C’è un tema che sta rapidamente occupando il centro della scena politica statunitense, a due mesi dalla resa dei conti delle elezioni di midterm: la montante opposizione dell’elettorato alla costruzione di data center. Mentre la spesa in queste infrastrutture dell’intelligenza artificiale ritocca nuovi record, i candidati al midterm sono costretti a cambiare rapidamente la comunicazione sul tema, di fronte a movimenti di cittadini inviperiti.
Al momento, Donald Trump mantiene la barra dritta e manda messaggi social che spaziano da vaticinare degrado e povertà per gli stati che rigettano i data center sino al più tradizionale “la Cina non potrebbe essere più felice di questo movimento anti data center”. I candidati repubblicani, nel mezzo, sudano freddo, dovendo scegliere se affrontare l’ira degli elettori o quella del boss.
Secondo Bloomberg, che al fenomeno dedica un explainer, un sondaggio condotto dall’Annenberg Public Policy Center della University of Pennsylvania il mese scorso ha scoperto che circa il 61% degli adulti statunitensi si oppongono alla costruzione di nuovi data center, con un aumento del 12% rispetto ad analogo sondaggio condotto a febbraio e marzo.
Opposizione bipartisan
Soprattutto, l’opposizione ai data center è diventata un rarissimo tema bipartisan, in un paese che da anni vede una crescente e virulenta polarizzazione ideologica. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, il 75% dei Democratici e il 63% dei Repubblicani sono stati colti dalla sindrome Nimby per i data center, e non li vogliono nelle immediate vicinanze.
Di base c’è il malcontento per il costo della vita e la cosiddetta affordability, su cui si innesta fatalmente il timore dell’impatto dei data center sulle bollette elettriche. Come segnala Bloomberg, i prezzi dell’energia sulla più grande rete elettrica del paese, che opera in 13 stati negli Stati Uniti orientali e centrali, sono aumentati del 76% nel primo trimestre di quest’anno a causa della domanda proveniente dai data center, secondo un report di Monitoring Analytics. I costi dell’elettricità all’ingrosso sono aumentati fino al 267% nelle aree vicine a un’attività significativa dei data center dal 2020 al 2025, secondo un’analisi di Bloomberg News.
Le promesse delle Big Tech di pagare per l’elettricità di cui necessitano non convincono gli elettori. C’è poi il timore per i consumi di acqua, anche se l’evoluzione delle tecnologie potrebbe ridurli considerevolmente, e quelli per l’inquinamento acustico. Ciliegina sulla torta, gli elettori si stanno imbufalendo per i sussidi erogati dagli stati ai data center. Alcuni, come quelli dell’Ohio, sono vecchi di una decina di anni e azzerano la sales tax su server e altro hardware e pesano sempre di più sui bilanci statali. Molte legislature ed esecutivi statali stanno quindi facendo retromarcia, come segnala il Wall Street Journal. Alcuni sono talmente nel panico che starebbero meditando una sorta di richiamo delle erogazioni già assegnate. Quando c’è la certezza del quadro di business, c’è tutto.
Di certo, non aiutano prese di posizione come quella di Sam Altman, dominus di OpenAI, che mesi addietro ha dichiarato che
Una delle cose che sono sempre ingiuste in questo confronto è che le persone parlano di quanta energia ci vuole per addestrare un modello di AI … Ma richiede anche molta energia addestrare un essere umano. Ci vogliono circa 20 anni di vita, e tutto il cibo che mangi prima di quel momento, prima di diventare svegli. Il confronto equo è, se fate una domanda a ChatGPT, chiedersi quanta energia serve per rispondere a quella domanda, una volta che un modello è addestrato, rispetto a un essere umano, e probabilmente l’AI ha già raggiunto un’efficienza energetica simile, misurata in quel modo”
Un simile modo di argomentare sembra suggerire che i modelli AI costino meno degli umani, e che quindi di quest’ultimi si potrebbe fare progressivamente a meno. Voi capite che, con simili premesse, non stupisce che l’opinione pubblica stia diventando molto reattiva contro l’AI. Se a ciò aggiungiamo il crescente numero di ricercatori dei frontier lab che si dimettono denunciando il crescente rischio che i processi di auto-apprendimento dei modelli approdino all’intelligenza artificiale generale e allo sterminio del genere umano, ci si dovrebbe stupire leggendo di sondaggi favorevoli all’AI. Del resto, quando i frontier lab stessi usano come spin lanciare allarmi circa la pericolosità dei loro modelli, che altro attendersi, da un’opinione pubblica mediamente non lobotomizzata?

Forse, a fertilizzare l’incazzatura dell’opinione pubblica, c’è anche questa divergenza tra lancio di allarmi e pensose preoccupazioni etiche, regolarmente sovrascritti dal più formidabile effetto FOMO (fear of missing out) della storia umana contemporanea. Un po’ come lavarsi la coscienza e poi tornare a investire come se non ci fosse un domani, che in effetti potrebbe non esserci, di questo passo.
Pentitismo politico
La battaglia politica infuria, quindi, costringendo a retromarce e pentimenti anche ex cheerleader di data center, come il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro, Democratico, e quello del Texas Greg Abbott, Repubblicano. Abbott lo scorso anno ha definito il Texas “l’epicentro dello sviluppo dell’AI”, annunciando un investimento di 40 miliardi di dollari da parte di Google. A metà agosto 2026, ha introdotto una moratoria sulla costruzione di nuovi data center. In Pennsylvania, Shapiro ha inizialmente aiutato a velocizzare lo sviluppo dei data center. Poi, ad agosto, ha firmato un’ordinanza esecutiva imponendo alcune delle regolamentazioni più severe del paese sulla loro costruzione.
I candidati politici stanno spendendo molto in spot elettorali contro i data center in stati come Wyoming, Ohio, Florida e Pennsylvania. A fine agosto, le campagne avevano speso un totale di $31 milioni in pubblicità che menzionano i data center. In Florida, il candidato repubblicano alla carica di governatore, Byron Donalds, ha trasmesso spot promettendo di garantire che i data center non faranno aumentare le bollette elettriche. In Ohio, il candidato democratico al Senato Sherrod Brown ha preso di mira l’incumbent repubblicano Jon Husted per il suo precedente supporto alle strutture.
Nel frattempo, fino a metà dei data center pianificati negli Stati Uniti è a rischio di ritardi o cancellazioni, in parte a causa della reazione politica, ha dichiarato secondo stime dell’investitore Kimmeridge Energy Management. Almeno 75 progetti di data center, per un valore complessivo di circa 130 miliardi di dollari, sono stati bloccati o ritardati dall’opposizione locale nei primi tre mesi del 2026, secondo Data Center Watch.
Alla base dei ritardi ci sono anche le difficoltà a reperire i componenti di costruzione e la difficoltà delle reti elettriche a gestire l’enorme immissione di capacità. Quando i progetti vanno avanti, le aziende tech spendono importi crescenti per vincere le opposizioni locali, oltre a gonfiare i bilanci della comunicazione pubblicitaria a sostegno dei data center, con evidenti rischi di ottenere l’effetto opposto.
Oltre a capitale, chip, energia e terreni, serve anche il consenso degli elettori che vivono accanto alle infrastrutture. Ora qualcuno dirà che la Cina è strutturalmente avvantaggiata in quanto regime non democratico.
Saranno elezioni di midterm molto frizzanti, come già avevamo intuito. Da temere c’è soprattutto un eventuale esito fortemente avverso a Trump. Ma anche questo è risaputo.



