Regno Unito, il proiettile d’argento digitale

C’è uno spauracchio, che a intervalli regolari riaffiora nel dibattito pubblico del Regno Unito: l’introduzione di una carta d’identità digitale obbligatoria. Giorni addietro il premier, Keir Starmer, già assediato dalla questione immigrazione e dalla problematica situazione dei conti pubblici, ha rilanciato il tema: cittadini britannici e residenti permanenti dovranno produrre una carta d’identità digitale obbligatoria per poter lavorare.

Identità digitale contro i clandestini

Secondo l’esecutivo, il piano aiuterà a ridurre l’immigrazione clandestina rendendo più difficile lavorare nell’economia sommersa. Temo si tratti di ottimismo sovradimensionato, ma passiamo oltre. Obiettivo del governo è anche quello di facilitare l’accesso alle prestazioni sanitarie, welfare, cura dei minori e altri servizi pubblici. Starmer ritiene che il sistema possa essere operativo prima delle prossime elezioni, previste nel 2029, e ha precisato che la popolazione non avrà obbligo di portare con sé il documento né sarà imposto di ottenerlo, ma che il suo utilizzo sarà obbligatorio per ottenere un lavoro. La carta sarà gratuita e funzionerà anche per chi non ha uno smartphone. Una pubblica consultazione definirà i dettagli.

Starmer ha dichiarato che “per troppo tempo è stato troppo facile per le persone venire qui, scivolare nell’economia sommersa e rimanere qui illegalmente. “Perché, francamente, siamo stati riluttanti a dire cose che sono chiaramente vere,” ha aggiunto il premier, sottolineando che “il semplice fatto è che ogni nazione deve avere il controllo delle proprie frontiere. Dobbiamo sapere chi è nel nostro paese.”. Per Starmer, l’adozione di un simile sistema servirebbe anche a dare un’immagine di equità ed efficienza nella gestione dell’immigrazione, mettendo fine a quella che ha definito la “politica del risentimento predatorio” dei partiti di destra.

La Gran Bretagna ha cessato di avere tesserini identificativi obbligatori per i cittadini poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’idea è stata a lungo controversa, con i difensori dei diritti civili che sostengono che il sistema violi la libertà personale e metta a rischio le informazioni delle persone. L’ex premier Tony Blair ha tentato di introdurre un sistema biometrico di identità, rigorosamente volontario, ai tempi del suo governo, quindi oltre due decenni addietro, con la finalità dichiarata di combattere terrorismo e frodi ma la forte opposizione dell’opinione pubblica e del parlamento lo ha costretto ad abbandonare l’iniziativa. Oggi il suo Tony Blair Institute promuove attivamente l’introduzione della carta d’identità digitale.

Come detto sopra, mi pare piuttosto naïf pensare che imporre obbligo di identificazione per lavorare sia un elemento di contrasto all’immigrazione clandestina e al lavoro nero, che coinvolge anche i residenti e i nativi. Anche se venisse introdotto, i datori di lavoro proseguirebbero più o meno agevolmente a pagare cash sotto il salario minimo legale. A quel punto, qualcuno chiederebbe di dare al fisco libero accesso ai conti correnti e così via. Ma soprattutto, dietro l’idea di introdurre la digitalizzazione dell’identità sta iniziando ad affiorare la motivazione del contrasto alle truffe di ogni tipo, dall’evasione fiscale all’abuso di prestazioni di welfare.

Recuperare risorse, forse

Unendo i puntini, l’idea di Starmer deriva anche dalla crescente ristrettezza di risorse fiscali, e quindi dall’esigenza di chiudere i canali illegittimi di spesa. “Tutte cose che noi italiani conosciamo benissimo”, la mia frase che presto porterò all’ufficio brevetti per la registrazione. Anche la reazione fortemente negativa alla proposta è del tutto prevedibile. Non riguarda solo Reform UK di Nigel Farage o anche i Tories in via di estinzione di Kemi Badenoch, che accusano Starmer di usare l’ID digitale come strumento contro l’immigrazione clandestina come un cavallo di Troia per fare ben altro. Anche i Liberaldemocratici hanno espresso forte contrarietà, con motivazioni molto classiche: “pensate che i soldi per creare un sistema di identità digitale potrebbero andare al servizio sanitario nazionale, a ridurre le liste di attesa!”. Ah, l’aria di casa Italia.

