• Il governatore Visco spiega con eroica pazienza ed in modo didatticamente impeccabile come guardare la luna anziché il dito. I lobotomizzati sovrani ripeteranno che egli era contrario alla riforma del MES…dell’anno scorso;
  • Sconcerto di politica e libera stampa italiane: Unicredit si sta ristrutturando per affrontare le sfide esistenziali del mondo bancario. Chi l’avrebbe mai detto?
  • Basta un poco di garanzia pubblica e il debito va su. Nuovi orizzonti del delirio negazionista (della realtà) che ha colpito il popolo italiano;
  • Nel paese che vive fissando ossessivamente lo specchietto retrovisore e si reinventa la storia per trovare rifugio a stress e fallimenti, fatale che tornasse a galla la stagione dove si sono poste le basi dell’attuale dissesto;
  • A proposito di complotti e invidia, ora è ufficiale la sentenza della Vestager su NordLB, ma difficilmente gli italiani la capiranno;
  • Però, allegri: presto anche noi italiani torneremo ad avere banche pubbliche;
  • E non solo banche. Tutto ruota attorno ai target occupazionali, la realtà seguirà;
  • Ramazzare clausole di salvaguardia sotto il tappeto, sin quando il tappeto ci seppellirà;
  • Il miracoloso CV di Giggino di Nazareth;

Ieri alla Camera, in audizione davanti alle Commissioni Bilancio e Politiche dell’Unione europea, il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha tentato di dissipare i timori relativi alla riforma del trattato che regola il Meccanismo di stabilità europeo (ESM/MES), ed ha suggerito alcune linee di condotta per negoziare in Europa il completamento dell’unione bancaria e monetaria. Una, in particolare, è piuttosto phastidiosa. Lettura lunga ma non spaventatevi: in fondo a questo post trovate i proiettili di sintesi. E non sono d’argento, garantisco.

Ieri il CEO di Unicredit, Jean-Pierre Mustier, ha annunciato le linee guida del piano industriale quadriennale Team 23, come l’anno in cui si concluderà. Nulla di sorprendente, per la verità: si tratta di ridurre l’eccesso di capacità produttiva, se vogliamo chiamarla così, di cui la banca soffre analogamente a quelle del resto d’Europa, e spingere sulla digitalizzazione. Eppure, ed anche qui la cosa non mi sorprende, l’accoglienza di politica e stampa è stata di malcelata ostilità. Proviamo a capire perché.

Ieri si è tenuta l’assemblea di Assofondipensione, a cui era invitato anche il sottosegretario all’Economia, Pierpaolo Baretta. Ora, io non so chi, quando e come abbia sollevato il tema ma pare saremo costretti, nell’infinita via crucis italiana nel delirio, a discutere anche di una cosa chiamata “garanzia pubblica negli investimenti dei fondi pensione”.

Un breve viaggio nel tempo ad uso dei più giovani e di quelli che, non essendo più giovani, soffrono di amnesie. La storia dell’intervento pubblico nell’economia italiana è una storia di successo solo nella fase iniziale, quella della costruzione del patrimonio infrastrutturale del paese e dello sviluppo dell’industria pesante. Ma questa fase si esaurì oltre mezzo secolo addietro. Dagli anni Settanta, la storia di quell’intervento è fatta di distruzione di risorse fiscali, in parallelo all’aumento dell’apertura dell’economia italiana al processo di globalizzazione, a cui un paese trasformatore come il nostro non poteva certo rinunciare.

Per l’attualità della settimana, un veloce ripasso su cosa è realmente il tasso di disoccupazione e perché serve evitare di festeggiare pavlovianamente se scende, e l’attesa infinita di una soluzione ai casi Alitalia ed Ilva che non sia solo distruzione di denaro dei contribuenti in nome della “rinascita dell’Iri”, che in realtà sarebbe rinascita della Gepi, se solo i nostri attuali politici avessero studiato meglio la storia patria.

La stima definitiva della variazione del Pil italiano del terzo trimestre non ci dice nulla di inedito: siamo sempre col motore al minimo, gli investimenti sono frenati dalla crisi dell’automotive, la domanda interna è viva ma lotta poco assieme a noi. Scopriamo invece ulteriori elementi di conferma ad un fenomeno a dir poco inquietante, che mostra come il nostro paese stia percorrendo la strada opposta a quella dei paesi emergenti.

Il governo pro tempore ha scoperto una triste verità: non puoi imporre ad una controparte la tua volontà se sei all’angolo e praticamente fallito. Che fare, quindi, per scalciare la lattina e distrarre gli ottusi sudditi dal gramo avvenire che si prepara loro? Ideona: invochiamo il ritorno ad un passato che, in realtà, mai è esistito nell’iconografia con cui lo rappresentiamo oggi.