Tra occupabilità e occupazione c’è di mezzo la povertà

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

torniamo, stancamente forse, a parlare del Reddito di Cittadinanza, eterno argomento principe di ogni dibattito di questi ultimi anni.

Le suggestioni offerte dai media e dal Governo sono tantissime e vanno evidentemente affrontate, a partire dalla principale: l'”occupabilità”

Si tratta, tecnicamente, di un concetto solo amministrativo: è la condizione di chi, risultando privo di lavoro, abbia dichiarato di cercarlo attivamente (entrando così nelle banche dati dei servizi di lavoro pubblico) e di avere una “profilazione” tale da risultare proponibile alle imprese che domandano lavoro.

La situazione del mercato del lavoro

Nel dibattito, invece, l’occupabilità si sta trasformando come la situazione di chi pur essendo potenzialmente idoneo a lavorare (appunto, “occupabile”), tuttavia resta disoccupato, con lo stigma, se percettore di benefici pubblici, Reddito per primo, della mancanza di volontà di lavorare in quanto “divanista”. Molti, mercè una campagna di stampa infinita e del tutto fuorviante sulla mancanza di “stagionali”, sono convinti che data la pressante richiesta di lavoro negli horeca o anche nell’agricoltura è inconcepibile che i percettori del RdC non lavorino; se ciò accade è un loro de-merito e, dunque, l’attribuzione di un sussidio è ingiusta.

Al di là della percezione, tecnica o “metafisica” del concetto di occupabilità, forse una piccola analisi del mercato del lavoro e dei meccanismi di funzionamento non sarebbe male, allo scopo di assumere decisioni su misure come il Reddito.

Un primo documento essenziale è il Rapporto sulle Comunicazioni Obbligatorie che i datori di lavoro comunicano ai sistemi informativi per ogni contratto attivato nell’anno.

La sintesi del rapporto 2022 (riferita all’anno prima) evidenzia:

Nel 2021 il Sistema Informativo Statistico delle Comunicazioni Obbligatorie registra circa 11,3 milioni di rapporti di lavoro attivati a cui si aggiungono 1,3 milioni di contratti in somministrazione per un totale di circa 12,6 milioni di attivazioni. I rapporti di lavoro attivati hanno interessato 6,6milioni di lavoratori per un numero di rapporti di lavoro pro-capite pari a 1,71. Il contratto a Tempo Determinato si conferma contratto prevalente e si attesta al 68,9% del totale attivazioni dell’anno, con un leggero aumento, pari a 0,6 punti percentuali, rispetto al 2020

Un’osservazione attenta di questi dati lascia capire alcune cose. In primo luogo: per ciascuna “testa” si attivano quasi 2 contratti di lavoro. In effetti, la durata dei rapporti di lavoro, come specifica sempre il Rapporto, è tutt’altro che prolungata:

rapporti di lavoro 2019 21

Dei circa 10,6 milioni di rapporti cessati nel 2021, la metà circa non raggiunge i 3 mesi di durata, un terzo arriva ad un anno, un quinto va oltre l’anno.

Ciò, in secondo luogo, è dovuto alla preponderanza dei contratti a termine tra quelli attivati. Ma, in terzo luogo, se per ogni lavoratore vi sono quasi 2 attivazioni, è evidente che una fascia molto ampia dei disoccupati “occupabili” continua a restare fuori dal mercato del lavoro, perché le assunzioni si rivolgono sempre ad un medesimo bacino.

Infine, in quarto luogo, e per avere cognizione di ciò non servono certo i dati sulle comunicazioni obbligatorie, l’economia è da anni stagnante: il fardello dei quasi 2,2 milioni di disoccupati ai quali aggiungere circa altri 3 milioni di “scoraggiati” (persone prive di lavoro che però non si inseriscono nemmeno nelle banche dati e non cercano il lavoro) non si riduce, perché non c’è crescita economica sufficiente. Il numero degli occupati rimane sempre di circa 23 milioni e l’idea che esso potesse aumentare puntando sull’espansione delle partite Iva non ha funzionato, visto che da anni anche le partite Iva oscillano intorno ai 5 milioni.

Poca appetibilità per le imprese

In una situazione simile, dovrebbe risultare comprensibile che la condizione di “occupabilità” di per sé non significa nulla. La boutade liquidatoria del sottosegretario Claudio Durigon, secondo il quale il percettore “occupabile” se non trova lavoro entro agosto 2023 comunque “lo troverà”, è la sintesi del modo fuorviato di intendere il funzionamento del mercato, che, ovviamente, tende a cercare figure professionali non “occupabili”, bensì “spendibili” o “appetibili”, aventi cioè esperienze e competenze utile per un impiego proficuo, e a scartare gli “occupabili” con minore spendibilità ed appetibilità per le aziende.

È di tutta evidenza che, poiché il 73% circa dei 900.000 “occupabili” (qualificati così perché tenuti a sottoscrivere coi centri per l’impiego un patto per il lavoro) percettori del Reddito è privo di qualsiasi esperienza di lavoro o disoccupato da lunghissimo tempo o con titolo di studio non superiore alla licenza media, la loro “appetibilità” per le imprese risulta molto scarsa. Centri per l’impiego, navigator o agenzie private possono proporre alle aziende mille volte i nominativi di questi percettori, ma in un mercato nel quale l’imprenditore è libero, alla fine, di scegliere il lavoratore che meglio gli aggrada, è poco probabile che a quel percettore giunga un’offerta di lavoro (meno che mai “congrua”) concreta.

