FTX, truffa sulla fiducia e senza chiedere permesso

Tentiamo di estrarre alcune considerazioni e lezioni dall’ultimo spettacolare collasso di un giocatore di elevato peso, anche mediatico, del mondo delle criptovalute. Parliamo della galassia FTX e del suo dominus, l’enfant prodige Sam Bankman-Fried, il cui composito ed evocativo cognome da tempo attirava freddure e calembour. Ora, dopo che a essere fritti sono soprattutto i suoi clienti, magari diverrà Bankman-Fraud.

Per uno sguardo d’insieme, necessariamente sintetico e non specialistico, vi rimando a questo articolo. Per parte mia, vorrei evidenziare alcuni punti. In primo luogo, sappiamo che FTX era una tentacolare e caotica conglomerata, con una parte correlata che alla fine ha demolito l’intero castello di carte: si chiama Alameda Research e non è chiaro cosa ricercasse, essendo soprattutto una trading house attiva nei derivati su criptovalute.

I vostri fondi (non) sono al sicuro

A parte ciò, è emerso che FTX ha girato ad Alameda soldi dei propri depositanti, senza autorizzazione. E qui direi che le criptovalute c’entrano poco mentre conta in modo decisivo l’assenza di regolamentazione del settore cripto. Quella che Sam Bankman-Fried (d’ora in avanti, SBF) cercava insistentemente, essendo divenuto interlocutore privilegiato del potere politico (soprattutto dei Democratici, di cui era grande donatore) e delle agenzie regolatorie. Ironie della sorte.

Si diceva, uso non autorizzato dei depositi dei clienti. Che poi è la condotta che, assieme ad altre circostanze, portò ai fallimenti bancari che condussero alla Grande Depressione. Ma ci sono altre perle, agevolate dal contesto. Ne scrive, in uno spettacolare pezzo, Matt Levine su Bloomberg.

FTX era tutto e il suo contrario. Ad esempio, era una “borsa” cripto, un exchange, dove scambiare criptovalute, anche a leva. Ma era anche un servizio di custody, cioè un portafoglio dei fondi dei clienti (tapini). Oppure un broker-dealer e un prestatore. Questa “polispecializzazione” non è rara nel mondo cripto, anzi possiamo dire che tende ad essere la regola, in un tripudio di commistioni.

Dopo il collasso, il bilancio di FTX appariva disporre di soli 900 milioni di dollari di attivi liquidi, 5,5 miliardi di dollari di attivi “meno liquidi” composti dai cosiddetti token (moneta di scambio generata da un protocollo cripto, la vera fiat money dei truffatori del settore) e 3,2 miliardi di investimenti illiquidi di private equity. Niente bitcoin nell’attivo ma 1,4 miliardi di controvalore in bitcoin al passivo.

Attivi immaginari e molto “fiat”

Tra gli attivi cripto figura un token chiamato Serum, messo a bilancio per 2,2 miliardi di dollari. E qui la cosa si fa interessante, si fa per dire. Come funziona? L’emittente del token lo crea dal nulla (il valore è negli occhi di compra, ricordate?) e ne vende una piccola parte ai clienti, mettendo il resto a riserva patrimoniale.

E qui che accade? Ipotizziamo di aver creato 10 miliardi di Serum, e averne venduto un milione a un dollaro l’uno ai clienti. La capitalizzazione “circolante” di mercato è quindi di 1 milione di dollari. Ma, attenzione: esiste anche la cosiddetta fully diluted market cap, che si ottiene valorizzando tutto lo stock di token al prezzo a cui ne è stata venduta una quantità risibile, cioè il milione di cui sopra. In pratica, quanto varrebbe il “tesoro” se tutti i token fossero in circolazione. Ma non lo sono, e sono invece creazione esclusiva di una entità.

Con un complesso algoritmo, 1 dollaro a pezzo per 10 miliardi di pezzi fa 10 miliardi di dollari. Meno il milione incassato dalla vendita ai gonzi agli investitori, fa un attivo patrimoniale in capo al “creatore” del token per 9,999 miliardi di dollari. Non è meraviglioso, tutto ciò? La vera fiat money contro cui il mondo cripto lotta indefessamente, alla ricerca della libertà.

