Mi unisco al frastuono di analisti e aspiranti oracoli del giorno dopo, commentando il cappotto subito dai Repubblicani al midterm. Per numeri ed entità dello spostamento, avete solo l’imbarazzo della scelta delle fonti. Potete anche andare su Fox News, fresca di scomunica. La domanda è sempre quella: che farà Donald Trump, ora?
Potete leggere su Foreign Affairs i vaticini di Daniel Drezner, tra gli altri: lo spoiler è che non si sa, o meglio che le tradizionali strade che un presidente lame duck può intraprendere, negli ultimi due anni dell’ultimo mandato, sembrano precluse o di scarso interesse per Trump e i suoi famigli, perché non pare si possano fare soldi tentando di pacificare la Somalia o posti simili, per entrare nella storia. E comunque, Trump ha ormai acquisito che il Nobel quei comunisti woke di norvegesi non glielo daranno mai. Si farà bastare la medaglia della sventurata Maria Corina Machado, in caso.
Tra perdoni e business
A proposito, non di Somalia ma di famigli e lacché: quel che Trump potrebbe fare a stretto giro è emettere una serie di perdoni, preventivi e non, per evitare che qualcuno del suo giro (figli compresi) finisca al gabbio. Questa mi pare una delle scommesse più safe. Forse neppure quotata sui prediction markets.
In politica estera, mentre Netanyahu cerca disperatamente di restare a galla invocando complotti del Qatar e mandando a Washington “prove” di armi chimiche iraniane (modalità Colin Powell all’Onu, per dare l’idea), Putin e Xi potrebbero sentire la fregola di chiudere le rispettive partite, con Ucraina e Taiwan. Ci sarà l’incontro nel format Nuova Yalta (del Male)? Sì, ma gli esiti non sono per nulla scontati. Trump vorrebbe creare un nuovo trattato di limitazione delle armi nucleari, ma agli altri due frega il giusto, cioè nulla. Ma tutto ha un prezzo, e una contropartita. A trattare i soldi andranno poi i faccendieri di famiglia, la premiata ditta Witkoff & Kushner, sempre con un occhio al business e ora, credo, anche a eventuali subpoenas congressuali, assieme a molti capi azienda. Un perdono anche a loro, per sicurezza?
Trump ha già mandato in giro i suoi galoppini a ricordare che lui continua a controllare politica estera e dazi. Questi ultimi li controlla all’incirca, nel senso che un Congresso risvegliato dallo stato vegetativo dovrebbe essere pronto a sbarrargli la strada e riprendere le proprie competenze. Sull’Iran vedremo, anche in relazione alla formazione del governo israeliano. Non si tratta di proclamare “giù le mani dal valoroso regime iraniano!”, come fa parte della nostra pacifeccia, ma di riconoscere che Trump è stato trascinato in questa avventura da Netanyahu e dalla sua fregola interventista, e ora le probabilità di regime change a Tehran sono molto più basse di quelle che c’erano il 27 febbraio. Non solo: l’Iran è oggi una minaccia maggiore per la stabilità regionale e le petromonarchie del Golfo. Non che queste siano un modello Westminster di democrazia liberale da proteggere, sia chiaro: parliamone almeno per il nostro particulare, l’energia.
Quanto ai vincitori: mai sottovalutare la capacità dei Democratici di dividersi e finire in guerre civili intrapartitiche. Deve essere il nome. Ora tutti si attendono moratorie su data center come se non vi fosse un domani. Possibile ma, se così fosse, anche le Big Tech potrebbero trarne beneficio e rifiatare da questa corsa delirante a indebitarsi. Forse schiviamo il baratro. Così facendo, gli americani resteranno indietro rispetto alla Cina? Non so, lo vedremo. Forse apprenderanno a spendere meno e meglio.
Trump ha già detto che potrebbe diventare Mister Veto, in caso di provvedimenti del Congresso a lui sgraditi. In quel caso, per mettere veto al veto, servirebbero i due terzi dei voti di entrambe le camere. Difficile ma non impossibile, soprattutto ora che i resti dei Repubblicani cercheranno con ogni mezzo di prendere le distanze da Trump, puntando a consegnarlo, tra due eterni anni, alla damnatio memoriae assieme ai suoi archi di trionfo e alle sue sale da ballo più grandi del corpo principale della Casa Bianca.
Gilded Age finita, i Robber Baron no
Golden Age, o meglio Gilded Age, con i suoi Robber Baron. Quella del razzismo e del suprematismo bianco trionfanti, assieme a una corruzione talmente ostentata da rendere i satrapi africani e i caudillos sudamericani modelli di sobria morigeratezza, praticamente col loden. Dopo la Gilded Age venne l’introduzione dell’imposta sul reddito. A questo giro, pare non arriverà l’era della patrimoniale, visto l’esito della Proposition californiana. Peccato: eravamo già pronti, noi spettatori italiani, alle processioni progressiste salmodianti in tv, dall’officiante Gruber. Quella che in passato ha reso celebre l’espressione “patrimoniale a botta secca”.
Ma non scordiamo che i fasciolibertari trilionari americani restano sulla scena. A questo giro hanno appreso che non sempre è possibile comprarsi le elezioni ma di sicuro faranno tesoro della lezione.
Dal lato Dem, forse vedremo meno patologie woke, ma al momento non mi pare una priorità analitica. C’è da vedere come verrà affrontato il maxi deficit fisso annuo e il conseguente iceberg di debito pubblico federale, ma qualcosa mi dice che la prima cosa che accadrà sarà un bello shutdown del governo federale per ennesimo urto contro il tetto al debito. I Repubblicani torneranno a ergersi a difensori immaginari della probità fiscale, come sempre fanno quando sono minoranza.
Parliamo di America 2028? È presto, ma sarà interessante vedere come si muoveranno JD Vance e Marco Rubio, e chi inizierà a emergere dall’altra parte. La giovane veterana AOC? L’usato più o meno garantito Kamala Harris? Il nuovo che avanza, Jon Ossoff? Altri, vedrete.
Vita in provincia dell’Impero
Finiamo qui, senza pretesa di esaustività e sempre pronti a tornare sull’argomento. Non prima di aver segnalato i soliti teatrini da vita in provincia, quella italiana. Giorgia Meloni, che ha da tempo abbandonato i suoi tratti trumpiani e ora ha gioco facile a dire che era solo tutela dell’interesse nazionale italiano, resta silente e prudente. Parlano per lei i suoi colleghi di partito, che dopo tutto sono profumatamente pagati dai contribuenti italiani per lanciare spin che in realtà sono peti. Il melonismo come modello conservatore, macché Maga. Ci vuole pazienza. Per citare i versi dell’immenso poeta Gianni Brera: “Noantri semo poveri e gite nun ne famo. La domenica mio padre legge il giornale, ogni tanto tira du’ scorregge e noantri a ride“.
Dall’altro lato, consueto giro di campo, anzi di camposanto largo, con Elly Schlein che ha trovato i suoi nuovi idoli e quindi ora potrà serenamente togliere dalla cameretta il ritratto del morituro Pedro Sanchez.
Voi scherzate ma fareste bene a riflettere su quanto è faticosa la vita del politico, in Italia. Ogni mattina si sveglia, e sa che dovrà sparare una nuova str…anezza, più forte e più in alto degli altri.
Ora torniamo all’Impero e che il ballo cominci, anche senza salone: prepariamoci a scoprire se l’anatra, oltre che azzoppata, è pure incazzata.
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