Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Grecia, sicuri di voler fare come l’Islanda?

in Economia & Mercato/Esteri/Unione Europea

Mentre si approssima il finale di partita per la Grecia, stanno emergendo alcune suggestioni del tutto fuori luogo, che spingono qualcuno a tirar fuori nuovamente la leggenda metropolitana del “modello Islanda” per gestire l’eventuale default sovrano ellenico. Il suggerimento viene da Piattaforma Sinistra, l’ala no-euro e no-tutto della sinistra radicale di Syriza. Ancora una volta, siamo nell’ambito delle rimasticature con scarso o nullo radicamento nella realtà. Ma l’occasione è propizia per segnalare alcune cosine sull’Islanda.

“Facciamo come l’Islanda!”, proclamano i comunisti di Syriza. In altri termini, facciamo default sui creditori “esterni”, che nel caso della Grecia non sono privati non residenti ma istituzioni internazionali; nazionalizziamo le banche elleniche; ed introduciamo controlli sui capitali, per gestire la transizione valutaria. Tutto si può fare, diciamo. Quello che tuttavia si dovrebbe evitare di fare è rileggere la storia a proprio uso e consumo.

Fermarsi all’aspetto del deprezzamento del cambio come canale per rilanciare la crescita rischia di essere fortemente limitativo e soprattutto illusorio. L’Islanda ha pagato, e continua a pagare, per il default del proprio sistema bancario. Lo ha fatto e lo fa in vari modi. Ad esempio, post default delle proprie banche, l’Islanda ha chiesto un finanziamento di emergenza al Fondo Monetario Internazionale, pari a 5 miliardi di dollari. Questo “dettaglio” tende ad essere omesso, nella narrativa dei ribelli del debito da dopolavoro e tastiera che ammorbano i social network e la pubblicistica italiani, ma se leggete questi pixel lo sapete da molto tempo. Come possa, in caso, la Grecia fare default sul Fondo Monetario Internazionale e poi chiederne l’assistenza appare questione non immediatamente risolvibile, diciamo.

Vi è poi la questione della nazionalizzazione del sistema bancario. Ovviamente possiamo credere che basti “stampare” ma l’unica risorsa che in natura non appare scarsa è la credulità. Al contribuente islandese la nazionalizzazione del sistema bancario nazionale è costata tra un quinto ed un quarto del Pil nazionale. Essere in un programma di assistenza del Fmi non significa mettersi in coda per un piatto di minestra, somministrata da caritatevoli samaritani. Significa aderire ad un programma di “aggiustamento fiscale” che di solito equivale a sangue, sudore e lacrime. E così avvenuto, come dimostrano alcuni numeretti islandesi che trovate qui.

Ve li riassumiamo:

Il saldo di bilancio pubblico dell’Islanda, corretto per il ciclo economico, è passato da un deficit del 10% del Pil potenziale nel 2009 ad un avanzo del 2,7% del Pil potenziale nel 2014, cioè una variazione del 12,7% del Pil potenziale. Ma anche questo tende a sottostimare la quantità di austerità fiscale attuata dall’Islanda. Questo accade perché questo dato include l’aumento di spesa pubblica attribuibile a crescenti pagamenti per interessi sul debito nazionale. Per farsi un’idea più corretta della quantità di austerità fiscale attuata dall’Islanda, (cioè tagli di spesa diretta ed aumenti di entrate) si deve guardare al saldo primario della pubblica amministrazione corretto per il ciclo economico. Per l’Islanda tale saldo è passato da un deficit del 6,9% del Pil potenziale nel 2009 ad un surplus del 6,2% del Pil potenziale nel 2014, cioè una variazione del 13,1% del Pil potenziale.

Questo spiega perché il rapporto debito-Pil islandese è passato dal 101% all’86% in soli tre anni. In altre parole, l’Islanda ha tenuto e continua a tenere una posizione fiscale molto restrittiva, per abbattere il debito. In altri termini, non stanno “stampando”: così è più chiaro? In caso continuasse a non essere chiaro, ecco il dettaglio delle misure fiscali del “paradiso” islandese:

Si stima che le spese primarie al netto dell’inflazione siano diminuite del 12,7% tra il 2009 ed il 2012. Ciò è stato ottenuto tagliando spese correnti, trasferimenti, investimenti e manutenzioni, e congelando salari e benefit del settore pubblico per per un periodo di quattro anni, durante un periodo in cui l’inflazione crebbe a causa di un deprezzamento del 50% della corona. Da lato delle entrate l’Iva fu aumentata al 25,5%, che all’epoca era la più elevata al mondo. L’aliquota massima dell’imposta personale sul reddito fu aumentata dal 35,7% al 46,2%. L’aliquota d’imposta sul reddito da capitale fu aumentata dal 15% al 20%, i contributi per la Sicurezza Sociale furono aumentati dal 5,34% all’8,65% ed i contributi sulla pesca (importanti in Islanda) furono aumentati. In aggiunta furono introdotte nuove imposte (una sulla ricchezza netta, una sulle successioni, una sulle attività finanziarie, ecc.)

Speriamo sia più chiaro, ora. Se continuasse a non esserlo, ecco la sintesi:

  • La sola svalutazione della moneta non basta;
  • La monetizzazione è pura illusione (per definizione, coinvolgendo grandezze nominali e non reali);

Quindi, se i compagni di Syriza e gli innumerevoli altermondialisti da dopolavoro e fondoschiena al caldo che popolano i nostri lidi continuassero a pensare che anche un default accompagnato da Grexit possa essere l’anticamera della felicità, ci ripensino. Perché è del tutto chiaro che non tutti i popoli hanno identica capacità di sofferenza, in una transizione epocale. Le scorciatoie sono molto allettanti per alcuni più che per altri. Se poi siete un paese privo di export e di risorse naturali, le cose si complicano molto. Ultima considerazione: osservate il grafico qui sotto. L’Islanda è stata seconda solo alla stessa Grecia, per magnitudine del consolidamento fiscale. Questo la dice lunga sul fallimento delle ricette di austerità europee ma anche della volontà greca di ristrutturare realmente la propria economia. Dire che in questo disastro vi è stato un concorso di colpa tra creditori e debitore è il minimo che si possa fare, per onestà intellettuale.

Consolidamento fiscale

(cliccare per ingrandire)

Ultimi in Economia & Mercato

Go to Top