Troppe tax expenditures, ne servono altre

Si avvicina la stagione della legge di bilancio, e immancabili spuntano interviste allo zar del fisco del governo Meloni, il viceministro Maurizio Leo. Che tratteggia le probabili linee guida del governo Meloni in materia tributaria. Queste interviste sono un piccolo classico stagionale, non si deve presumere né inferire troppo da esse. Ma in questa è innegabile che il principio di non contraddizione, se c’era, se ne stava in disparte.

Si parte subito con l’evasione, e Leo risponde che abbiamo un recupero record, che duecento banche dati sono interoperabili, cioè “si parlano” (pensate il frastuono), abbiamo miliardi di dati e informazioni. Insomma, abbiamo tutto. Useremo l’intelligenza artificiale ma sotto controllo e supervisione umana, chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere, abbiamo abbattuto il contenzioso e così spero di voi.

Ci vuole un tavolo

Dopo una raffica di informazioni di questo tipo, si giunge alla domanda dell’intervistatore, Enrico Marro:

Molti pagano poco o niente anche per via delle tax expenditures, che valgono circa 110 miliardi l’anno. Le ridurrete?
Nella legge delega lo abbiamo previsto e nell’ultima manovra abbiamo messo un tetto alle spese detraibili per chi ha redditi superiori a 75mila euro. Ma penso si debba fare anche un ragionamento politico. Tutti siamo d’accordo che non si possono eliminare gli sgravi legati a sanità, casa e alla famiglia. Dove si è sempre bloccato ogni tentativo di sfoltire questa giungla di 625 voci? Sul fatto che ogni forza politica teme di perdere voti. Per questo dico che bisognerebbe fare un tavolo con tutti i partiti, comprese le opposizioni, e le parti sociali per trovare un’intesa.

Diciamo che non è esattamente vero che le tax expenditures spingano milioni di persone nella no tax area, ma transeat. Forse sarebbe stato meglio far notare a Leo che questa corsa a ritagliarsi fette di elettorato sta devastando l’Irpef e gli sfigati che in essa restano intrappolati, gli ormai celeberrimi kulaki. Sarà per la prossima volta.

Leo risponde in modo singolare: eh certo, ci sono molte tax expenditures ma abbiamo messo un tetto alle spese detraibili per gli schifosi ricchi che hanno reddito superiore a 75 mila euro. È ora di smetterla di rubare gettito alla collettività mentre si sorseggia champagne sul proprio yacht. Poi, Leo (che nelle interviste appare un perfetto democristiano, con un cerchiobottismo piuttosto urticante) passa al tema: troppe tax expenditures? Beh, sì, ma alcune grandi categorie di quelle agevolazioni sono intoccabili, siamo realisti. E, giusto per essere realisti, propone a stretto giro un bel “tavolo con tutti i partiti e le parti sociali per trovare un’intesa”.

Ah, il tavolo. Vedete che Leo è davvero democristiano? Facciamo il tavolo per il disarmo bilanciato. Io tasso di più i “miei”, tu i “tuoi”, e ossequi alla signora. Torniamo alle tax expenditures: sono troppe? Domanda ridicolmente retorica, ma facciamola pure. E chiediamoci se quella flat tax al 15% per gli autonomi non sia una distorsione e una palese violazione dell’equità orizzontale. Per sentirci rispondere affermativamente: “E allora le altre (tax expenditures)?”

Amplierei il discorso. Questa non è l’unica flat tax, ma una delle tante via via introdotte: il 12,5% sugli interessi dei titoli di Stato, il 26% sui redditi finanziari, la cedolare secca del 21% sugli affitti. E poi il 5% sugli aumenti contrattuali, l’1% sui premi di produttività e le altre tasse piatte su notturni, turismo, straordinari dei medici. Questo può sembrare in contraddizione col principio della progressività sancito in una norma della costituzione formale, ma poi c’è una costituzione materiale che deve venire incontro alle situazioni reali e alle esigenze della collettività.

Quindi, vedete: c’è una proliferazione di flat tax che sta devastando l’Irpef e “sembra” pure la progressività ma c’è “una costituzione materiale” che “deve venire incontro alle situazioni reali e alle esigenze della collettività”. A posto così, quindi. Ripieghiamo il tavolo, servirà per il prossimo picnic. A noi italiani, che abbiamo la costituzione più bella del mondo, ci ha fregato la costituzione materiale. Però, Leo ci informa che gli autonomi sono particolarmente penalizzati:

[…] per gli autonomi, se contiamo l’aliquota contributiva del 26% e il fatto che il coefficiente di abbattimento delle spese è spesso insufficiente, la flat tax può essere giustificata.

