Nel continuo e ormai disperato tentativo di ridurre la “burocrazia” europea per rilanciare la competitività, alcuni paesi membri della Ue si stanno coalizzando dietro una iniziativa italo-austriaca che punta ad abbattere quelle che potremmo definire “barriere interne”. Nasce quindi l'”Alleanza per la riduzione dell’onere burocratico”, di cui dà conto il Financial Times, presentata oggi a Bruxelles.
Miraggi semplificati
I partecipanti, almeno 17 governi, firmeranno una dichiarazione per “rafforzare gli interessi di cittadini e imprese europei come nostra bussola nel definire la legislazione”. Ci sono principi di buon senso, parlando in astratto, come la rapida e semplice applicazione delle norme Ue, la valutazione d’impatto delle regolamentazioni esistenti (non era mai stata fatta prima, quindi?) e l’approccio “una volta sola” nella richiesta di informazioni alle imprese. I più intuitivi tra voi avranno colto il parallelismo con lo stesso tipo di argomentazioni nei singoli paesi, ad esempio quella di “far parlare le banche dati”. Un po’ come tornare giovani, ma a livello sovranazionale.
Pare che l’impegno della maxi coalizione di volenterosi scopritori dell’acqua calda sia soprattutto nel tentativo di sradicare la cultura del cosiddetto “gold plating“, cioè la superfetazione di norme nazionali a quelle comunitarie, prassi di cui i governi italiani sono da sempre campioni veri.
Secondo stime della Bce, le barriere regolatorie interne al mercato unico dell’Ue, come i permessi nazionali di conformità aggiuntivi necessari per un’azienda con sede in uno stato membro per vendere prodotti in un altro, equivalgono a una tariffa del 45-60 per cento sui beni. Sembra l’uovo di Colombo, in effetti. Negli ultimi due anni, la Commissione europea ha attuato una serie di leggi “omnibus” per ridurre l’eccesso di regolamentazione dell’Ue, ma i funzionari si lamentano del fatto che i governi sono riluttanti ad adeguare le normative nazionali.
Come ribadito da Ursula von der Leyen, “La semplificazione non può essere una strada a senso unico. Tutti i livelli devono avere una posta in gioco in questa partita. Stiamo facendo del nostro meglio a livello europeo per eliminare la burocrazia. Ma ora penso che sia giunto il momento per gli stati membri di fare la loro parte. Se siamo seri riguardo alla semplificazione, abbiamo anche bisogno di un patto contro il gold-plating”
Come non essere entusiasticamente d’accordo? Le cose si complicano quando si abbandona l’entusiasmo e si passa all’analisi, per rispondere a una semplice domanda: perché i governi nazionali ricorrono al gold plating? L’indagine porta al sospetto che si tratti della più trasparente delle foglie di fico, o meglio delle famigerate barriere non tariffarie.
Se un settore economico nazionale ritiene di essere posto in svantaggio da norme europee, agirà sul legislatore nazionale per piazzare una bell’ostacolo sulla strada di quella norma europea. Come avviene, la posa di quest’ostacolo? Col gold plating. Bingo.
Ecco perché mi viene da sorridere, quando leggo le intemerate di Giorgia Meloni contro “le barriere europee”. Perché ampia parte di quelle barriere sono in realtà nazionali: quando le norme europee sono frammentate e frantumate dal gold plating. A questo punto, pensate alla soluzione: regolamenti e direttive europee immodificabili a livello nazionale. Bello, no? Forse. Ma, prima di arrivare a quel punto, il processo negoziale tra Commissione, Consiglio e parlamento Ue interverrebbe con mercanteggiamenti multipli e ancor più incarogniti, a difesa degli interessi nazionali.
Non solo: se, dopo questo faticoso processo negoziale, un paese scoprisse che le norme europee lo penalizzano, questo sarebbe carburante per i movimenti euro-scettici, per campagne volte a “riappropriarsi dei nostri interessi nazionali”. E si torna al via. Quindi, permettetemi di essere scettico su queste inizaitive anti-barriere interne. Perché le barriere interne sono non tariffarie a “protezione” degli interessi nazionali e dei gruppi d’interesse interni ai singoli stati nazionali. As simple as that.
Unione sdentata
Il Financial Times ci informa anche di un’altra epifania: gli stati nazionali hanno di fatto tolto i denti alla regole fiscali dell’Unione, allo loro cogenza e al loro sistema sanzionatorio. La sconvolgente scoperta proviene dallo European Fiscal Board, che oggi pubblica una valutazione su quanto è stretta l’attuazione delle regole destinate a garantire che i paesi dell’Eurozona mantengano i deficit annuali entro il 3% del PIL e i rapporti debito/PIL al di sotto del 60%.
L’EFB ha scoperto che l’attuazione delle regole, conosciute come Patto di stabilità e crescita, dipende sempre di più dalla “discrezionalità e indulgenza” di Bruxelles, nonostante i governi si discostino dai percorsi di spesa concordati dopo la revisione delle regole nel 2024. Questa indulgenza ha beneficiato i paesi che si allontanavano dal corretto esito fiscale, poiché hanno evitato conseguenze, incluse le cosiddette “procedure per deficit eccessivo” (EDP) che possono condurre a multe.
L’EFB ha scoperto ad esempio che la Spagna ha evitato controlli su una possibile EDP dopo aver attivato una clausola nazionale che consente spese aggiuntive per la difesa. Nel 2025, la sua spesa ha infatti superato dello 0,4% del Pil il percorso raccomandato, eccedendo quindi la soglia dello 0,3%. Ma la spesa per la difesa è aumentata solo dello 0,1% del Pil, il che significa che la maggior parte della deviazione rifletteva altre spese e avrebbe dovuto portare a sanzioni. E qui arriviamo a una scoperta sconvolgente per i destini dell’umanità, altro che l’AI assassina: il denaro è fungibile. Gosh.
