Dal caso Alitalia, che promette di diventare uno dei maggiori scandali della storia di questo paese, che pure di scandali ne ha visti moltissimi, passando per i tavoli di crisi al Mise, l’unica lezione da trarre è che ci sono casi in cui la patologia aziendale richiede solo di “lasciare andare” il paziente, senza accanimento sui contribuenti. Perché non saranno improbabili e burocratiche “riconversioni” a colpi di sussidi e proclami politici (e men che mai “nazionalizzazioni”) a invertire molte storie aziendali ormai finite. Ecco perché occorre concentrare gli sforzi sulla tutela del lavoratore anziché del posto di lavoro. Lo so, è terribilmente difficile, soprattutto in aree desertificate di lavoro. Ma l’alternativa non è né può essere la cassa integrazione in deroga ad oltranza e verso l’infinito. Perché questa è la via dell’inferno e del fallimento del paese. Buon ascolto.

Nuova puntata della farsa più costosa della storia d’Italia. Ieri i commissari straordinari di Alitalia hanno incontrato i sindacati e ci hanno fatto sapere che, nel mese di luglio, la liquidità in cassa, costruita sulla dote del prestito ponte pubblico da 900 milioni, è diminuita di 24 milioni, da 436 a 412 milioni, a cui vanno aggiunti i depositi cauzionali. I commissari si sono affrettati a comunicare che si tratta di numeri “comunque superiori a quanto programmato e comunicato come dato previsionale”. Ma le chiacchiere stanno avvicinandosi asintoticamente a zero.

Oggi su alcuni quotidiani italiani campeggia una pagina pubblicitaria, acquistata da Alitalia per informare il mondo del suo record. No, non quello di compagnia aerea che ha prodotto il maggior deficit cumulato della storia dell’aviazione civile e tuttora continua a non riuscire a fallire in pace. Né quello di vettore che ha gemmato il maggior numero di BadCompany. No, si tratta del “record” di puntualità nei voli.

di Mario Seminerio – Il Foglio

Il vicepremier e bisministro, Luigi Di Maio, ha incontrato i sindacati dei lavoratori Alitalia, dopo la formalizzazione dell’”avvio” delle trattative con Delta e EasyJet. Ché di quello si tratta, e non di un arrivo in porto o in aeroporto. È solo l’inizio di una nuova, estenuante fase negoziale per accasare il vettore tricolore, dopo fiumi di inchiostro rosso e interventi dei contribuenti che ormai giustificherebbero l’integrazione dell’oggetto sociale di Alitalia con “produzione di Bad Company”.

Il nostro paese da qualche tempo può fregiarsi di un campione nazionale che ci gonfia di orgoglio: si tratta di Alitalia, che primeggia nella puntualità, fa segnare incrementi di ricavi, ha la coda di pretendenti. Pensate che io sia ubriaco? No, questi sono i titoli e le “notizie” che potete leggere sulla stampa nazionale da oltre un anno. Avevamo un gioiello di azienda e non ce ne eravamo accorti. Per fortuna l’esecutivo gialloverde, in piena continuità con chi lo ha preceduto, sta agendo per valorizzare questo patrimonio nazionale. 

Chiunque creda davvero che il prossimo 31 ottobre si giungerà alla definizione del nuovo assetto societario di Alitalia, se la faccia passare: il nostro prestigioso esecutivo, per mano e bocca del suo imprescindibile vicepremier e bisministro, Luigi Di Maio, sceglierà la via della proroga alla proroga. Ma nel frattempo è “divertente” assistere agli spasmi dialettici della nostra sovrana compagnia di giro.

Uno degli elementi costanti del pensiero magico che informa l’indefessa azione di questo prestigioso esecutivo è il principio del minimo risultato col massimo sforzo, in termini di inefficacia, inefficienza e costo per i contribuenti, meglio se quelli futuri. Un preclaro esempio di questo analfabetismo funzionale, che evidenzia la sproporzione grottesca tra obiettivi e strumenti, lo troviamo in relazione alla vicenda Alitalia.