Interesse nazionale con le pezze alla fusoliera

Torno brevemente a parlare di Ita (o ITA), il vettore nato per ennesimo sfoglio del carciofo Alitalia, il maggior produttore di bad Company d’Europa e forse del mondo. Ita aveva una e una sola missione: essere ceduta. Dopo alcuni tentativi esperiti durante il governo Draghi, risolti nell’accesso alla data room e negli abituali strepiti dei patrioti oggi al governo, al momento la situazione vede un “interesse” di Lufthansa per una “vera privatizzazione”. Concetto piuttosto problematico a livello digestivo, dalle parti di Roma.

L’eterno ritorno degli interessati

Seguendo un collaudato copione, dopo la fine dell’esclusiva alla cordata Certares-Air France-Delta, e dopo che il gruppo MSC (che era in cordata con Lufthansa) si è chiamato fuori in modo laconico e poco comprensibile (tanto quanto era poco comprensibile il suo interesse), ora siamo tornati alla fase di “[inserire nome a piacere] potrebbe essere interessato a Ita”.

Che quel “qualcuno” sia ancora Air France non stupisce nessuno. In sostanza, quello a cui si assiste è il posizionamento lungo la riva del fiume dei probabili acquirenti, che attendono che il deprezzamento del patriottico vettore giunga in fondo alla via crucis, in modo da poter incassare anche una bella dote dall’orgoglioso venditore. Discorso identico per i tedeschi.

Poiché i numeri sono l’unica cosa da guardare, eccoli: nei primi nove mesi del 2022, Ita ha segnato un Ebitda negativo per 290 milioni; al 30 settembre, disponeva di liquidità per 190 milioni, contro i 700 milioni di un anno prima. Il Tesoro nei giorni scorsi ha deciso una ricapitalizzazione per altri 400 milioni, che è parte degli 1,35 miliardi di dote massima che l’Antitrust europeo ha accordato al Tesoro italiano. Nel 2023, il Tesoro può iniettare nelle casse di Ita un massimo di 250 milioni. Come stupirsi, quindi, se oggi il valore di Ita è stimato a 450 milioni contro il miliardo di inizio anno? Nel frattempo, nei primi sette mesi dell’anno, la quota del mercato italiano passeggeri di Ryanair ha toccato il 40% mentre quella di Ita è scesa dal 10,6% del 2021 al 6,7%.

Sabbia e soldi escono dalla clessidra

Che, ovviamente, sono del tutto insufficienti per affrontare il prossimo inverno, e forse anche la prossima estate. Capite ora perché la clessidra sta finendo la sabbia e i soldi, e i potenziali compratori non hanno fretta? Anzi, a volte possono anche permettersi qualche blando trolling, come a inizio agosto, quando l’a.d. dei tedeschi, Carsten Spohr, aveva scritto a Mario Draghi facendo presente che “la nostra pazienza non è infinita”, e beccandosi le patriottiche rampogne soprattutto di esponenti di Fratelli d’Italia, con annessi farfugliamenti contro il “Reich” tedesco.

In realtà il tempo gioca a favore degli aspiranti compratori. Quanto a Lufthansa, tutti sono consapevoli che ai tedeschi interessano solo i collegamenti con Roma e Milano e l’alimentazione del proprio hub. Potrebbero prendersi in carico altre rotte domestiche esistenti come moneta negoziale ma appare difficile che immaginino di espanderle ulteriormente.

E con questo segreto di Pulcinella ci stiamo trascinando verso la fine di sabbia e soldi nella clessidra. Ma ogni momento è quello giusto per lanciare le solite fiabe di sempre: torna, ad esempio, il ruolo di Ferrovie dello Stato come azionista con la immancabile “sinergia commerciale”, che non è dato sapere cosa c’entri con la partecipazione azionaria.

Come che sia, affiora una velina governativa: il governo Meloni starebbe pensando (non ridete) all’applicazione di una sorta di Golden Power (buahahahahahah!) per Ita, per condizionare o porre il veto su governance e strategie future del vettore (sottinteso, di chi dovesse controllarlo), oppure di accoppiare Tesoro e FS per avere la maggioranza dei diritti di voto e dire al partner industriale (Lufthansa o chi per esso) che fare.

Giù le mani dal valoroso dissesto sovrano

Ora, provate a riflettere su questo punto: un vettore che neppure doveva nascere ma che, dopo ennesimo psicodramma nazionalpopolare, è nato con la sola missione di essere consegnato ad un acquirente estero; privo di leve negoziali e con decadimento temporale della propria attrattività che è pari a quello di una colonia di lieviti. Malgrado questo quadro, che avrebbe indotto soggetti senzienti a spalancare le finestre e urlare “fate presto! manco fosse un lockdown a Shanghai, ora dobbiamo pure leggere di veline governative che farneticano di golden power su una entità moribonda.

Capite ora perché, quando sento i politici italiani destrorsi parlare di “interesse nazionale” mi viene da ridere, oltre che mettere mano alla fondina o quanto meno al portafoglio per proteggerlo? In realtà non rido ma è una crisi di nervi abilmente camuffata. Ecco, “interesse nazionale”: quello che prescrive di bruciare miliardi in entità morte o proteggere attività commerciali spesso ultra-marginali dando loro margini per fare nero e sopravvivere un altro anno. E amenità del genere. Salvo poi lamentarsi per non avere margini di spesa sugli aiuti di Stato. Ma se noi decliniamo sistematicamente questo concetto in distruzione di risorse fiscali, di chi potrà mai essere colpa, fuori dall’Italia?

A questo punto, mi viene un dubbio: che l’unico vero “interesse nazionale”, quello che avvolge l’intero spettro della partitica italiana, sia quello di fallire?

Photo by MarcelX42 – Opera propria, CC BY-SA 4.0

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