Russia, dal surriscaldamento alla gelata?

Dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, e dopo l’applicazione di innumerevoli pacchetti di sanzioni occidentali, l’economia di Mosca viene scrutata ossessivamente alla ricerca di crepe che possano far ipotizzare l’arrivo di guai seri, tali da interferire con la cosiddetta operazione militare speciale. Sinora ha prevalso la resilienza, pur dietro la difficoltà di prendere a valore facciale le statistiche ufficiali, peraltro sempre meno frequenti e che riguardano un numero sempre minore di serie storiche.

Non molto tempo addietro, l’ipotesi centrale degli osservatori occidentali era che l’economia russa fosse prossima a surriscaldarsi al punto da finire fuori controllo. La dura legge del tradeoff pareva prossima a punire i consumatori russi, sacrificando il loro burro a vantaggio dei cannoni. Qualche segnale in questo senso emerge oggi anche dalle statistiche ufficiali, finendo sulla stampa. Ad esempio, il crollo del 30 per cento nelle vendite di auto a giugno.

Nel frattempo la banca centrale ha avviato il tanto agognato (da imprese e oligarchi) allentamento monetario, tagliando i tassi ufficiali del 3 per cento in un mese, al livello del 18 per cento, con la motivazione ufficiale che la disinflazione è in corso, favorita dall’indebolimento superiore alle attese della domanda interna, e col mercato del lavoro che mostra segni di allentamento.

Allentamento monetario

Con la prima riduzione dei prezzi dallo scorso settembre, segnalata nella settimana del 21 luglio, il tasso tendenziale ufficiale dei prezzi al consumo è al 9,4 per cento. La banca centrale prevede un’inflazione a fine anno nel corridoio 6-7 per cento e una crescita di 1-2 per cento, col greggio stimato a 55 dollari al barile. Le statistiche ufficiali evidenziano anche un deterioramento del sentiment delle imprese, tornato ai livelli del 2022, a guerra appena iniziata, a causa della stretta monetaria.

Putin prosegue la sua campagna ucraina, tetragono alle pressioni esterne, ultima delle quali l’annuncio di Donald Trump di imporre sanzioni secondarie del 100 per cento ai paesi che comprano beni russi. Sarà interessante vedere se questa minaccia si concretizzerà, tra poco più di una settimana, anche considerando che la vittima designata di tali sanzioni, oltre all’India, è la Cina, con cui gli americani stanno trattando in questi giorni a Stoccolma la probabile proroga del periodo a dazi attenuati, nelle more del grande negoziato commerciale.

L’economia russa sta progressivamente soffrendo per le sanzioni in essere, comunque. Ad esempio, la sua industria del carbone, che si basava su attrezzature di estrazione comprate negli Stati Uniti, Unione europea e Giappone, ha inizialmente pensato di poter trovare in Cina una valida alternativa, scoprendo che le cose non stanno così, in termini di qualità scadente e lunghi tempi di consegna. E così, sempre più spesso, alcune miniere operano una cannibalizzazione delle parti di ricambio, costringendone altre a fermarsi.

Carbone e acciaio in crisi

Le esportazioni di carbone verso la Cina sono a loro volta rallentate, malgrado l’inesausta fame del combustibile fossile da parte di Pechino. Da ultimo, anche ipotizzando di riuscire a reperire parti di ricambio, il settore minerario è ad alta intensità di capitale e quindi soffre per la stretta monetaria. Le aziende minerarie russe da tre anni vedono precluso l’accesso ai mercati obbligazionari e creditizi occidentali dove, subito prima della guerra, riuscivano a indebitarsi in euro al 3 per cento.

Anche se l’attività mineraria carbonifera pesa sul Pil per solo lo 0,5 per cento, le centrali a carbone generano il 15 per cento dell’elettricità russa. A causa della crisi del settore, alcuni distretti carboniferi sono minacciati dalla disoccupazione e hanno visto il crollo delle entrate pubbliche. La regione di Kemerovo, principale distretto carbonifero russo, ha già iniziato a tagliare alcuni benefici, in conseguenza di un buco del 20 per cento nelle entrate.

Le autorità centrali sono andate in soccorso del settore, con sospensione di imposte ed erogazione di contributi a fondo perduto. Secondo l’agenzia Interfax, che cita fonti del ministero dell’Energia, le perdite cumulate del settore carbonifero quest’anno raddoppieranno, al livello di 350 miliardi di rubli, pari a 4,5 miliardi di dollari. Secondo il servizio statistico federale, nel 2024 solo il 40 per cento delle imprese estrattive erano profittevoli, e quest’anno la situazione si è ulteriormente deteriorata.

Malgrado lo sforzo bellico, la situazione non è migliore per l’acciaio, a causa del forte indebolimento del settore delle costruzioni, danneggiato dal mercato immobiliare che soffre a sua volta per i tassi elevati. Secondo l’amministratore delegato del colosso Severstal, quest’anno la domanda di acciaio è attesa in calo del 10 per cento. Le esportazioni sono danneggiate dal rublo forte, che da inizio anno si è rivalutato di circa il 40 per cento sul dollaro, sostenuto dalla stretta monetaria.

Banche sofferenti

Ma il settore più preoccupante per Putin, quello su cui si abbatte il clima recessivo, è quello finanziario. Secondo Bloomberg, i dirigenti di alcune delle maggiori banche russe avrebbero discusso privatamente della possibilità di richiedere un salvataggio pubblico se il livello delle sofferenze nei loro bilanci dovesse continuare a peggiorare nel corso del prossimo anno. Questo indicherebbe che la qualità del portafoglio prestiti è ben peggiore di quanto mostrano i dati ufficiali.

A questi timori ha risposto in pubblico la governatrice della banca centrale russa, Elvira Nabiullina, definendoli del tutto infondati e suggerendo comunque la possibilità di ridurre il cuscinetto prudenziale di capitale, in modo anticiclico. Anche così, il mese scorso l’amministratore delegato della maggiore banca russa, Sberbank, ha segnalato il deterioramento della qualità del portafoglio crediti, con un numero crescente di debitori che necessitano di ristrutturare l’esposizione. Osservatori esterni rilevano che il gruppo di aziende in salute creditizia si sta restringendo ed è ormai limitato ai grandi contractor pubblici, civili e della difesa.

Come si nota, quindi, malgrado i dubbi sulla veridicità delle fonti ufficiali e del sistema statistico nazionale, le criticità legate alla stretta monetaria, causata dall’economia di guerra, sono evidenti e persino pubbliche.

L’arma delle confische

Quando le risorse fiscali diminuiscono, i governi con le spalle al muro ricorrono a sequestri e confische. Che in effetti in Russia negli ultimi 12 mesi sono triplicati in valore. E, secondo stime di uno studio legale specializzato di Mosca, dal 2022 ammonterebbero all’equivalente di 49,5 miliardi di dollari con circa cento episodi. Le motivazioni sono quelle classiche: anticorruzione, privatizzazione illegale, rilevanza strategica, recupero di precedenti sanzioni, “estremismo” (sic). In tal modo, il regime ottiene due risultati: preda risorse e punisce oligarchi indisciplinati, provvedendo eventualmente in seguito a mettere le aziende in mani più fedeli.

Malgrado tutto, al momento questo evidente deterioramento economico non appare in grado di cambiare gli obiettivi di Putin. Se Donald Trump fosse conseguente nei suoi proclami, l’applicazione di sanzioni secondarie così draconiane potrebbe essere l’elemento che manda in crisi la strategia del Cremlino. Ma scommettere sull’affidabilità di Trump è decisamente spericolato.

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