Anche Ungheria e Slovenia sono state risparmiate da un’applicazione più severa. L’Ungheria ha beneficiato di un’interpretazione ampia della flessibilità in materia di difesa che ha impedito l’escalation dell’EDP esistente; la Slovenia ha beneficiato della discrezionalità della Commissione nel ritardare l’apertura di un nuovo EDP, nonostante avesse concluso che Lubiana avesse violato il criterio del deficit. Per l’EFB, la tendenza rischia di indebolire il quadro fiscale dell’Ue, e chiede quindi un’applicazione più “sistematica e imparziale” delle regole per ripristinarne “denti e credibilità”. Ecco, questa cosa dei denti e della loro assenza è fondamentale, per capire il declino della Ue.
Avete presenti gli sforamenti francesi? Altro che decimali di punto. Loro promettono rientri in molti anni, e queste promesse si rivelano scritte con l’inchiostro simpatico. Perché non sanzionare? Come diceva Jean-Claude Juncker, ex presidente della Commissione, “perché la Francia è la Francia”, ma questo è esattamente il sistema derogatorio, calibrato in base al peso politico del paese coinvolto, che toglie credibilità ai meccanismi europei e ai loro sistemi sanzionatori. Sin quando la sanzione non arriva dai mercati. Ma quello è un altro libro, che rischiamo di aprire il prossimo anno.
Del resto, perché stupirsi? Voi ricordate i pianti, le recriminazioni e le minacce da parte italiana, in lunghi lustri? Abbiamo perso il conto. Ora, d’accordo che “la Francia è la Francia”, quindi evitiamo di togliere una delle chiavi di volta dell’edificio europeo, e d’accordo che lo stesso può essere fatto a beneficio di altri paesi, secondo una discrezionalità della Commissione che è massimamente politica ma che è anche testimonianza dell’impotenza sanzionatoria della stessa. Ma voi capite che questi dossier che scoprono l’acqua calda fanno un po’ di tenerezza.
Alla fine, se si applicasse la letteralità della norma, l’Unione andrebbe in frantumi. La letteralità non esiste, da nessuna parte. Esistono le “interpretazioni”, le esimenti, le circostanze eccezionali, e così spero di voi. Se qualcuno fosse talmente straniato da tentare la letteralità della norma, verrebbe impiumato e incatramato da boati di esecrazione nazionale “contro i ragionieri di Bruxelles”. Ricordate l’altra mia regoletta: non esiste camicia di forza cucita da umani che gli umani non riescano a scucire. Nel caso delle norme europee, poi, c’è anche un detto non detto: “camicie di forza e buoi dei paesi tuoi”.
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Il bilancio settennale di guai
Ultima riflessione: è in corso il negoziato tra paesi Ue sul bilancio settennale. I paesi “frugali”, e quelli non più tali ma che vogliono spendere solo a casa propria, come la Germania, chiedono tagli per centinaia di miliardi. Sono in corso mediazioni, perché il tempo stringe: la prossima primavera, se Marine Le Pen arriverà all’Eliseo, si teme l’effetto “cosacchi a San Pietro”.
Il presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa, ha iniziato la sua diplomazia itinerante, alla ricerca di un comune denominatore assai minimo. Alla Ue serve aumentare le “risorse proprie”, cioè le entrate. Il che vuol dire, detta brutalmente, aumentare la pressione fiscale complessiva per gli europei. Certo, ci sono sempre le scappatoie illusorie, come far pagare i paesi che esportano in Ue.
Costa sta tentando con la psicologia, per convincere i paesi dell’Unione che ci servono più soldi e più entrate proprie. Cosa tassare, quindi? Il tabacco? No, perché lo fanno già gli stati nazionali, che non vogliono perdere l’esclusiva. C’è poi una brillante ipotesi di suicidio: una tassa sulle imprese che operano in Europa, chiamata CORE e basata sul fatturato. Ciao core, in pratica. Oppure sfilare agli stati nazionali le entrate da attività aziendali inquinanti. No way. Il parlamento europeo propone balzelli su gioco d’azzardo, criptovalute (attività imparentate, presumo) e imprese digitali. Ma in quest’ultimo caso ci sono già le Digital Services Tax nazionali, e minacce di ritorsione da parte di Donald Trump.
Insomma, un bel rompicapo. Però, dice Costa, le entrate proprie della Ue ci servono. E aggiunge, con uno strano senso dell’umorismo, che bisogna “rendere i governi equamente infelici, condividere l’infelicità, perché è l’unico modo per condividere la felicità dell’investimento europeo”. Non so a voi, ma a me questo modo di ragionare pare molto indicativo del disastro che ci attende.
Alla fine, ribadisco: per recuperare soldi, verranno “rollati”, cioè rinnovati, i debiti del Recovery and Resilience Facility, il programma del PNRR. Ma l’avvenire della Ue resta gramo. Ma voi capite anche che, con questo clima politico, leggere che ci sono personaggi in Italia che chiedono altro debito comune e su questo cerca di costruire piattaforme elettorali ad uso di creduli gonzi, è desolante.
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La Ue si basa su un equivoco e un’ambiguità: il tradeoff tra coordinamento di stati nazionali e potere sanzionatorio autonomo. Per questo ho smesso da tempo di credere a Babbo Natale e agli Stati Uniti d’Europa.



