sono destinati al passporting ma sono oggetto di interesse da parte di investitori occidentali che quindi accettano di buon grado le usanze locali. “Quando sei in Cina, fai come i cinesi”, sarebbe la parafrasi.

A dirla tutta, e fermo restando che i criteri noti come ESG restano vere e proprie sabbie mobili, spesso di ipocrisia, forse una visione strategica che accetti il principio che le rinnovabili possono crescere solo sulle spalle delle fossili appare pragmaticamente necessaria. Riconoscere questo pragmatismo non mette al riparo dal rischio che con simili tassonomie le autorità scelgano i “vincitori”, che poi magari si dimostrano tutt’altro che tali. Ma questo è altro discorso e non è esclusiva cinese.

Foto di Joe da Pixabay

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