Regno Unito, la sindrome del welfare

Il governo britannico ha un costoso “mistero” da risolvere: la spesa per prestazioni di disabilità sta lievitando dopo il Covid. In particolare, quella per i cosiddetti Personal independence payments (Pip): prestazioni di welfare non sottoposte alla prova dei mezzi ed esentasse, erogate a persone in età lavorativa (dai 16 anni fino all’età pensionabile), occupate o meno, affette da condizioni fisiche o mentali di lungo periodo tali da limitarne le attività quotidiane quali lavarsi, vestirsi, mangiare e spostarsi.

Sistema insostenibile

Un processo di revisione, in atto dallo scorso ottobre per mano del Department for Work and Pensions, è giunto ieri alla scontata conclusione che il sistema è insostenibile, sia per le finanze pubbliche che per i beneficiari, per i quali ha finito per diventare, in molti casi, l’unica fonte di sostentamento, creando barriere al lavoro, attività fisica e vita di comunità.

Alcuni numeri, evidenziati dal Financial Times, svelano un mondo inquietante, sotto il profilo sanitario e di finanza pubblica.

Il Pip ha due componenti: Daily living e Mobility, con erogazioni conseguenti a un sistema di valutazione a punti, con importi settimanali pari a:

Lower weekly rateHigher weekly rate
Daily living part£76.70£114.60
Mobility part£30.30£80

Dalla pandemia, il numero di prestazioni Pip in Inghilterra e Galles è lievitato a 4 milioni, spinto soprattutto da disturbi della salute mentale quali ansia, stress, ADHD (Disturbo da deficit di attenzione/iperattività), che sono raddoppiate dal 2021, e problemi muscolo-scheletrici. I problemi psichiatrici sono oggi il 39% del totale.

I numeri sono ormai imponenti: 32 miliardi di sterline quest’anno fiscale, previsione di 41,5 miliardi a prezzi correnti nel 2031, con una spesa media per famiglia beneficiaria pari a ben 12 mila sterline. Le erogazioni sono raddoppiate in termini reali dal 2009, e si affiancano all’altra prestazione, detta incapacity benefit, che riguarda specificamente gli inabili al lavoro, mentre i Pip possono riguardare anche lavoratori in attività. I costi di welfare in età lavorativa, di cui i Pip sono solo una parte, scesi nel 2019 al 4,3% del Pil per l’azione dei governi Conservatori, sono tornati all’incidenza del 5% del 2015.

Lo scorso anno, il premier Keir Starmer e la Cancelliera Rachel Reeves hanno tentato di attuare risparmi per 5 miliardi di sterline su queste voci di welfare ma la ribellione del partito li ha costretti a un’imbarazzante retromarcia, che ha contribuito a logorare l’esecutivo.

Aree deindustrializzate e malate

Le prestazioni sono concentrate nelle aree deprivate post-industriali che il premier in pectore Andy Burnham ha promesso di tutelare. In Regno Unito, o meglio in Inghilterra, esiste una vera e propria “questione settentrionale” che Burnham promette di affrontare anche spostando parte dell’ufficio del primo ministro a Manchester. Nella cittadina di Wigan, che è parte del collegio elettorale di Makerfield che ha mandato Burnham a Westminster, un adulto su dieci percepisce prestazioni Pip.

Delle due, l’una: o c’è un problema di disegno delle prestazioni, eccessivamente accessibili, oppure il Regno Unito ha una morbilità psicofisica inquietante. Il fatto che le erogazioni siano correlate negativamente al reddito, un po’ come accade in Italia con le pensioni di invalidità, si può leggere sia come forma surrettizia di integrazione dei mezzi di sussistenza che come conseguenza dell’impatto sulle condizioni psicofisiche della vita in aree economicamente deprivate.

Come che sia, gli ultimi governi britannici hanno cercato di mettere mano al capitolo di spesa e alle condizioni di eleggibilità, ma non hanno portato a casa nulla. Di solito, la motivazione ufficiale della revisione è il tentativo di riattivare forza lavoro. In alternativa alla erogazione monetaria, alcune ipotesi prevedono trattamenti e terapie. Lo stesso Burnham ha detto che si muoverà in quest’ultima direzione, pur senza ancora specificare se toccherà queste prestazioni. C’è motivo di scetticismo, e non è difficile comprendere il motivo.

I Pip furono peraltro introdotti nel 2013 nel tentativo di gestire i crescenti costi del benefit che hanno sostituito, il disability living allowance. Il problema è che gli interventi sul welfare tendono a risolversi in una dinamica piuttosto prevedibile: i costi compressi in una parte del sistema riemergono, spesso maggiorati, in un’altra. Non solo sono scarsamente comprimibili, ma tendono a espandersi per inerzia. Almeno, sin quando non interviene una crisi fiscale.

Le nuove richieste sono oggi in media 78 mila al mese, il doppio rispetto al periodo pre-Covid, mentre il tasso di accoglimento è nel frattempo sceso dal 48% al 38%. Le richieste sono anagraficamente polarizzate tra under 30 e over 65 (questi ultimi per lo più vicini alla State Pension Age), il che è motivo di preoccupazione aggiuntiva. Le richieste sono alimentate da una statistica: il 23% delle persone in età lavorativa (over 16) segnalano di avere una qualche disabilità che ne limita le attività quotidiane, contro il 16% nel 2014.

Tocca a Burnham

Vedremo come il governo di Andy Burnham gestirà la criticità ma il fenomeno resta indicativo di una profonda crisi del welfare, alimentata dal declino del tasso di crescita e del modello di sviluppo dei paesi occidentali, e che nutre populismi e altri avventurismi. In autunno arriveranno le proposte di riforma. Andy Burnham ha già detto genericamente che vuole la riattivazione delle persone in età di lavoro, anche per trovare risorse, ma nel frattempo ha già rinunciato a eliminare il distruttivo triple lock di indicizzazione delle pensioni pubbliche. Come sempre, non trattenete il respiro.

E soprattutto, ricordate: questi non sono episodi strettamente nazionali, ma parte di un quadro più ampio di crisi che avvolge l’Europa, che non è solo Ue.

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