Gigginomics, un programma fake per analfabeti autentici

In caso vi fosse serenamente sfuggito, nei giorni scorsi il candidato premier del M5S, Luigi Di Maio, ha spiegato al Mattino la strategia di politica economica del suo movimento. Si tratta della reiterazione del libro dei sogni, impreziosito da alcune gemme che permettono di capire che questi personaggi sono del tutto privi di legame col mondo reale e proprio per questo motivo hanno grande successo in questo paese. Proviamo un’esegesi ragionata delle risposte di Di Maio.

Chiave di volta della strategia pentastellata è, come noto, il reddito di cittadinanza, che dovrebbe operare in attesa del ritrovamento di un impiego, ovviamente per chi è in età attiva. In tale strategia, un ruolo fondamentale lo giocherebbero i centri per l’impiego, che il M5S vuole potenziare. Nell’intervista, emerge che secondo Di Maio il problema sarebbe la difficoltà geografica di incrocio tra domanda ed offerta di lavoro:

«Ovvero, fino ad oggi domanda ed offerta si incontrano esclusivamente su base provinciale, o al massimo regionale. Non ci sono, se si escludono i Neet, banche dati uniche. Per fare un esempio i centri per l’impiego di Trento non dialogano con quelli di Napoli. Li metteremo tutti in rete. Chi otterrà il sostegno dovrà poi partecipare obbligatoriamente a corsi di formazione e per otto ore settimanali dovrà impegnarsi in lavori socialmente utili nei Comuni di residenza. Una volta trovato, anche su scala nazionale, un lavoro confacente alle caratteristiche del cittadino non si potrà rifiutare la proposta, pena la perdita immediata del sussidio»

Qui c’è un gran minestrone. Intanto, la “formazione”, non è chiaro su cosa verta, anche se Di Maio in seguito precisa che sarà somministrata “in sinergia con le richieste delle aziende”. Come se le aziende avessero bisogno dello Stato per far sapere di cosa necessitano, interessante botta di statalismo cripto-sovietico. Ma, soprattutto, per Di Maio pare che la disoccupazione dipenda in misura decisiva dal mismatch “geografico” tra domanda ed offerta, e che quindi basti “mettere in rete” (espressione con la quale il mago Silvan ha di recente sostituito il vecchio Sim Sala Bim) i centri per l’impiego da Trento a Napoli per fare bingo.

Interessante poi il concetto di “scala nazionale” della potenziale mobilità. Già sentiamo i pianti greci dei soggetti “deportati”, e costretti a lasciare la famiglia, come ai tempi della riforma renziana della scuola ma non divaghiamo. Sul recupero di evasione, Di Maio punta alle mitologiche “nuove tecnologie” e “l’unione delle banche dati”, frasi che lo rendono sinistramente simile al Renzi ante-2014 ma soprattutto ad uno studente svogliato che ripete a pappagallo concetti sentiti altrove e mai realmente assimilati. Proseguendo su questo filone della filastrocca mutuata dal primo renzismo programmatico, ecco la spending review:

«Il lavoro lasciato da Cottarelli è stato ottimo. Lo farò mio per quanto riguarda le partecipate che non fanno servizi agli enti locali ma sono stati solo delle centrali di consenso a disposizione della politica. Così come recupereremo il piano di centralizzazione degli acquisti e la riorganizzazione della pubblica amministrazione»

Viva viva Cottarelli! Se Di Maio fosse stato meno in tv e più sulla realtà, saprebbe che già oggi le centrali di acquisto sono state abbattute di un ordine di grandezza mille: da oltre trentamila a poco più di trenta. Casini organizzativi a parte, ovviamente. Ma Giggino ‘O Renzino è tenace e persegue i suoi obiettivi senza posa. E al termine di tutto ciò,

L’obiettivo?
«Recuperare 50 miliardi che saranno reinvestiti in attività ad alto moltiplicatore di reddito come le nuove energie, la sicurezza e le infrastrutture di cui il Sud ha tanto bisogno»

Quindi, diciamo 50 miliardi da spending review, non male, no? E poi Giggino ‘O keynesiano punta sugli “investimenti ad alto moltiplicatore di reddito”, mica pizza e fichi. Altra nota fonte di gettito, per il M5S, sono le banche. Qui però Di Maio precisa meglio, visto che sinora il suo movimento ha usato il tema della riduzione della deducibilità degli interessi passivi come copertina di Linus per tutte le leggi di spesa a cui trovare improbabile copertura:

«Nessuno vuole colpire le banche dove ci sono i nostri risparmi, anzi. Non possiamo però non notare che la tassazione in questo settore, ad esempio per quanto riguarda gli utili finanziari, non è in linea con la media dei nostri partner europei. Così come le fondazioni bancarie non potranno godere di una fiscalità di vantaggio sugli investimenti nelle imprese»

Oh, ecco. Qui Di Maio teorizza, non è chiaro quanto volontariamente, la separazione della tassazione tra utili da attività creditizia e “utili finanziari”, che immaginiamo siano quelli da trading. Purtroppo per lui e per i suoi compagni di partito, le banche italiane non sono slot machine né casinò e non risultano dedite a fare il bilancio con trading finanziario e perfide spekulazioni sui mercati globali. Ma questo Di Maio non può saperlo, perché passa troppo tempo in televisione e non si applica, distratto da molti, troppi interessi extrascolastici. Poi basta dire che qualcosa “non è in linea con la media dei nostri partner europei”, senza portare uno straccio di numeri, e il gioco è fatto. Le fondazioni, inoltre, non hanno alcuna “fiscalità di vantaggio” negli “investimenti sulle imprese”.

