Argentina, tanti cambi per non cambiare

L’Argentina continua a dibattersi nella sua crisi eterna, fatta di default ricorrenti e negoziati con odiate istituzioni multilaterali, che talvolta sono state la causa dei guai, con maxi prestiti privi di giustificazione economica. Nel tentativo di proteggere le cronicamente esangui riserve valutarie, i governi pro tempore di Buenos Aires si inventano di tutto, con fantasia spesso perversa che serve solo a prendere tempo.

Uno dei grandi classici di queste situazioni è la presenza di un cambio multiplo, nel senso che a quello ufficiale si affianca quello informale, dei cambiavalute di strada. Nel caso argentino i cambi ufficiali sono molti, praticamente una pletora, costruiti su differenti destinazioni dei dollari che i residenti desiderano spendere. La misura non è inedita, per il paese sudamericano, ma durante il governo del presidente Alberto Fernandez sta conoscendo nuovo slancio.

Dimmi per cosa compri dollari e ti dirò quanto ti tasso

Da oggi entrano in vigore le nuove misure fiscali per operazioni in valuta estera. In particolare, gli argentini possono spendere all’estero, con carta di credito, un massimo di 300 dollari al mese, importo che include l’altro tetto, sui dollari che gli argentini possono comprare per detenere localmente, fissato a 200 dollari al mese.

Su questi 300 dollari si applicano due tasse, del 30% e del 45%, che si sommano. Per acquisti all’estero con carta di credito eccedenti i 300 dollari al mese, e sino al tetto ufficiale di 10.000 dollari, scatta un’ulteriore gabella del 25%. Quindi il cambio tra peso e dollaro, che ufficialmente oggi (anzi, ieri sera) è di 150, raddoppia e si porta a 300.

Questo cambio di 300 pesos per dollaro, che entra in vigore oggi, viene definito il “dollaro Qatar” perché associato alle transazioni degli argentini (ad oggi, 25 mila) che si recheranno ad assistere ai mondiali di calcio, il mese prossimo.

Ma non è tutto. Gli argentini che dovessero comprare biglietti per concerti e manifestazioni artistiche nel paese, pagandoli in dollari, avranno “solo” la gabella del 30%, portando il cambio quindi a circa 200 pesos contro dollaro. Questo viene informalmente definito il “dollaro Coldplay”, per i dieci concerti sold out che il gruppo britannico terrà a Buenos Aires questo mese.

E ancora: il mese scorso il governo ha fissato un cambio “promozionale” per indurre gli esportatori nazionali di soia a vendere all’estero i propri raccolti anziché trattenerli il più possibile in patria in attesa dell’immancabile “gradone” di svalutazione del cambio del peso. Ricordiamo che un cambio artificiosamente forte danneggia gli esportatori mentre spinge gli importatori ad accelerare gli acquisti all’estero.

Il “dollaro soia” è stato fissato il mese scorso a 200 pesos a fronte di un cambio ufficiale del giorno della promozione pari a 139. I coltivatori hanno aderito in massa all’offerta speciale governativa, contribuendo quindi a importare dollari e rimpolpare le esauste riserve valutarie del paese. La misura è terminata dopo tre settimane, anche per timori che l’aumentata circolazione monetaria nel paese spingesse l’inflazione, che è prossima al 100%.

C’è anche un tasso di mercato, oggi pari a 306 pesos per dollaro, per operazioni locali di acquisto di azioni e obbligazioni destinate a finire all’estero, convertite in valuta.

“Per un’Argentina inclusiva e solidale”

Tutte queste gabelle sull’acquisto di valuta sono state introdotte, o meglio sistematizzate, con la cosiddetta Impuesta Para una Argentina Inclusiva y Solidaria, da cui l’acronimo PAIS. Genialità del marketing politico-legislativo. Introdotta dall’attuale presidente Fernandez e dal suo ministro dell’Economia, Martin Guzman, a fine 2019.

La legge è a termine (cinque anni), riguarda gli acquisti di valuta da parte di residenti argentini persone fisiche giuridiche, ha una aliquota di base del 30% (a cui si sommano altre tasse, come visto nel caso degli acquisti con carta di credito), prevede un’addizionale dell’8% per acquisto di servizi digitali e non si applica alla valuta usata per acquistare farmaci, prestazioni sanitarie, libri, utilizzo di piattaforme educative, progetti di ricerca scientifica e protezione civile. Questo è solo l’ultimo passo di un infernale tango di controlli valutari inaspriti e allentati.

Il governo argentino, quindi, lotta disperatamente contro disfunzionalità economiche ormai talmente radicate da non poter essere rimosse con una transizione relativamente indolore. L’errore dell’ex presidente Mauricio Macri fu appunto quello di credere che bastasse tornare “amici” del mercato internazionale dei capitali per evitare l’aggiustamento o instradarlo verso percorsi meno socialmente distruttivi.

votare con i piedi

Nel frattempo, con iperinflazione, circa il 40% della popolazione in povertà, un negoziato infinito col FMI per avere nuovi aiuti e riprogrammare le scadenze degli esborsi precedenti, l’aiuto dei creditori del Club di Parigi, l’Argentina si sta lentamente spopolando, almeno di coloro che possono permettersi di votare coi piedi.

Lo scorso anno, circa 33.600 cittadini argentini di nascita sono giunti in Spagna, massimo dal 2008 e tre volte il dato di sei anni prima. Numero sottostimati, vista la presenza di argentini con doppio passaporto per ascendenze europee. L’ufficio elettorale argentino sta emettendo numeri in forte crescita di certificati di “non-naturalizzazione”, che servono all’espatrio. Anche Italia e i vicini Cile e Uruguay stanno registrando arrivi in crescita di argentini.

La storia del fallimento senza fine di un paese prosegue.

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