Nel frattempo, iniziano a diffondersi le immancabili stime del recupero di risorse che un sistema obbligatorio di identità digitale consentirebbe. Un paper del Tony Blair Institute stima risparmi di 2 miliardi di sterline annue di costi per la pubblica amministrazione. Un altro studio ritiene che il fisco di Sua Maestà potrebbe recuperare almeno 600 milioni di sterline annue attraverso la precompilazione delle dichiarazioni dei redditi, e altri fondi per effetto di aumento di compliance, permettendo agli accertamenti di concentrarsi sulle aree di maggiore evasione ed elusione potenziale. Anche qui, aria d’Italia. Seguirà slogan “pagare tutti per pagare meno”.

Dopo i primi pur scarsi dettagli forniti da Starmer, un sondaggio ha mostrato che la percentuale di favorevoli al principio, che era di circa il 35 per cento, è piombata sotto il 15 per cento. Sono dibattiti che appaiono piuttosto naïf, per chi ci è passato parecchi anni addietro, riguardo non tanto la digitalizzazione del documento di identità in quanto tale (che da noi peraltro è arrivato da non moltissimo) quanto di tutti i processi di gestione ed elaborazione dei dati personali a servizio delle attività della pubblica amministrazione.

La vendetta della realtà

Mi pare comunque si possa dire che la vendetta della realtà sul Regno Unito sia in corso. Uscire dalla Ue accusandola, tra tutte le altre nequizie, di promuovere un sistema pervasivo di sorveglianza digitale, e poi trovarsi a dibattere in questi termini dell’ennesimo ritorno della carta d’identità digitale obbligatoria.

Le contraddizioni impazzano, sulla carta moschicida della realtà: chi fa della lotta all’immigrazione clandestina la propria issue esistenziale o, per dirla con Starmer, fa “la politica del risentimento predatorio” e promette rastrellamenti di massa di clandestini, in stile trumpiano, si oppone altrettanto radicalmente al sistema che consente di verificare in modo pressoché immediato chi è clandestino o meno. Quanto a Starmer, lui è quello che denuncia le “bugie della Brexit”, che è un atto di deglobalizzazione mentre afferma che il suo partito è stato troppo compiacente verso la globalizzazione. Ormai la coerenza e il principio di non contraddizione sono diventati inutili orpelli.

Allo stesso modo, la moribonda siderurgia britannica, dopo aver visto sfumare il miraggio di dazi zero con gli Stati Uniti, verso cui esporta solo il 7 per cento del totale, è ora minacciata da dazi al 50 per cento da parte della Ue (verso cui va oggi va il 78 per cento dell’export siderurgico britannico, pari a 1,9 milioni di tonnellate), che a sua volta sta disperatamente cercando di non farsi travolgere dall’invasione di acciai cinesi, in corso da tempo. E già si levano gli ululati di sdegno del Telegraph (lettura davvero spassosa, ve la raccomando), che accusa Starmer di aver fatto concessioni a Bruxelles su pesca e mobilità giovanile, per ottenere in cambio un maggiore allineamento su difesa, commercio e agricoltura, cioè di aver svenduto la propria libertà, secondo la vulgata Brexiter.

E pensate che, in tutto ciò, il padrino della Brexit, Nigel Farage, potrebbe entrare al 10 di Downing Street, di questo passo di sondaggi. Il Padreterno, o chi per esso, rende nazionalisti-populisti i popoli che vuole perdere.

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.
Per donare con PayPal, clicca qui, non serve registrazione. Oppure, richiedi il codice IBAN. Vuoi usare la carta di credito o ricaricabile, in assoluta sicurezza? Ora puoi!

Scopri di più da Phastidio.net

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere

Condividi
Your Mastodon Instance