Dall’Europa nuovo gas all’inflazione Usa

Da qualche tempo le quotazioni del gas naturale negli Stati Uniti stanno lievitando in un modo che ha già fatto accendere numerose spie di allarme. La causa principale è da mettere in relazione al forte aumento di domanda europea per tentare di liberarsi della dipendenza dal gas russo ma ci sono anche altre concause, legate sia a fattori temporanei che a trasformazioni di lungo termine. Il risultato è una nuova emicrania per Joe Biden, con buona pace delle dozzinali teorie cospirative che i soliti cani di Pavlov ruminano e latrano da sempre.

Come spiega questo editoriale di Javier Blas, giornalista esperto di materie prime, gli USA esportano ormai quasi il 20% della produzione nazionale di gas, mentre solo due decenni addietro quel valore era prossimo a zero. Il fatto che l’Europa abbia scoperto di soprassalto che legarsi mani e piedi a un unico fornitore rischia di creare seri problemi, sta finendo col creare una connessione tra mercati, come quelli del gas, che tendevano ad essere geograficamente segmentati.

Bassi stoccaggi anche in America

La produzione nazionale americana di gas non tiene il passo della nuova situazione e i livelli di stoccaggio sono pericolosamente bassi: oggi il 17% in meno della media quinquennale in questo periodo dell’anno. A questo decumulo, oltre alla domanda di esportazione, hanno contribuito temperature più basse della media stagionale per un periodo protratto ma, soprattutto, il fatto che i produttori di shale gas non sembrano reagire ai prezzi più elevati.

us natural gas

Ciò accade per una serie di motivi: ad esempio, il fatto che i produttori ritengono che questa impennata di domanda europea non sia destinata a diventare strutturale. Sia perché sulle cartine geografiche la Russia continua a confinare con l’Europa, e questo è oggettivamente un magnete molto forte al ripristino dello status quo ante (inclusa la stanchezza da sanzioni, che fatalmente arriverà), sia perché siamo comunque in una transizione ambientale e di conseguenza, anche se entrato nella tassonomia di finanziamento europea, il gas non è destinato a restare come elemento permanente del panorama energetico.

Da ultimo, ma non ultima, c’è la questione di tempi e costi dell’infrastrutturazione del gas naturale liquefatto (LNG). Come dice, in modo efficace, un dirigente americano del settore, “noi siamo soprattutto acciaio”, e oggi l’acciaio costa una fortuna.

Troppe incertezze di tempi e costi, quindi, che paiono indebolire le motivazioni a investire. Per le aziende dell’upstream energetico meglio concentrarsi su utili e distribuzione di capitale agli azionisti, anziché sui volumi prodotti. Progetti che un tempo sarebbero costati 500 milioni di dollari per milione di tonnellate di capacità di LNG oggi viaggiano intorno al miliardo.

Gli europei oggi comprano, ma domani?

Vero è che Biden ha chiesto agli europei un impegno di non breve termine, ma la dichiarazione d’intenti europea, nel quadro dell’iniziativa nota come RePowerEU, prevede un impegno a comprare almeno 50 miliardi di metri cubi annui di LNG sino al 2030. Che, per i tempi del settore, è dopodomani.

Da queste premesse deriva lo stress di prezzo che dall’Europa si è trasmesso al gas americano, che ha raggiunto gli 8 dollari per milione di BTU, contro i poco più di 3 dollari di media del decennio 2010-20. Vero che gli europei oggi pagano intorno a 30 dollari per milione di BTU ma l’impatto inflazionistico sugli americani è comunque rilevante, soprattutto in un periodo critico per la presenza di pressioni sui prezzi che la Federal Reserve dovrà piegare con crescente rischio di indurre una recessione. Che, detto per inciso, taglierebbe la domanda di gas. Il nervosismo è tale che ieri le quotazioni hanno visto una forte correzione al ribasso, senza che ciò necessariamente sconfessi il trend rialzista. Anzi, spesso questi sono segnali di conferma.

Il problema per Biden peraltro si poneva già prima dell’invasione russa dell’Ucraina, e un gruppo di legislatori statunitensi, tra cui la Dem Elizabeth Warren, già a febbraio chiedeva di limitare l’export di LNG per calmierare i prezzi domestici. La ricostituzione degli stoccaggi in presenza di simili vincoli di capacità produttiva è destinata a mantenere forti pressioni rialziste sui prezzi del gas, come sembra confermare anche l’aumento dei contratti di opzione per scadenza marzo 2023, con prezzi di esercizio compresi tra 10 e 15 dollari per milione di BTU.

L’ipoteca ambientale sugli investimenti in energia fossile

Come sintetizzare, quindi? In primo luogo, che la ricerca disperata di forniture alternative da parte degli europei produce tensioni permanenti sui prezzi, anche in assenza della formalizzazione di un embargo del gas russo, che il mercato ha invece già iniziato a prezzare. Poi, che, ripetiamolo alla nausea, i tempi di adattamento allo shock, ammettendo che lo shock sia permanente, sono lunghi e resi comunque aleatori dalla presenza di uno scenario strategico di lungo termine che vede i combustibili fossili soccombere alle rinnovabili entro pochi lustri. Questa aspettativa da sola è un potente disincentivo agli investimenti, anche se vi fossero rassicurazioni del potere politico.

Da ultimo, riguardo a Joe Biden, si stanno creando le condizioni per una disfatta Democratica al midterm di novembre, quando l’America potrebbe essere ingolfata in una stagflazione. Sarà una piccola grande vendetta anche per i produttori di combustibili fossili, dapprima svillaneggiati dal mainstream ambientalista e trattati come dinosauri prossimi all’estinzione, e oggi supplicati di “fare qualcosa” per salvare la transizione ecologica. Quanto riesce a essere beffardamente crudele, la storia.

In tutto ciò, un pensiero agli occidentalofobi del depensiero strategico, convinti che l’invasione russa dell’Ucraina sia un gigantesco side show per permettere a Biden di vendere gas agli europei. Cioè a suicidarsi politicamente, come tutto lascia pensare nel quadro corrente. Un giorno scopriremo chi, tra Putin e Biden, è il doppio agente di chi.

P.S. Nel frattempo, al gran ballo del LNG americano, arriva anche la Turchia, con un finanziamento di Deutsche Bank e ordini per un miliardo di metri cubi sui 61 totali turchi del 2021. Bene essere spregiudicati ma meglio non dipendere troppo da Mosca, dopo tutto. Consumatori e politici americani si innervosiranno ulteriormente.

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