L’opera al nero di Giorgia

Ascoltando la conferenza stampa di presentazione della legge di bilancio 2023 si ricavava una sensazione quasi straniante: dopo una campagna elettorale condotta al grido di “burro, cannoni e cannoli per tutti!”, invero raffreddata nelle ultime settimane dalla “prudenza” di Giorgia Meloni che evidentemente non aveva molta voglia di farsi accogliere a Palazzo Chigi da una bella fiammata dello spread, ecco il momento della prudenza, plasticamente rappresentato dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che è pure riuscito a trollare il suo segretario, seduto a un paio di posti di distanza e che era tra quelli che invocavano “scostamenti e sfondamenti” per tentare di sfuggire a un destino politico che pare segnato.

Flat tax ovunque

Una legge di bilancio che verte su “sostegni” all’energia che dureranno un trimestre e sull’impegno strategico ad allargare le opportunità di fare più nero agli elettori di riferimento della destra italiana. Tetto al contante a 5.000 euro in modo che nessuno, anziano ed economicamente disagiato che sia, debba essere costretto a rinunciare a comprarsi ogni giorno pane, latte e magari il giornale.

Flat tax per gli autonomi portata a 85 mila euro di ricavi dagli attuali 65 mila, al grido “come ci consente l’Europa” (indagheremo ma sospetto un qualche “fraintendimento”), un mini condono sulle cartelle sotto i mille euro prodottesi fino al 2015. Accantonata una nuova voluntary o assimilata, almeno per ora.

C’è poi l’intervento sul reddito di cittadinanza che personalmente non mi è chiarissimo, come ho spiegato qui. Su tutto: come distinguere la quota di assegno familiare di chi è idoneo a lavorare da quella del resto della famiglia? Servirebbe una scomposizione in scale di equivalenza individuali. Vedrete che ignoreranno il punto sin quando faranno oh. Come che sia, vedo difficile produrre cassa da una iniziativa del genere.

Il problema del reddito di cittadinanza è calarlo in realtà economicamente desertificate e dove si può restare inoccupati a vita, al netto della solita economia di vicolo che assimila il nostro Belpaese a scorci di terzo mondo. A questo proposito, immagino che il ritorno di antiche social card finirà a sostituire parzialmente il reddito di cittadinanza ma non voglio spoilerare.

Alla premier pare che il concetto di “flat tax” piaccia moltissimo, al punto che vorrebbe metterne ovunque un pizzichin. E pazienza che, così facendo, faccia mostra di non capire cosa è realmente una tassa piatta: in Italia il pervertimento linguistico che affonda le sue radici nella deprivazione culturale e nell’analfabetismo culturale di ritorno o di sola andata, è ormai l’unico vero collante nazionale.

Né manca l’occasione per appiccicare misure rachitiche, preesistenti e inutili agli slogan di campagna elettorale. Ad esempio, sentire Meloni proclamare trionfante che “abbiamo iniziato ad attuare il principio di ‘più assumi, meno tasse paghi'” ma applicato ad una ridicola decontribuzione da seimila euro per assunzione a tempo indeterminato di donne, “giovani” under 36 e percettori di reddito di cittadinanza che semplicemente esiste da tempo e che non serve a un beneamato nulla. Si prende il contenitore e lo si riempie di fantasia. Dopo tutto siamo italiani, no?

Sussidi in nero

Come detto, il grande asse portante di questa manovra e questa maggioranza è quello di elargire sussidi indiretti sotto forma di occasioni di fare nero, a una robusta porzione del proprio elettorato. Così si spiega la “sospensione” dell’obbligo di accettare pagamenti con Pos per importi inferiori a 30 euro. Che tuttavia si porta dietro una “moratoria” di almeno sei mesi (salvo milleproroghe) su tutti gli acquisti, per “studiare” da quale importo si metterà l’obbligo di accettare moneta elettronica “al fine di garantire la proporzionalità della sanzione e di assicurare l’economicità delle transazioni in rapporto ai costi delle stesse”. Credo che nel compito saranno arruolate le migliori menti del paese.

Nel frattempo, sui social, si odono pensose e libertarie perorazioni della misura, del tipo “non devo essere costretto a usare la carta, se voglio usare i contanti”. Premesso che mai c’è stato “obbligo”, è un peccato che qui non sia il compratore ad esercitare libertà di scelta ma il venditore. La logica, se c’era, se ne stava in disparte. Del resto, ricordate la percentuale di analfabeti funzionali di questo paese? Credo serviranno cassette di sicurezza più capienti per contenere il contante. Occorrerà restare vigili per impedire che le banche lucrino anche su quello. Che ne direste di un “equo canone” per le cassette di sicurezza? Pensiamoci.

In alto abbiamo il problema di come pagare il gioielliere per fare un regalo all’amante e non essere sputtanati dall’estratto conto della carta di credito, narra la vulgata; in basso, come consentire ad anziani, poveri e nativi analogici di poter andare dal bottegaio con un rotolo di banconote di taglio grande e non sentirsi vittime di apartheid digitale. Nel mezzo, il sopracitato bottegaio che non riesce a sopravvivere senza nero. Certo, si poteva raggiungere l’obiettivo di far respirare questi eroi dei nostri tempi, e impedirne la progressiva proletarizzazione, mettendo fuorilegge Amazon e, soprattutto, i centri commerciali. Ma non c’è fretta: l’elogio della pazienza è già stato sdoganato e comunque ci sono “programmi di legislatura” e magari anche generazionali.

