Il 24 febbraio, sul Sole, è uscito un articolo a firma del vice direttore Alessandro Plateroti, dal titolo tanto intrigante quanto poco comprensibile: “Banche, l’oro in bilancio vale più dei titoli di Stato“. Ancor più intrigante e meno comprensibile è l’occhiello (“Basilea 3 reintroduce il gold standard – Banche, l’oro nei bilanci diventa moneta“). Mosso dalla curiosità per questa evidente titolazione-esca, mi sono letto l’intero articolo, che credo faccia parte del filone investigativo del giornale. Quello dietro il quale si cela di solito un enorme complotto ai danni dell’Italia.

Pensavo di risparmiarmi e risparmiarvi un commento sull’ultimo spin d’accatto dei pentastellati, che si portano dietro sia la Lega che un ridicolo partitello nativista e identitario che tanto s’offre. Ma se non commentassi sul tema, l’asserito “colonialismo monetario” francese su 14 paesi centrafricani, potrebbe sembrare che non ho argomenti e che i nostri spinner fulminati ci hanno preso. Sicuramente vi hanno preso. Per i fondelli.

di Vitalba Azzollini

Alcune brevi considerazioni sul caso Tap-Di Maio. La vicenda è nota: l’attuale responsabile del Mise afferma che il progetto Tap non può essere interrotto da parte dell’Italia a causa delle “penali” che si dovrebbero pagare, “penali” di cui egli sarebbe venuto a conoscenza solo di recente; il precedente responsabile del Mise, Calenda, sostiene invece che non ci sono “penali”, perché esse sono sempre tecnicamente legate all’inadempimento di un contratto, contratto che in questo caso non esiste.

Piccola notazione autobiografica seguita da richiesta pubblica al maggior quotidiano italiano. Mi accorgo solo oggi che il suo direttore responsabile, Luciano Fontana, mi ha bloccato su Twitter. I motivi mi sfuggono ma forse sono riconducibili alla richiesta di chiarimenti che il sottoscritto ed alcune altre persone, ben più titolate di me, gli hanno rivolto tempo addietro riguardo ad una “inchiesta” di Milena Gabanelli sulla mutualizzazione del debito pubblico in Eurozona.

C’è soprattutto un episodio, della meravigliosa serie tv Ai confini della realtà, che mi risuona dentro. Si tratta di “I mostri di Maple Street“, che è l’episodio 22 della stagione 1, andato in onda per la prima volta negli Stati Uniti il 4 marzo 1960. E mai come in questo periodo mi risuona.

Prosegue il complotto dei poteri forti contro il governo felpastellato. Lo scontro vira verso il calor bianco, ormai. A questo giro abbiamo il vicepremier e bisministro Luigi Di Maio che lamenta che il numero di 8.000 posti di lavoro a tempo determinato persi all’anno in conseguenza della stretta alla tipologia contrattuale sia stato inserito a sua insaputa nella relazione tecnica. Non è tanto questo su cui vorrei richiamare la vostra attenzione, però, o sudditi.

Torniamo brevemente sulla “notizia” delle indagini della procura di Milano, che per decisione della Cassazione su istanza degli indagati ha ereditato dalla leggendaria procura di Trani le indagini sulla vendita di ben 7 (sette) miliardi di titoli di stato italiani, effettuata da Deutsche Bank nel primo semestre 2011. Lo so, ne avete le palle strapiene di queste idiozie da piccoli complottardi italiani. Io pure. Però serve fare un minimo di debunking, per l’ennesima volta, anche perché diversamente ci ritroviamo con gli “scoop” e le “inchieste” di qualche organo di stampa, più incline al sensazionalismo ed al cospirazionismo che all’informazione.

Dall’inizio della crisi gli italiani sono diventati grandi esperti di occupazione e disoccupazione. Come fatalmente accade in questi processi di apprendimento con corsi progrediti tenuti sui social network (la famosa università di Twitter che sta affiancandosi e sostituendo quella non meno celebre “della vita”), i discenti sviluppano anche un robusto cospirazionismo, che li porta a vedere manipolazioni ovunque, dalle rilevazioni statistiche alle definizioni che ne sono alla base. Ecco perché s’impone un piccolo momento pedagogico-didascalico, di quelli del tutto inutili e che scivoleranno sul teflon di cui la vostra conoscenza è fatta. Ma non c’è problema, notoriamente vado pazzo per le cause perse.

L’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che difficilmente passerà alla storia come colui che “ve l’aveva detto”, malgrado la sua possente produzione pubblicistica ed un’esperienza ministeriale trascorsa a farsi prendere a ceffoni dalla realtà, ha ritenuto di dover esprimere la propria dotta valutazione sulla crisi della Ue da un angolo visuale molto particolare: quello del Mezzogiorno d’Italia. Perché, come noto, le colpe della Ue si estendono dal meteo al sottosviluppo economico di paesi che da tempo hanno perso la bussola ed il senso comune. Mentre senso del ridicolo e della decenza hanno tolto il disturbo ancor prima, come ci ricordano prassi e teoria tremontiane, solcando i lustri.