Un piccolo mondo antico, piatto e sommerso

Come da attese, il governo Meloni ha approvato in scioltezza l’aumento della soglia di ricavi che consentono ai lavoratori autonomi di restare nel regime forfettario, portandola da 65 mila a 85 mila euro annui. Non altrettanto è accaduto a molte altre promesse, pesantemente ridimensionate o accantonate nella immancabile “prospettiva di legislatura”. E meno male per i conti pubblici, vien fatto di dire.

A dirla tutta, la flat tax doveva arrivare a centomila euro annui di ricavi ma transeat. La misura contribuisce al progressivo svuotamento dell’Irpef, imposta che ormai colpisce solo i dipendenti più “agiati”, come si intuisce gettando un’occhio non distratto alle statistiche di gettito per fasce di reddito.

Costa relativamente poco ma accentua l’iniquità

Sul Sole del 26 novembre c’è un commento di Andrea Dili che analizza i costi della nuova soglia di questa flat tax e anche la forma definitiva dell’altra, la cosiddetta incrementale. Andiamo con ordine. La prima,

[…] riguarderà una parte minimale dei contribuenti Irpef (a regime dovrebbe avere un impatto finanziario inferiore a 400 milioni annui) e sarà scelto soltanto dai soggetti con strutture “leggere”, caratterizzate da bassi costi e scarsa propensione agli investimenti.

Il governo ha deciso di limitare i margini per “astuzie” dei contribuenti facendo cessare il regime forfettario immediatamente nell’anno in cui i ricavi superano il tetto. Oggi, per contro, sarebbe possibile eccedere ad libitum il tetto, portandosi quindi a casa un jackpot una tantum, sapendo che il regime cessa dall’anno di imposta successivo a quello di superamento della soglia.

Che il regime forfettario determini l’ennesima violazione del principio di equità orizzontale (pari trattamento fiscale a parità di reddito) è concetto acquisito. Riguardo invece al confronto tra forfettari, dipendenti e autonomi in regime ordinario, possiamo dire che il vantaggio per i primi aumenta, non sorprendentemente, al crescere del reddito. Quindi possiamo concludere che questo innalzamento di soglia conferma l’iniquità orizzontale del forfettario a livello di imposta sui redditi. Ma questo lo avevamo intuito.

flat tax confronto

Il problema della flat tax è soprattutto il potente disincentivo alla crescita dimensionale dell’attività economica ed all’investimento in beni strumentali, visto che questi ultimi non sono spesabili nel regime forfettario. Come commenta Andrea Dili:

Si tratta di misure che, per quanto riguarda il lavoro autonomo, rafforzano la frammentazione del mercato dei servizi professionali, disincentivando l’aggregazione in strutture specializzate e multidisciplinari, capaci di fornire servizi a più alto valore aggiunto e più orientate agli investimenti. In altre parole la politica del “piccolo è bello”.

Un 2023 “ingegnoso”

C’è poi la seconda flat tax, quella cosiddetta incrementale, che dal suo annuncio suscita il mio interesse perché la considero una misura puramente demenziale ma ad elevato potenziale di nocività. Dopo innumerevoli smentite, puntualizzazioni, affinamenti e riduzione dell’ambito di applicazione, dovremmo finalmente avere l’assetto finale, quello che risponde alle mie precedenti domande. Eccolo:

[…] una imposta sostitutiva di Irpef e addizionali con aliquota proporzionale del 15% su una base imponibile determinata come differenza tra il reddito d’impresa o di lavoro autonomo realizzato nel 2023 e il reddito (della stessa natura) d’importo più elevato conseguito tra il 2020 e il 2022, e comunque non superiore a 40 mila euro meno il 5% del predetto reddito più elevato.

Oh, finalmente. Volete la traduzione? Prego: nel 2023 sarà possibile fare emergere imponibile fino a 38 mila euro (40 mila meno il 5% di tale importo come “franchigia”), pagando solo il 15% di Irpef e senza timore di venire accertati su tale emersione. Eccolo, il “premio di produttività” e “alla ingegnosità”. Senza sfera di cristallo e senza carte o altri strumenti divinatori, possiamo prevedere che il prossimo sarà un buon anno per molti lavoratori autonomi fuori dal regime forfettario.

Della serie “poi non dite che non ve l’avevo detto”, ecco cosa scrivevo lo scorso 11 novembre:

La verità è che questa misura è stata disegnata per fare emergere redditi non dichiarati, in una sorta di tax holiday parziale, per poi tornare allo status quo ante.

Come si nota, questo potrebbe diventare lo strumento di elezione dei governi futuri (soprattutto ma non esclusivamente di destra) per raccogliere gettito una tantum senza disturbare troppo. Meno politicamente problematico di una voluntary disclosure o di una rottamazione di cartelle.

Temporanea o prima pietra?

Ma c’è invece chi guarda alla flat tax incrementale come al punto di partenza per arrivare a un regime generalizzato mono-aliquota, cioè alla vera flat tax, dove la progressività tributaria costituzionale sarebbe rispettata a mezzo di calibrazione di detrazioni e deduzioni.

Questa pare essere l’idea del viceministro all’Economia e vero ministro delle Finanze, Maurizio Leo, espressa in una intervista al Messaggero del 26 novembre:

Sull’Irpef ci sarà un percorso verso la flat tax generale?
La flat tax incrementale per gli autonomi e l’elevazione del tetto è il primo passaggio. Poi gradualmente e trovando le necessarie coperture, bisognerà andare verso un sistema a tre aliquote. Nel corso della legislatura vorremmo addolcire le aliquote per poi andare a un meccanismo flat, che però rispetti la progressività con meccanismi di detrazioni e deduzioni, senza metterci in contrasto con la Carta Costituzionale.

Ora, Leo ne ha già dette diverse sulla flat tax incrementale, non tutte necessariamente coerenti. Il 16 agosto scorso, ad esempio, dichiarava:

Qui, però, appare utile qualche precisazione, taluna forse scontata, come la circostanza che la tassazione al 15% debba riguardare il solo anno in cui l’incremento di reddito si realizza, mentre non sarebbe sensato un trascinamento del beneficio anche negli anni successivi, se non in relazione a eventuali ulteriori incrementi.

E anche:

In sostanza, la flat tax incrementale intende costituire uno stimolo, temporaneo ancorché decisivo, ad alzarsi dal divano, a darsi da fare, a migliorare per se stessi, per la propria famiglia e per il Paese.

Da “stimolo temporaneo” per “alzarsi dal divano” (e far emergere il nero, immagino) a prima pietra per una riforma Irpef realmente mono-aliquota. Dove starà la realtà? Per me, domanda retorica.

Tirando le somme, abbiamo l’ennesima conferma che questo esecutivo punta a creare le opportunità per consentire ad alcuni soggetti di fare nero nel 2023. Non è esattamente un vaste programme ma è in linea col piccolo mondo antico, economicamente marginale e di solito altrettanto poco produttivo di cui i “conservatori” italiani hanno deciso di assumere rappresentanza (pure con motivazioni risibilmente pseudo-libertarie), dovessero affossare nel tentativo il resto del paese. Per tutto il resto, ci sono i bonus e tutte le altre tax expenditures finalizzate a ritagliarsi porzioni di elettorato ed erodere basi imponibili.

Foto di Antonios Ntoumas da Pixabay

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