Nel frattempo, spunta la “flat tax” per le mance ai camerieri. Leggo che la ratio sarebbe quella di attirare manodopera “come la Francia” ma non mi è chiaro come, in un paese dove la lotta alla moneta digitale procede strenuamente. Come che sia, pare che il “sostituto d’imposta” debba essere il ristoratore (restate seri) e che la misura sia applicazione analogica della detassazione dei fringe benefit dei lavoratori dipendenti. Se fossi un malpensante direi che la misura servirà ai ristoratori per ridurre gli stipendi ai camerieri compensando con le “mance” e riducendo l’onerosità complessiva del costo del lavoro. Vi diranno che è stato un successo senza precedenti per fare affiorare il nero.

Per tornare all’antico, c’è un aumento di accise sulle sigarette che immagino serva ad alimentare il contrabbando, rigorosamente senza Pos. Quindi mi pare misura coerente, anche se è un vero peccato che il vizioso Stato rischi di perdere gettito sui tabacchi. Il ricavato pare contribuirà ad alimentare un non meglio definito “fondo per la sovranità alimentare”, a botte di 25 milioni di euro l’anno per un quadriennio. “Voi dettate, o corpi intermedi, e noi scriviamo”, è il mantra della premier ogni volta che va a farsi omaggiare da associazioni di produttori e deve per questo motivo scappare da futili conferenze stampa a Chigi, non prima di aver messo il suo ormai familiare broncio e attivato il suo caratteristico vittimismo: “con altri premier eravate meno assertivi”.

A me, questa cosa dei “moduli” per arrivare a esiti “di legislatura” ricorda quel governo Berlusconi che aumentò i bolli per ridurre di un punto l’Irpef. I moduli successivi non arrivarono mai, chissà perché. Eppure le intenzioni erano eccellenti. Spesso i grandi geni cadono vittime del conformismo e della routine. Alcuni di loro compensano scrivendo capolavori su mostri di videogame e profezie bibliche sull’economia globale.

Stretta nascosta ma poco realistica

Ma parliamo di qualcosa di macro, ché vale sempre la pena. L’Osservatorio Conti pubblici italiani dell’Università cattolica ha scoperto che la manovra, pur ampliando il rapporto deficit-Pil al 4,5% nel 2023 per recuperare quella ventina di miliardi con cui scontare l’energia fino a marzo nasconde in realtà numeri problematici, come da attenta lettura della Nadef programmatica scritta dal governo Meloni.

In pratica, anche se nel 2023 il deficit-Pil sale al 4,5%, il saldo primario (la differenza tra entrate e spese esclusi gli interessi) si contrae e non di poco. Scrive Giampaolo Galli:

Il conto più significativo lo si ottiene confrontando l’obiettivo del 4,5% per il 2023 con il preconsuntivo del 2022 (5,6%), il che significa che in un solo anno il deficit scende di oltre un punto di Pil; lo stesso accade al deficit primario perché la spesa per interessi è la stessa del 2022 (4,1% del Pil).  Dato poi che il governo prevede – saggiamente – un forte rallentamento della crescita per il 2023 (un misero +0,6%), la variazione del saldo strutturale, ossia corretto per il ciclo, è ancora maggiore: -1,3% del Pil, ossia circa 26 miliardi che vengono sottratti all’economia.

Come si nota, abbiamo più deficit ma che occulta una stretta fiscale. Ma su cosa?

Buona parte della risposta sta in una tabella seminascosta nella Nadef: i redditi da lavoro dipendente e gli acquisti della PA diminuiscono di 0,6 e 0,8% rispettivamente, in valore assoluto, non rispetto al Pil (!). Al netto dell’inflazione che ormai ha raggiunto il 12%, si tratta di tagli davvero importanti. Come si possano ottenere questi risultati non è chiaro. Per i redditi sembra difficile che i sindacati non alzino un dito per recuperare il potere d’acquisto perso con l’inflazione.

Interessante. Un calo in valore assoluto dei redditi da lavoro dei dipendenti pubblici e degli acquisti intermedi della pubblica amministrazione, immagino soprattutto della sanità. Che, nell’anno dell’inflazione a doppia cifra, è assai suggestivo. Per darvi la misura, nel 2022 il monte salari pubblici è aumentato del 6,6% annuo, e quello per consumi intermedi del 6,2%. Dubito che il monte stipendi pubblici cali in valore assoluto per un blocco parziale del turnover: servirebbe in realtà un esodo biblico. Sugli acquisti della PA, boh. Potenza della spending review, immagino. Temo che anche questo spettacolare taglio di spese in valore assoluto sia stato ereditato dal precedente esecutivo.

Per farla breve, il rischio è che questi numeri siano frutto di un rave party governativo con meno di 50 partecipanti e che il prossimo anno ci ritroveremo con un nuovo poderoso buco, magari allargato da una recessione oggi data per certa. Se così fosse, lo spread farebbe sentire tutto il suo disfattismo e la premier sarebbe costretta a battere i pugni sul tavolo europeo. Yawn. A proposito, seguite anche il ricco filone della “rinegoziazione” del PNRR: ci darà grandi soddisfazioni, una volta terminata la fase dell’assegnazione delle colpe a Mario Draghi.

Quanto ad altre misure, dopo aver atteso lungamente (in affollata compagnia del governo precedente) il mitologico tetto europeo al prezzo del gas, rivelatosi alla fine uno scherzo di pessimo gusto della Commissione Ue, il governo Meloni ha deciso di fotocopiare il regolamento Ue pubblicato lo scorso 6 ottobre, e lavorare di addizionali Ires e tetto ai ricavi dei generatori da rinnovabili. Talmente ispirati, che in questo secondo caso hanno tenuto anche la soglia dei 180 euro a MWh.

Questa è l’opera prima di bilancio di Giorgia Meloni. Citando l’immortale Marguerite Yourcenar, diremmo che è soprattutto un’opera al nero. La navigazione procede, per gli iceberg ci attrezzeremo.

Foto di Wilfried Pohnke da Pixabay

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