La tassonomia ESG vittima di guerra

La banca svedese SEB (Skandinaviska Enskilda Banken) ha comunicato che dal mese prossimo sei degli oltre cento fondi di investimento che gestisce saranno autorizzati a investire in aziende operanti nel settore della Difesa e della protezione. Si tratta del rovesciamento della posizione che la banca aveva assunto lo scorso anno, in ossequio ai principi cosiddetti ESG (Environmental, Social, Governance), la cui funzione doveva essere quella di accompagnare in modo “etico” la transizione ambientale e la democratizzazione del mondo, a partire dalle aziende. Pare che l’invasione russa dell’Ucraina abbia mandato in frantumi questa già problematica tassonomia.

La banca svedese ha motivato il cambiamento di linee guida di investimento alla luce della “seria situazione di sicurezza e alle crescenti tensioni geopolitiche dei mesi recenti – culminate nell’invasione russa dell’Ucraina – che hanno portato in primo piano la questione da una prospettiva di policy e hanno prodotto una mutata posizione tra alcuni dei clienti di fondi della compagnia”.

Greenwashing e marketing

Il tema degli investimenti “sostenibili” è da sempre controverso, ed è stato sin qui sfruttato dell’industria del risparmio gestito per vendere prodotti spesso a commissioni maggiorate, con relativa grancassa di comunicazione fatta di cieli azzurri e campi a perdita d’occhio. E pazienza che i casi di “greenwashing” nei punteggi ESG si stiano moltiplicando: una volta che l’apparato commerciale si è avviato, non si torna indietro.

Tra le proposition di vendita spicca anche il presunto rendimento superiore dei prodotti di risparmio gestito ESG. Forse perché la domanda di mercato è stata diretta su di loro, generando maggiori ritorni? Vai a sapere. Qui una sintesi di alcune contraddizioni della tassonomia, quando declinata nel risparmio.

Poi è stata la volta della tassonomia finanziaria della Ue, che ha deciso di “bollinare” come ESG il finanziamento dell’industria nucleare e del gas in quanto energie di transizione, dietro il rispetto di alcune condizioni. In tal modo, è spiegato, le banche commerciali potranno finanziare le aziende attive in quei settori.

Dietro pressione delle aziende della Difesa, ora si sta facendo strada il concetto secondo cui gli armamenti, in quanto necessari a difendersi, sarebbero appunto dei “beni sociali”, e come tali occorre consentire l’accesso a finanziamenti privati a condizioni non discriminatorie. Dove il bene sociale è la preservazione del benessere e degli standard di vita delle nostre comunità, davanti alla minaccia di aggressioni esterne.

La Difesa come bene sociale

Nel mese di febbraio, sui mercati, le aziende con minor punteggio ESG sono andate meglio di quelle con l’agognato bollino. In questi momenti drammatici per il mondo, il concetto di transizione verde viene messo all’angolo da quello di sicurezza energetica. Gli “investimenti sconvenienti” hanno la loro clamorosa rivincita.

Che la tassonomia ESG fosse problematica, era apparso piuttosto evidente da subito. Ad esempio, che fare con le imprese minerarie che, in quanto tali, sono “sporche” ma estraggono ad esempio il litio e le terre rare che hanno un ruolo imprescindibile nella transizione ambientale?

Che fare con le miniere di carbone che si attivano o riattivano per contribuire all’energia necessaria a fondere l’acciaio per le pale eoliche? I caccia e i carri armati hanno un’elevata impronta carbonica ma se servono a impedire di essere invasi da una potenza straniera, ecco che il loro finanziamento cessa di essere “immorale”.

Appare del tutto evidente che la spallata proveniente da SEB e che verrà da altri gestori, è destinata a mandare in crisi la tassonomia. Tutto in parallelo al riarmo che conseguirà al ritorno della cortina di ferro in Europa e alla storica decisione tedesca di riarmarsi, che a sua volta produrrà forti spinte all’industria europea della Difesa.

In molti stanno tornando a evidenziare che, storicamente, l’investimento nell’industria degli armamenti ha prodotto cospicue ricadute tecnologiche civili e che quindi non va rottamato né discriminato. E del resto, durante la Guerra Fredda, il contributo della spesa per difesa è stato rilevante per le economie.

Dalla finanza come arma al finanziamento delle armi

Certo, esistono comunque dei punti fermi “ultimi”, ad esempio il divieto morale di investire in aziende che producono armi messi fuorilegge da convenzioni internazionali, ma il fatto che le produzioni di armamenti siano regolarmente ambivalenti, in chiave difensiva e offensiva, è destinato a mettere fuori gioco un approccio troppo manicheo alla tassonomia di finanziamento.

Altro strato di complicazione e complessità verrà poi dal riconoscimento che la G di ESG sta per Governance non solo aziendale ma delle entità statali. Si profila un periodo di crisi profonda per la tassonomia ESG, nata già fragile e minata da contraddizioni a cui la guerra in Europa pare aver dato la spallata decisiva. Limitarsi a sfumarne i confini e le delimitazioni sarà equivalente a condannarla alla dismissione.

L’invasione russa dell’Ucraina ha già fatto emergere l’uso della finanza come arma. Ora il finanziamento delle armi da parte dei privati si appresta a uscire dall’angolo a cui la svolta verde l’aveva relegato.

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