Mentre il settore aereo globale viene letteralmente abbattuto dal Covid-19, con stime di minori ricavi quest’anno per 113 miliardi di dollari, in Italia va in scena l’ultima tragica farsa di un paese piagato da un letale mix di ignoranza, malafede e nazionalismo con le pezze al culo, già ampiamente rintracciabile nella storia post unitaria del paese: il bando di vendita di Alitalia.

Premessa d’obbligo: l’epidemia di coronavirus oggi in atto nel mondo, mentre si discute su aspetti nominalistici (è già pandemia o no?), cambia radicalmente gli scenari. Soprattutto per l’Italia, il paese sviluppato più fragile sul pianeta, e che potrebbe subire un collasso economico. Ciò premesso, ad oggi da noi abbiamo tre nodi irrisolti di cosiddetta “politica industriale” e l’esecutivo, tra un balbettio e l’altro, punta a soluzioni che erano molto rischiose già prima dell’epidemia.

Provate a scorrere i giornali delle ultime settimane, per non dire mesi. Quello che avrete di fronte saranno miriadi di non-notizie su una fantomatica azione dello Stato per ricondurre a equilibrio ed economicità altrettanti casi di presunti “fallimenti di mercato”, il nuovo mantra con cui si tenta di occultare “normali” fallimenti di aziende che sul mercato non riescono a stare.

Il governo pro tempore ha scoperto una triste verità: non puoi imporre ad una controparte la tua volontà se sei all’angolo e praticamente fallito. Che fare, quindi, per scalciare la lattina e distrarre gli ottusi sudditi dal gramo avvenire che si prepara loro? Ideona: invochiamo il ritorno ad un passato che, in realtà, mai è esistito nell’iconografia con cui lo rappresentiamo oggi.

Egregio dottor Francesco Greco, illustrissimo signor Procuratore,

sono un cittadino italiano incensurato, pago tutte le tasse non perché moralmente superiore (non mi permetterei mai di essere così presuntuoso) ma solo perché sono al giogo della dittatura del sostituto d’imposta. Rispetto le leggi della Repubblica, anche quelle che non condivido. Per questo oggi mi permetto di rivolgerLe una supplica, col pensiero rivolto con gratitudine a quanto da Lei fatto per la collettività, con la nascita del cosiddetto “modello Milano”, città di cui sono pure residente, e che tante risorse fiscali ha riportato al Bene Comune, di cui i prestiti ponte per Alitalia sono parte integrante.

Dal caso Alitalia, che promette di diventare uno dei maggiori scandali della storia di questo paese, che pure di scandali ne ha visti moltissimi, passando per i tavoli di crisi al Mise, l’unica lezione da trarre è che ci sono casi in cui la patologia aziendale richiede solo di “lasciare andare” il paziente, senza accanimento sui contribuenti. Perché non saranno improbabili e burocratiche “riconversioni” a colpi di sussidi e proclami politici (e men che mai “nazionalizzazioni”) a invertire molte storie aziendali ormai finite. Ecco perché occorre concentrare gli sforzi sulla tutela del lavoratore anziché del posto di lavoro. Lo so, è terribilmente difficile, soprattutto in aree desertificate di lavoro. Ma l’alternativa non è né può essere la cassa integrazione in deroga ad oltranza e verso l’infinito. Perché questa è la via dell’inferno e del fallimento del paese. Buon ascolto.