E per i dipendenti, con contribuzione complessiva al 33% e pressoché zero abbattimento delle spese per la produzione del reddito (tipo i costi di trasporto al posto di lavoro)? A posto così.

Una flat tax per giovani fidelizzati

L’intervista prosegue valutando l’obiettivo di portare l’aliquota del 33% da 50 a 60 mila euro, che sarebbe la nuova soglia del benessere rafforzato. Qui, anche per esigenze di coperture, parte subito il dilemma: sterilizzare o no il beneficio per chi guadagna oltre quella soglia, tagliando le detrazioni in pari misura, per chi le ha? Sento già le lamentazioni dei nostri pauperisti egualitari e già vedo i titoli dei giornali: “Regalo ai ricchi“, in caso di mancata sterilizzazione sopra i 60 mila euro. Per la cronaca, Leo non è favorevole a mettere tetti: sia messo agli atti.

Poi si passa all’ultima flat tax concepita dai nostri eroi, immagino in nome della “costituzione materiale”, e che si iscrive nell’ormai ricco filone degli “aumenti di stipendio” offerti dai pochi intimi rimasti nell’Irpef. Un bel 5% di tasse sugli aumenti corrisposti ai “giovani” fino a 35 anni. Avete notato questa peculiarità? La soglia di reddito del benessere si abbassa col passare del tempo mentre quella dei ‘ggiovani si alza. Se pensate che tra i due fenomeni non ci sia legame, ripensateci. In ogni caso, ecco il Leo pensiero:

Sì, si può pensare a una flat tax del 5% sugli aumenti di reddito da un anno all’altro per i giovani fino a 35 anni, una misura che dovrebbe essere accompagnata da un beneficio fiscale per il datore di lavoro che concede aumenti

Che significa “aumenti di reddito da un anno all’altro”? Forse che il beneficio dura un anno? E bisogna anche pagare i datori di lavoro, per questo “beneficio”? Ma soprattutto, parliamo di aumenti ad personam, immagino, perché quelli da contratti collettivi sono teoricamente coperti da altra flat tax, sia pure sotto i soliti tetti di reddito del benessere. Ho letto che la misura servirebbe a “fidelizzare” i cosiddetti giovani nei confronti dell’azienda. Ohibò, e io che pensavo che bisognasse lasciar lavorare il mercato, e chi ne ha uno può andarsene quando crede. Ma tranquilli: chi ha mercato se ne andrà comunque. Chi non lo ha, è “fidelizzato” dalla mancanza di alternative.

Sono misure striminzite e prive di logica economica. Anzi, di logica ne hanno una ma perversa. E infliggono costi al bilancio dello stato che tendono a scaricarsi su chi paga l’Irpef, e la paga tutta. E pensate ad altre proposte simili ma ancor più prive di senso, come l’Irpef tagliata per i giovani neo-assunti ma che cresce nel corso del tempo sino a normalizzarsi. Ribadisco ad nauseam: pensate all’ex giovane che, al fatidico compleanno (il trentaseiesimo, presumo), si trova l’Irpef piena e il netto in busta decurtato. Non male come logica, no?

E di cedolare un pizzichin

Poi pare avremo l’ennesimo tentativo di mettere la cedolare secca anche ai negozi. Leo è favorevole perché “può aiutare in particolare il commercio di prossimità, facilitando l’accordo tra esercenti e proprietari su canoni più bassi”. Ah, il leggendario commercio di prossimità. Però, vedete lo schema? Usare la fiscalità generale per puntellare i redditi, sia di lavoro che di fabbricati. Voi davvero pensate che la cedolare secca, anche girando al locatario tutto il beneficio fiscale assegnato al locatore, possa modificare una tendenza di fondo per questo genere di attività? Auguri. I canoni si abbassano perché è venuta meno la domanda. Se il negozietto non rende più, lo si venda. I comuni ne cambieranno in caso la destinazione d’uso e diverrà magari appartamento al piano strada. Shit happens, quando si investe si possono anche perdere soldi. Sconvolgente, vero?

Direi che è inutile proseguire: ci sono troppe tax expenditures, serve “un tavolo” ma molte di quelle sono frutto della “costituzione materiale” e di altre “esigenze” della società, e quindi ne proponiamo di nuove. Nel frattempo, si continua a ignorare che i contratti collettivi di lavoro, nell’assetto nazionale attuale, sono falliti e il loro fallimento porterà nei prossimi anni a sempre maggiori spinte verso queste demenziali flat tax selettive. Perché tutto si tiene.

Soprattutto, si tiene quello che sostengo ormai da un quindicennio (e oltre): questo è un paese che sta divorando se stesso. Partendo dai contribuenti Irpef sopra la soglia del benessere straccione.

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