Mentre si approssima il finale di partita per la Grecia, stanno emergendo alcune suggestioni del tutto fuori luogo, che spingono qualcuno a tirar fuori nuovamente la leggenda metropolitana del “modello Islanda” per gestire l’eventuale default sovrano ellenico. Il suggerimento viene da Piattaforma Sinistra, l’ala no-euro e no-tutto della sinistra radicale di Syriza. Ancora una volta, siamo nell’ambito delle rimasticature con scarso o nullo radicamento nella realtà. Ma l’occasione è propizia per segnalare alcune cosine sull’Islanda.

Oggi il governo britannico ha comunicato di aver recuperato altri 1,36 miliardi di sterline dagli attivi della banca fallita islandese Landsbanki, che controllava Icesave, la banca online ad alto rendimento che operava in Olanda e Regno Unito. Con questa somma, il totale recuperato dai britannici sale all’85%, e dovrebbe raggiungere la totalità dei crediti nel 2017.

L’Islanda, il paese felice (secondo alcuni fantasiosi italiani) che ha vinto la battaglia contro i creditori e dispone di una valuta propria con cui stampare la propria felicità, si trova in una situazione sempre più problematica, oltre che a rischio di una pesante serie di default privati entro i prossimi anni. Circostanza che dimostrerebbe, per l’ennesima volta, che le cose lassù non sono andate come farneticano in molti quaggiù.

Il 27 aprile gli  islandesi andranno alle urne per rinnovare il proprio parlamento. Nei sondaggi della vigilia, il paese felice della mitologia italica si prepara a buttar fuori dal governo i partiti che hanno gestito il “default controllato che non c’era”, ed a reinsediare al potere i partiti responsabili delle liberalizzazioni che hanno condotto alla ipertrofia del settore bancario, poi rovinosamente imploso. Perché la memoria corta pare non essere esclusiva solo dell’elettorato italiano, ed a quanto pare i motivi di scontento tra la popolazione restano acuti.

La corte dell’EFTA (Area Europea di Libero Scambio) ha sentenziato questa mattina che l’Islanda non ha violato la direttiva comunitaria di garanzia sui depositi, e che non ha discriminato tra protezione di propri depositanti e quelli olandesi e britannici, clienti della banca Icesave, controllata dalla islandese Landsbanki. La sentenza della corte dell’EFTA è molto importante, perché segna una importante vittoria per il popolo islandese. Ma l’analisi dei fatti mostra che altre interpretazioni della vicenda, soprattutto quelle provenienti dal disgraziato paese di analfabeti economici e demagoghi noto col nome di Italia, sono destituite di ogni fondamento.

Un post di Thorolfur Matthiasson (docente di economia all’università di Reykjavik) e Sigrun Davidsdottir (giornalista economica islandese basata a Londra), comparso su Economonitor, tenta di fare luce sui costi effettivamente sostenuti dai contribuenti islandesi nell’operazione di salvataggio delle banche del paese, dopo il gravissimo dissesto del 2008. Al di là di alcune ipotesi di stima, che per definizione sono soggettive, quello che emerge è che il salvataggio del sistema finanziario islandese è stato estremamente costoso, per un’unica, semplice, enorme verità: nessuno può permettersi di lasciar fallire le banche, e per quanto ci si possa sforzare di rendere le stesse responsabili della loro condotta, al momento dirimente del dissesto paga Pantalone, ed i cocci restano suoi.

Come segnala Bloomberg, l’economia islandese rischia una nuova bolla immobiliare ed il dissesto della struttura pubblica che intermedia i mutui. La criticità deriva dalla presenza, nel sistema economico del paese, di una rilevante quantità di liquidità offshore (stimata pari a 8 miliardi di dollari) che non può defluire a causa delle restrizioni imposte dal governo dopo la grave crisi che ha messo in ginocchio il sistema bancario islandese, causando un default del valore di circa 85 miliardi di dollari.

In questi giorni si è sviluppata una polemica piuttosto velenosa tra fautori della “svalutazione interna” e sostenitori dell’aggiustamento “tradizionale” degli squilibri, cioè attraverso svalutazione del cambio. I due paesi “campioni” dei due schemi sono rispettivamente Lettonia e Islanda. La prima ha tenuto duro sul cambio della propria valuta contro euro, è passata attraverso un crollo del Pil di proporzioni bibliche ed ora sta ripartendo, mandando in visibilio gli austerici. L’Islanda, invece, entusiasma quanti sostengono, piuttosto confusamente, le virtù della “disobbedienza fiscale” e dell’eterodossia macroeconomica, quella (ad esempio) dei controlli sui cambi. In entrambi i casi, appare assai difficile trarre inferenze valide per tutti i paesi coinvolti.