Come ogni anno, col trascorrere dei giorni dopo la presentazione della bozza di legge di bilancio, l’esame della relazione tecnica consente di portare alla luce le abituali perle del provvedimento. Eccone alcune, senza alcuna pretesa di esaustività.
I crediti fiscali del Superbonus in scadenza nel 2027 vengono spalmati in ben dieci anni. Non più un colpo secco alle finanze pubbliche da 21,5 miliardi di euro ma un decimo ogni anno per dieci anni. Questi crediti non sono in mano solo a banche e assicurazioni, che in tal modo “contribuiranno” ulteriormente alla manovra, ma anche a imprese e multiutility. Le PMI titolari di quei crediti rischiano di essere danneggiate due volte: da questa spalmatura e dall’ulteriore stretta alle compensazioni per crediti d’imposta.
Dall’anno prossimo infatti i contribuenti con importi iscritti a ruolo per imposte erariali e accessori di importo superiore a 30 mila euro non potranno compensare questi debiti con crediti d’imposta, se sono scaduti i termini di pagamento e non vi siano in corso piani di rateazione o provvedimenti di sospensione.
Si tratta della seconda stretta in due anni: nel 2025 il tetto era a 100 mila euro e lo scorso anno fu dimezzato dalla manovra di bilancio. Tutta liquidità che verrà a mancare e che le imprese dovranno reperire altrove, ad esempio col credito bancario, che di questi tempi non è particolarmente a buon mercato. Oppure con un colpo di freno alla gestione del circolante o col rinvio di investimenti.
Ceto medio pensionato, cornuto e mazziato
Altra perla della relazione tecnica è lo spettacolare punta-tacco (ma meglio sarebbe dire taccheggio) prodotto dal combinato disposto della “riduzione” Irpef per il ceto del dito medio e la spremuta di deindicizzazione delle pensioni. Come scrive Gianni Trovati sul Sole, qui è all’opera la divergenza tra scaglioni Irpef e deindicizzazione delle pensioni per fasce. Che morde, in misura crescente e per l’intero importo, gli assegni superiori a quattro volte il minimo. Questo è l’incrocio diabolico:
L’imposta sui redditi, prima di tutto, si alleggerisce solo per i redditi superiori a 50mila euro lordi all’anno, mentre le forbici sulla rivalutazione partono da sotto i 33mila euro lordi, quando si superano le quattro volte il trattamento minimo aggiornato del prossimo anno.
Alcuni numeri:
Per esempio a 50mila euro all’anno, che corrispondono a 3.846 euro lordi e quindi a poco più di 2.700 euro netti al mese, la perdita netta sarebbe di 797,6 euro annui. A 53mila euro di reddito, il sacrificio scenderebbe a 526,1 euro per attestarsi a 345,2 euro quando la dichiarazione ne vale 55mila lordi. Da quel livello in poi, lo sconto Irpef si ferma a 500 euro, quindi il rosso ricomincia a crescere per effetto della mancata rivalutazione. I quasi 800 euro di perdita complessiva registrati a 50mila euro si riaffacciano a quota 78mila euro lordi, e da lì aumentano in proporzione alla pensione.
Se l’inflazione dovesse aumentare oltre quanto previsto nei documenti di finanza pubblica, la perdita sarebbe maggiore. Notare che la deindicizzazione per fasce è costruita per produrre nel triennio 2027-29 un bottino di circa 2,6 miliardi, che in origine serviva per mandare in pensione le nuove Quota 100 e permettere ai leghisti di dire “abbiamo battuto la legge Fornero”, ma su cui la maggioranza ha già iniziato a litigare, visto che c’è chi vorrebbe destinare quei soldi ad altro. E del resto, la norma già parla chiaro: “specifici soggetti in difficoltà e con eventuali misure in materia di ammortizzatori sociali”.
I leghisti, imbufaliti, ora chiedono un “indennizzo” per far star dentro tutto, e quindi vorrebbero portare la dote triennale da deindicizzazione a 4 miliardi. Che faccio, lascio?
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La morale di questi spasmi è presto detta: le risorse non ci sono, punto. Le pensioni restano il tesorettone d’Italia ma ad esse si attinge solo in caso di emergenza vera. Queste redistribuzioni interne alla spesa pensionistica producono attriti e zuffe.
Aliquote come le targhe
Il patologico ricorso alle flat tax sta terminando l’opera di distruzione dell’Irpef e inizia a demolire l’articolo 53 della Costituzione. Oltre alle targhe, abbiamo le aliquote d’imposta personalizzate. Questo delirio è gentilmente offerto dallo schieramento che da sempre ci frantuma le gonadi con le virtù taumaturgiche delle “poche aliquote, anzi meglio una”.
I tentativi di ritagliarsi fette di elettorato a colpi di imposte sostitutive sono arrivati al capolinea della logica, prima che dei saldi di finanza pubblica. Era fatale. A questa frantumazione dell’Irpef hanno concorso anche i sindacati, con le loro richieste di detassazione dei rinnovi contrattuali. Forse non avevano alternative, ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Ora, con la scoperta di queste perle e i primi strepiti di dolore, i partiti corrono ai ripari. C’è chi non sapeva, chi era uscito per i bisogni del cane e chi l’ha pestata grossa. Si prevede un’intensa attività emendativa della bozza di bilancio ma quei soldi da qualche parte dovranno uscire. E non è tutto: una manovra già piccola di suo, circa 27 miliardi di euro, di cui ben 10 miliardi da misure coperte per il solo 2027. Il loro mantenimento anche per gli anni successivi richiederà nuove risorse, e spingerà all’effetto miraggio (o delirio) di vedere extraprofitti ovunque. Oppure a redistribuzioni tra poveri o aspiranti (e aspirati) tali.
In questo scenario, l’opposizione ha buon gioco a compilare la sua grossa, grassa lista della spesa, che già prevede il ritorno del reddito di cittadinanza, il salario minimo a 10 euro e indicizzato all’inflazione, la riduzione (sussidiata) della settimana lavorativa a parità di retribuzione e la leggendaria curva continua delle aliquote Irpef “alla tedesca”, che causa copiose salivazioni e che penso diventerà un sesto grado a partire dalla soglia dei 50 mila euro annui, e l’immancabile tassazione dei “super ricchi”, come il giornalista collettivo ha già definito tutti i patrimoni eccedenti gli 800 mila euro, la soglia della exit tax per persone fisiche infilata nella legge di bilancio dal governo Meloni e praticamente fotocopiata da quella francese. Attrarre capitali esteri cercando di impedire il deflusso di quelli domestici: operazione un filo spericolata, soprattutto sul piano della logica.
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L’exit tax è prodromica a una patrimoniale, perché rinchiude nel recinto fiscale domestico chi pensa di portare altrove i suoi soldi. Ma pare che non serva più, perché leggo esponenti del camposanto largo affermare come un mantra che la maggior tassazione patrimoniale non causa emigrazione. “Lo dicono i paper“. E lo ripetono i pappagalli che hanno fatto il militare servizio civile a Oxfam.
Tutto a posto, quindi: prepariamoci all’anno che verrà e che tra un anno passerà. Costringendoci a cercare nuove coperture.
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