Un nuovo ed antico tormentone di questa Eurozona lacerata e nevrotica ha ripreso corpo in queste settimane: i tedeschi che puntano il dito contro l’Italia, l’Italia che punta il dito contro la Germania. Dinamica frusta e stucchevole, inasprita dai tassi negativi di Mario Draghi, che stanno rendendo nervosi risparmiatori e governanti tedeschi, dimentichi che esistono risparmiatori anche in Italia e nel resto d’Europa, che affrontano le stesse problematiche. Nel mezzo, dispettucci assortiti, con i giornali popolari tedeschi che tentano di fare lo sgambetto al turismo italiano, provocando le solite reazioni pittoresche a casa nostra, anche se di fatto questa è la ritorsione verso un premier italiano che si è detto pubblicamente “preoccupato” per la salute della prima e della seconda banca tedesche, oltre che per tutto il sistema creditizio teutonico. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, all’Asilo Mariuccia d’Europa, dove tic e luoghi comuni ormai sono incontrastati padroni del campo.

(Post con malcelate velleità filosofiche ed antropologiche, perdonate l’ardire)

Sul Financial Times è apparso un editoriale del presidente della Bundesbank nonché membro del governing council della Bce, Jens Weidmann, in cui si suggerisce un modo definitivo per recidere il perverso legame banco-sovrano. Il suggerimento è impeccabile, a livello astratto. Ha il piccolo difetto di essere assai difficilmente implementabile, in questo universo spazio-temporale.

«Si, certo, i mercati si sono calmati [con le iniezioni di liquidità della Bce, ndPh.]. Ma dovremmo calmare i mercati? Io non sono di questa opinione. Una certa agitazione dei mercati è appropriata, riguardo i paesi eccessivamente indebitati»

Questa è solo l’ultima di  una lunga serie di esternazioni di Hans-Werner Sinn, il superfalco economista che guida l’istituto per lo studio della congiuntura Ifo. E si tratta di una valutazione che la dice lunga sull’aggressività degli ideologi tedeschi dell’austerità.