Ridurre le tasse aumentando le tasse

In Regno Unito, oltre 800 tra pub, alberghi, bar, e altre aziende del settore hospitality hanno firmato un pubblico appello al premier Andy Burnham affinché mantenga una delle sue innumerevoli e costose promesse, dimezzando la VAT, equivalente alla nostra Iva, sul settore, e portandola al 10%. Lo scorso febbraio, Burnham aveva proclamato che la VAT sull’hospitality doveva allinearsi alla media europea, cioè intorno al 10%.

Fatemi fare un inciso e una riflessione, su questo punto: è interessante, e per certi aspetti confortante, che un leader politico si ispiri alla media europea quando l’imposizione fiscale del suo paese è superiore alla medesima. In Italia, di solito accade l’opposto: i nostri arruffapopolo invocano l’allineamento con l’Europa rigorosamente al rialzo, imposta per imposta. Applicando questi principi, di conseguenza, si arriverebbe all’esproprio. Quindi, mi vien da riflettere, ci sono modi differenti per essere cialtroni.

Chiuso l’inciso, vale la pena ricordare che Burnham si è già speso a favore dei pub e della hospitality, o meglio ha speso soldi dei contribuenti, pari a 100 milioni di sterline, per tagliare del 20% il business rate, che sarebbe un’imposta sulla proprietà immobiliare applicata a negozi, uffici, fabbriche, magazzini. Ma l’iniziativa di Burnham ha subito innescato ulteriori richieste, ed è partita la campagna di pressione “VAT’s the problem“, che chiede il dimezzamento della VAT.

Il settore della hospitality è martellato dalla crisi fiscale britannica: l’aumento dei contributi alla National Insurance a carico del datore di lavoro ha aumentato la difficoltà a sopravvivere di molte piccole imprese, oltre a scaricarsi sul lavoro, reso più costoso anche dal boom di progressione del salario minimo. Il problema è trovare le coperture per gli alleggerimenti fiscali.

La defiscalizzazione illusoria

E qui occorre allargare lo sguardo a un fenomeno che sta prendendo piede in Europa, all’avanzare della crisi fiscale e del costo del debito: l’idea che si debba defiscalizzare selettivamente, abbassando le imposte dirette e indirette, per preservare la redditività commerciale aziendale o il potere d’acquisto dei singoli.

C’è uno shock energetico? Si abbassino accise e Iva sui carburanti, presto! I salari sono troppo bassi? Si proceda a sussidiarli fiscalmente, con l’immancabile “flat tax” sui rinnovi contrattuali! I giovani guadagnano troppo poco? Detassiamoli sin quando smettono di essere giovani, orsù! Il tutto scordando di chiedersi cosa mai accadrà quando i nostri non più giovani eroi compiranno l’età fatidica che normalizza le aliquote dell’imposta personale sul reddito. Un pessimo regalo di compleanno. I negozi non guadagnano nulla, a causa delle dinamiche competitive? Mettiamo la cedolare secca sugli affitti, presto! Così i proprietari di quei muri potranno preservare la loro redditività dopo le imposte, oppure fare uno sconto agli inquilini e smettere di trovarsi i negozi sfitti.

So quello che state pensando: sei partito col Regno Unito e sei approdato rapidamente in Italia. È così, siete perspicaci. Si tratta della stessa dinamica: sostenere i redditi mediante alleggerimento fiscale. E che c’è di male, diranno i più libberisti tra voi? Nulla, in astratto. Se non fosse che minori entrate devono essere coperte. E con cosa, di solito? Magari con minori spese. Ma le spese sono ormai intoccabili, altrimenti l’elettorato “fa il pazzo” e invoca il tribuno della plebe di turno e finanche la secessione.

Volete un riscontro della dinamica, su scala più allargata? Ieri a Cardiff, città gallese dal glorioso passato di epica mineraria, si sono riuniti i first minister delle nazioni devolute del Regno Unito: Scozia, Galles, Irlanda del Nord. Capita che costoro al momento siano tutti leader indipendentisti. E se ne sono usciti con un bel comunicato in cui spiegano che Burnham potrebbe essere l’ultimo premier del Regno Unito, che il tempo di Westminster è finito, che loro vogliono la libertà-ta-ta-ta.

Che vogliono, costoro? Essenzialmente, soldi. Anche se dicono che Londra deve metterli in condizione di poter convocare referendum secessionisti quando punge loro vaghezza. Ma non solo: dicono anche il loro futuro di orgogliosi stati indipendente è nella Ue. Ora, a parte che dieci anni addietro il Galles ha votato per la Brexit (ma forse nel frattempo sono morti più Leavers che Remainers), non vi scende una lacrimuccia d’orgoglio al pensiero che c’è gente che vuole entrare in questo club sempre più sgarrupato e lacerato, oltre che assediato da parenti ideologici dei first ministers britannici, e che puntano a svuotare dall’interno la Ue?

Vogliamo l’indipendenza. O, in subordine, datece li sordi. E il debito comune, la moneta, le barriere commerciali eccetera eccetera? Mistero. Importante è chiedere l’indipendenza. O li sordi. Che mancano e anzi stanno scomparendo a velocità inquietante. Il nuovo Cancelliere dello Scacchiere, John Healey, mesi addietro sbatté la porta di Segretario alla Difesa accusando il povero Starmer di non voler trovare subito 10 miliardi di sterline per il suo ministero. Burnham lo ha nominato Cancelliere per ribadire indirettamente che la Difesa ha un posto centrale nel reperimento dei soldi.

Ma Healey, entrato nella stanza dei bottoni, ha trovato la cassaforte vuota e rinviato gli stanziamenti per la Difesa alla spending review del prossimo anno. Ovviamente, non troveranno spese da tagliare perché altrimenti scoppiano rivoluzione e secessione. Il costo del welfare lievita senza freni, quasi come le pubbliche denunce che il neoliberismo sta affamando strati crescenti di popolazione. Il Pil, che dovrebbe fornire carburante per il welfare, stagna. Non solo in Regno Unito. Come direbbero gli anglosassoni, something’s got to give: qualcosa deve accadere perché così non si può andare avanti.

Una giostra infernale

Ma è la solita canzone che ho musicato: la crescita scarseggia, il welfare non galleggia. E la crescita scarseggia anche perché, essendo impossibile tagliare la spesa, si alzano le entrate. La deglobalizzazione fa il resto, gli shock negativi di offerta mettono l’ultimo chiodo nella bara dell’economia. Guardate questo grafico, relativo al Regno Unito. Bisogna commentare oltre? Non credo. Alza le tasse, zavorra la crescita, abbassa le tasse per ritagliarti porzioni di elettorato, trova le coperture alzando le tasse, torna al via.

Nel frattempo, i mercati finanziari si sono accorti della tarantella da debito, e si stanno liberando del medesimo, ovunque. I rendimenti salgono a livelli mai visti da decenni. Liz Truss, col suo sguardo acuto, feels vindicated e può proclamare che lei non ha mai raggiunto questi rendimenti. C’è forse una piccola differenza nella genesi dei fenomeni ma non chiediamo troppo alla povera Liz, che passerà il resto dei suoi giorni convinta che un complotto abbia fermato la sua rivoluzione. Che poi era quella di tagli di entrate che si autofinanziano. Ne ha ammazzati più il culto di Laffer che il market timing sui mercati.

In ogni caso, auguri a tutti gli unionisti e indipendentisti di tutte le latitudini. E prepariamoci al botto.

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