Proseguiamo: Di Maio e il M5S sono a favore della concorrenza, sapete? Ecco perché

«Opporsi alla direttiva Bolkenstein sulla liberalizzazione degli spazi degli ambulanti vuol dire opporsi alla concorrenza selvaggia e tutelare gli interessi nazionali»

Prego? “Liberalizzazione degli spazi degli ambulanti” che significa, esattamente? E comunque è vero: se non ci opponiamo, finiremo invasi da ambulanti polacchi ed ungheresi, quindi in gioco ci sono gli “interessi nazionali” e a Roma arriverebbe, direttamente da Varsavia, la famiglia Tredicinowsky. Che pena, signori.

Né poteva mancare la “banca pubblica” per fare credito a tutti, venghino:

«E poi al ministero per lo Sviluppo economico nascerà una banca pubblica, sul modello francese, destinata a concedere credito agevolato in un primo momento solo alle imprese e poi anche alle famiglie»

Immancabile il riferimento da provincialotti orecchianti a qualche paese straniero anche se la realtà è ben differente, non è il volano favoleggiato dai nostri grillini e non presta alle famiglie. E veniamo alle coperture a deficit, che sono parte non marginale della strategia grillina. Anche qui, Di Maio ha il modello straniero di fantasia a cui appellarsi:

«La ricetta fino ad ora è sempre stata la stessa: si sono tagliati i diritti per recuperare risorse, sono stati espulsi milioni di giovani dal lavoro, si sono tagliati la sanità, l’istruzione. Volevano tagliare il bonus bebé, ma il gettito per gli investimenti si è abbassato e il rapporto debito/Pil è peggiorato. L’epoca dell’austerità è finita. Francia e Spagna sforano il tetto del tre per cento del deficit tutti gli anni. Chiaro che se non sfori il tre per cento del deficit non crei nuova ricchezza e il debito continua a peggiorare»

A parte che “Francia e Spagna” (purché se magna) stanno da anni riducendo quel rapporto e non espandendolo, e di conseguenza il risultato netto è una politica fiscale non certo espansiva, la frase finale di Di Maio è fantastica: è “chiaro” che “se non sfori il tre per cento del deficit non crei nuova ricchezza e il debito continua a peggiorare”. Deve averla letta nei biscottini della fortuna in un ristorante cinese. Mica come quegli sfigati di tedeschi, notoriamente ridotti sul lastrico da anni di pareggio di bilancio e che hanno avviato la riduzione dello stock di debito, condannandosi alla miseria più nera.

E comunque, guardate che ora in Europa l’aria è cambiata:

«Andremo in Europa a trattare senza rotture. Il momento politico è mutato ed è proficuo per l’Italia: la Germania non riesce a fare un governo. In Spagna c’è un governo di minoranza, in Francia i partiti tradizionali sono stati spazzati via. Il fiscal compact, che poi è un’ipocrisia perché si continua a rinviarlo, va rivisto. Così come le clausole di salvaguardia per evitare l’aumento Iva. Vanno rivisti anche i parametri di Basilea che hanno strozzato il credito alle imprese. […] E infine l’Europarlamento va riportato al centro per migliorare le condizioni del welfare di 75 milioni di europei indigenti»

Verissimo, in Europa regna il caos, i governi sono instabili, di minoranza o privi di legittimazione popolare. Ecco quindi che l’Italia, ritrovato faro di stabilità nel continente, potrà dettare le sue condizioni. E il Fiscal Compact è talmente tirannico, su noi poveri italiani, che ci danneggia anche se “si continua a rinviarlo”. In pratica, ci danneggia con la sola imposizione delle mani. E i “parametri di Basilea”, eh? Vogliamo parlarne? Perché, l’ultima volta che Di Maio ha controllato, Basilea era una città svizzera, quindi europea, quindi sicuramente c’entra l’Europa, con questa stretta creditizia intollerabile. E dell’Europarlamento, che è una nota agenzia di spesa, ne vogliamo parlare?

Finiamola qui e tiriamo le somme. Quello che emerge, da queste rapide considerazioni, è che il signor Di Maio non ha la più pallida idea di cosa stia parlando. Qualcuno gli scrive il canovaccio e lui ripete il compitino, ossessivamente. La sua è una “elaborazione” intrisa di uno statalismo psichedelico, o più propriamente la sommatoria di sondaggi elettorali. Detto meglio: lui è il volto di una macchina di consenso politico che si nutre di una ignoranza profonda, radicata, incoercibile, bulimica, alimentandola a sua volta. Esattamente ciò che serve al paese che ha il record di analfabeti funzionali, dopo tutto.

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