Nell’ambito del flusso dei disoccupati c’è, nella sostanza, la distinzione tra due distinti “bacini”. Quello dei percettori di Naspi, che hanno perso il lavoro da poco tempo, con alta spendibilità e competenze ancora vive ed attuali (circa una metà del totale); e quello degli inoccupati (chi non ha mai avuto esperienze precedenti) o dei disoccupati di lungo termine, con possibilità di inserimento lavorativo progressivamente inferiori quanto più aumenta l’età, il disagio sociale, l’anzianità di disoccupazione e si riducono il valore del titolo di studio e delle esperienze del curriculum.

Il mercato concede chances al primo bacino di utenza (che, poi, è anche quello al quale attingono prevalentemente le agenzie private) e pochissime al secondo. Ed è proprio in questo secondo bacino che ritroviamo la gran parte dei percettori del Reddito di cittadinanza. Pensare, dunque, di connettere l’ulteriore percezione del beneficio – che a ben vedere è in funzione della condizione economica e non della situazione di occupabilità – al reperimento di lavoro entro una scadenza imperativa è oltre il velleitario.

Il disegno di legge di bilancio, in realtà, nei confronti degli “occupabili” agisce in due modi. Il primo: nelle more della riforma del Reddito (della quale ancora non sono noti i contenuti), restringere il periodo di percezione dell’assegno ai soli primi 8 mesi del 2023. Il secondo: obbligare a frequentare per 6 mesi un “corso di formazione e/o di riqualificazione professionale di cui alla legge 28 marzo 2003, n. 53”.

Ora (a parte che la legge 53/2003 è una legge delega e, dunque, andrebbero citati i decreti legislativi attuativi) anche l’intervento proposto dal Governo dimostra che l’occupabilità di per sé non è nulla, se non una condizione di partenza della persona priva di lavoro, sulla quale occorre iniziare un percorso complesso. Tendente prima a capire la sua condizione sociale, familiare e reddituale (è assai importante, per esempio, verificare se si disponga o no di un mezzo di trasporto privato): molte volte, alcune impellenze (abitazione, situazione debitoria, bisogni primari) sono in tutto prevalenti e preponderanti sulla stessa possibilità di inserire i disoccupati in un sistema di ricerca effettivo di lavoro. Il percorso, dunque, richiede la presa in carico, l’analisi della condizione della persona e la conseguente sua “attivazione”.

Su La Repubblica del 24.11.2022, Marco Bentivogli, nell’articolo “La demagogia non crea lavoro” proprio sul punto, afferma:

Il piano Gol (garanzia di occupabilità dei lavoratori), come ci ricorda la bravissima Lucia Valente, prevede l'”attivazione” di 300.000 persone nel mercato del lavoro entro quest’anno. Significa che sono persone che avranno accesso al lavoro? Magari. Sono persone accolte nei Cpi, a cui è stato fatto un “patto per il lavoro” senza nessun avvio al lavoro.

Anche questo modo di ragionare è fuorviante. È influenzato dall’idea che le politiche attive (come lo è Gol) possano “creare lavoro”. Infatti, sempre Bentivogli nel medesimo articolo afferma che “Nel nostro Paese le politiche attive del lavoro danno lavoro agli esperti di politiche attive del lavoro”

Ma, chi dà lavoro è solo il sistema delle imprese private ed anche il settore pubblico. Una politica attiva del lavoro non dà lavoro ma aiuta a chi cerca di reperirlo, appunto attivandolo con una serie di misure tanto più complesse, quanto meno è spendibile la persona: orientamento iniziale, elaborazione del curriculum, valutazione delle esperienze e del titolo, individuazione di settori prossimi alle capacità dimostrate, orientamento approfondito, valutazione della necessità di irrobustire le competenze, esperienze di tirocinio, inserimento in attività di formazione; si tratta di moduli da comporre tagliandoli su misura della persona, solo al termine dei quali si può intermediare la posizione del lavoratore, candidandolo per domande di lavoro rispetto alle quali risulti idoneo.

Costi certi, esiti incerti

Le politiche del lavoro, quindi, costano, tanto, e non offrono di per sé alcuna certezza che quella certa impresa assuma proprio quel certo disoccupato: non avviene così nemmeno nell’ambito del collocamento dei disabili.

D’altra parte, Titolare, la formazione, che è un tassello autonomo delle politiche attive, a sua volta costa, come abbiamo evidenziato proprio di recente. I beneficiari del Reddito non possono certo permettersi di pagare 6 mesi di formazione. Qualcuno deve pur farlo. E se anche la formazione viene erogata da soggetti privati, sono però fondi regionali e, dunque, pubblici a finanziarli; oppure fondi del Fondo sociale europeo, che sempre pubblici sono; o fondi del PNRR a loro volta e ancora una volta pubblici.

Spostare anche solo parzialmente il Reddito da misura solo assistenziale a sostegno a patto che il beneficiario si formi (a parte l’analisi del problema del chi, come e con quali esiti formi) sposta solo l’erogazione della spesa, che resta pubblica.

In ogni caso, obbligare i percettori del Reddito ad una formazione di 6 mesi conferma che si tratta di persone occupabili, come ogni disoccupato, ma lontane dal mondo del lavoro. La formazione da sola non li aiuta a superare la condizione di povertà, né di per sé a trovare lavoro.

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