Forse avrete intuito, anche se non siete esperti: l’attivo patrimoniale è stato gonfiato di nulla. E i soldi veri, il milione venduto contro dollari? Ah, con quello potete farci quello che volete: investire in società quotate e non quotate, fare filantropia a vario livello, ungere le ruote a Washington e dintorni.

Ma non finisce qui perché c’è anche un bell’effetto-ricchezza: con gli utili da trading, cioè le commissioni, la cripto-borsa riacquista parte dei token che ha venduto, facendone crescere il prezzo e la ricchezza teorica dei suoi possessori. A quel punto diventa più facile emettere nuovi token o cedere quelli della riserva bloccata a prezzo più elevato, i gonzi accorrono alla fonte della ricchezza perpetua e il valore dell’attivo patrimoniale della cripto-borsa aumenta. Lo schema è noto e ampiamente usato: se compri il token della casa, hai uno sconto sulle commissioni di trading. Anche questo contribuisce a gonfiarne il prezzo.

La grande razzia stile 1929

Poi c’è la seconda parte della truffa, quella con valori depositati da clienti: fiat money o stablecoin (cioè dollari convertiti in rapporto di uno a uno in una criptovaluta “di servizio”), e altre criptovalute depositate. E qui possiamo solo immaginare come è andata: Alameda perde soldi a causa del crollo dei prezzi, forse SBF e amici pensano che questa sia in realtà una enorme opportunità di consolidamento del settore, salvando altre borse da morte certa.

A quel punto, per far fronte alle due esigenze, dirottano i valori dei depositanti su Alameda. Il resto è storia, o almeno cronaca. Aggiungiamo solo l’assenza di controlli interni, fogli elettronici fatti da studenti delle medie, “impropria” attribuzione dei conti tra fondi propri e di terzi e leva finanziaria, un consiglio di amministrazione inesistente o fatto da amici del multicrinito genio, eccetera.

La stretta monetaria delle banche centrali è alla base di questi crolli, allo stesso modo in cui è stata alla base dell’esplosione del fenomeno cripto. Questo ve lo dico da tempo, ricordate? So quello che alcuni di voi potrebbero obiettare: queste sono truffe agevolate da controlli assenti, il bitcoin è altro e serve ad altro. Conosco l’argomentazione, non è priva di fondamento. Di certo, quello che ho succintamente e impropriamente descritto a grandi linee è solo la trasposizione di una truffa basata sul concetto di token, il “gettone magico”.

Senza fiducia e senza permessi, letteralmente

Forse un giorno, dopo aver ripulito il campo di tutti gli schemi Ponzi così generati, emergerà una effettiva utilità delle blockchain, in un contesto realmente trustless e permissionless, le parole magiche che indicano che le transazioni possono svolgersi in assenza di una autorità centralizzata e senza bisogno della “fiducia” che caratterizza le istituzioni costruite entro il “contratto sociale” delle leggi.

Per ora, possiamo solo constatare che l’unica cosa trustless, nel senso di immeritevoli di fiducia, sono queste “borse”. Agli utenti che vogliono cautelarsi, in attesa che lo facciano leggi e norme del noto Leviatano statale (!), resta la cosiddetta autocustodia, cioè tenere le criptovalute in un portafoglio ad accesso esclusivo, meglio se offline. Non il massimo della praticità e di certo non ha salvato i risparmiatori dal crollo dei valori, ma almeno evita che i propri fondi siano dirottati senza permesso (anche qui, una forma ironica di pemissionless). Unico rischio, qui, è perdere i codici di accesso al wallet, o che siano sottratti da terzi che poi ripuliscono il portafoglio.

Siate la banca di voi stessi è un bel concetto. Ma ovviamente non privo di rischi. SBF diverrà l’acronimo di un decaduto Master of the universe che, si auspica, passerà tempo a riflettere su quanto fatto, magari in un contesto istituzionale e con sbarre alle finestre perché la rieducazione, anche se non afflittiva, può essere agevolata in tali setting. Invece, da noi in Italia sbf indica il “salvo buon fine”, che per molti nostri connazionali investitori in FTX, non c’è stato.

Foto di www_slon_pics da Pixabay

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