L’impotenza delle banche centrali di fronte all’inflazione

Lezioni dal caso britannico

di Mario Seminerio – Domani Quotidiano

Nel Regno Unito, la Bank of England è finita sotto il fuoco delle critiche dei parlamentari conservatori per la sua presunta incapacità a controllare l’inflazione, che le previsioni vedono al 10% entro poco tempo. La vicenda è interessante perché suggerisce cosa può accadere quando una banca centrale diventa il confortevole capro espiatorio per la classe politica.

Durante un’audizione in commissione parlamentare, il governatore Andrew Bailey ha spiegato che gran parte degli shock avvenuti praticamente senza soluzione di continuità negli ultimi due anni lasciano la banca centrale disarmata, in quanto provenienti dal lato dell’offerta e non della domanda.

Produttività debole

Situazione che si somma alla storicamente debole crescita della produttività del Regno Unito, che lo rende soggetto a pressioni inflazionistiche. Il mercato del lavoro britannico appare più tirato di quello dell’eurozona, anche a causa della riduzione delle forze di lavoro. Ben 400 mila persone sono diventate inattive citando come causa forme di disabilità di lungo termine.

Questa situazione, associata al netto calo di flussi di manodopera in entrata, conseguenza anche della Brexit, sta causando forti tensioni sul mercato del lavoro e pressioni salariali al rialzo. Nel primo trimestre dell’anno, per la prima volta, il numero di posizioni ricercate dalle imprese ha ecceduto quello dei disoccupati. Di fronte a queste condizioni di penuria di offerta di lavoro, le aziende ricorrono soprattutto a bonus di ingresso, ma la variazione dei pacchetti retributivi complessivi resta inferiore all’aumento del costo della vita.

Si riproducono quindi condizioni già viste dalla grande crisi finanziaria del 2008: un tasso di occupazione molto elevato ma una costante erosione del potere d’acquisto. Brexit e pandemia hanno peggiorato tale condizione, malgrado le promesse che l’uscita dalla Ue portava con sé.

Verso la stagflazione

Il 2022 sarà un anno molto difficile, per i britannici: l’aumento dei contributi a carico di lavoratori e datori di lavoro, deciso dal Cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak, e il vertiginoso aumento dei costi dell’energia stanno causando uno shock senza precedenti al potere d’acquisto e la caduta in povertà di ampie fasce di popolazione.

Il Regno Unito, anche nelle previsioni degli organismi internazionali, appare il candidato naturale a sviluppare condizioni di stagflazione. La banca centrale, dopo aver ammesso di essere disarmata, si trova a percorrere un sentiero molto stretto tra aumento dei tassi e distruzione di domanda causata dalla perdita di potere d’acquisto. Bailey non ha trovato di meglio che invitare i lavoratori a moderare le richieste salariali per scongiurare aggiustamenti ancor più dolorosi.

Dopo lunghi anni trascorsi a trarre d’impaccio la politica, le banche centrali finiscono dunque nel mirino della stessa per la loro presunta incapacità a riportare sotto controllo l’inflazione. L’indipendenza non è qualcosa di definitivamente acquisito, come era facile immaginare.

Ma quale sarà la reazione dell’elettorato di fronte a quello che rischia di essere un epocale impoverimento di ampie fasce di popolazione? Per attutire l’impatto serviranno risorse fiscali, proprio nel momento in cui il partito conservatore preme su Johnson per tornare alla propria tradizione di bassa spesa pubblica e bassa pressione fiscale, in contrasto con l’apparente ambizione sociale del premier e il suo obiettivo di livellare verso l’alto le zone più arretrate del paese, soprattutto inglesi, strappate al Labour.

(pubblicato online il 17 maggio 2022)

Photo: Bank of England on flickrCC BY-ND 2.0

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